DÍA DE LOS MUERTOS

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Il DÍA DE LOS MUERTOS - giorno dei morti - è senz’altro una delle celebrazioni messicane più conosciute al mondo.

La festa, di origine precolombiana - parliamo quindi del periodo antecedente il 1492, anno in cui Cristoforo Colombo scoprì l’America - ha luogo tra il 28 ottobre e il 2 novembre, in concomitanza con la celebrazione cattolica dei DEFUNTI.

Nulla a che vedere con la festa di HALLOWEEN con la quale, pur avendo alcune caratteristiche in comune, differisce per tradizione e significato.

Se per entrambe il tema è quello della morte e del “ritorno degli spiriti” nel mondo dei vivi in un particolare periodo dell’anno, il messaggio veicolato da Halloween è che gli spiriti siano malevoli: ecco perché i bambini indossano costumi mostruosi che permettono loro di non essere riconosciuti e, conseguentemente, tormentati dalle anime vaganti.

Nella festività del Día de los Muertos, invece, le anime non sono temute ma sono viste come presenze amiche e, quindi, accolte con gioia: si celebra infatti il ritorno dei cari defunti in seno alla comunità familiare.

Ecco perché, a differenza di Halloween, l’atmosfera non è cupa e intimistica ma piuttosto un’esplosione di colori e di gioia.

Una festa dedicata ai defunti che però celebra la vita.

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Le origini della festa

Le origini di questa festa risalgono a molto prima dell’evangelizzazione delle Americhe: lo vediamo dalle numerose contaminazioni Azteche e Maya.

Queste antiche popolazioni, infatti, ritenevano che l’ordine del mondo dipendesse proprio dall’alternarsi di morte e vita; per questo veneravano i loro antenati, consapevoli del fatto che essi, pur se in un’altra dimensione, continuavano a vivere.

Degna di nota la loro visione dell’aldilà. Nulla a che vedere con il paradiso e l’inferno cattolici, dove le anime vengono “posizionate” da una parte o dall’altra in base al loro comportamento durante l’esistenza terrena: qui tutto dipende dal “tipo” di trapasso con cui le anime hanno lasciato questo mondo. Nessuna connotazione morale, dunque.

Così, ad esempio, al TLALOCAN (paradiso del dio della pioggia) andavano quanti morirono in circostanze legate all’acqua o per malattie; all’Omeyocan (paradiso del sole presieduto dal dio della guerra) andavano i morti in battaglia e le donne che morivano durante il parto; il Miclàn era invece destinato alle morti naturali.

Quando nel XVI secolo arrivarono gli spagnoli, gli antichi riti si fusero con quelli dei colonizzatori, dando origine ad uno stupefacente sincretismo delle due tradizioni: le festività mesoamericana e cattolica si sposarono, dando vita al Día de los Muertos.

Ancora oggi le comunità indigene tramandano questa festa per testimoniare che la morte altro non è che la continuazione della vita in un altra dimensione che - benché invisibile - non è tanto poi tanto diversa dal mondo dei Vivi.

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Come si festeggia

I funerali precolombiani erano accompagnati da offerte che contenevano due tipologie di oggetti: quelli utilizzati in vita dal defunto e quelli che avrebbero potuto servirgli nell’aldilà. Per questo anche oggi le decorazioni e le offerte sono pensate e realizzate per una persona specifica, in modo da personalizzarli in base ai gusti che il defunto aveva in vita.

Gli altari - o ofrenda - sono il fulcro della commemorazione in quanto rappresentano la PORTA tra la vita e la morte e sono allestiti con regole ben precise. Prima di tutto devono rappresentare i quattro elementi: acqua, aria, terra e fuoco e poi devono essere collocati nella stanza della casa in cui solitamente si riunisce la famiglia. Cuore dell’altare è la foto del defunto, senza la quale egli non può arrivare fino alla terra dei Vivi. Seguono poi i suoi piatti preferiti, i “calaveras“ (teschi zuccherati sui quali viene scritto il nome del defunto o dei suoi familiari) e il dolce tipico della festa - il “Pan de muertos“ - che viene fatto esclusivamente in questo periodo dell’anno.

Fondamentali le candele, la cui luce permette ai defunti di non smarrire la strada fino alla casa dei loro cari; i fiori - chiamati Chempasùchil - il cui intenso profumo è percepito dalle anime che, seguendone la scia, riescono a trovare la strada di casa; un bicchiere d’acqua per dissetare il defunto e il sale che, oltre a rappresentare il sapore della vita, permette ai defunti di proseguire il percorso nell’aldilà.

Il 1° novembre molti lasciano addirittura il letto libero per le anime dei defunti.

Terminata la festa, dopo che l’anima del defunto si è nutrito dell’essenza degli alimenti preparati in suo onore, i resti vengono consumati da familiari e amici per celebrare il suo ricordo e radunare la famiglia.

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Durante i festeggiamenti tutti si travestono (non solo i bambini), indossando coloratissimi abiti da scheletri.

Poi sfilano per le strade danzando e celebrando la vita, di cui la morte non è nient’altro che un passaggio. Siamo ben lontani dalla tristezza occidentale e dalla sua macabra concezione della morte!

Una festa così speciale non poteva che diventare Patrimonio dell’Umanità: nel 2008 fu riconosciuta dall’Unesco una delle più antiche espressioni culturali di celebrazione degli antenati ma la sua straordinarietà è, a mio avviso, il messaggio che veicola: la morte non è qualcosa di brutto e, soprattutto, non è la fine di tutto. Essa è solo il passaggio naturale dalla vita terrena a quella dell’aldilà: insomma, dalla vita alla Vita.

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I Calaveras

I calaveras sono uno dei simboli più caratteristici del DÍa de Los Muertos.

Innanzitutto “calavera”, in lingua spagnola, significa teschio ma nella cultura messicana ha un significato che va ben oltre la raffigurazione visiva.

Le calaveras sono infatti ricorrenti nei disegni e nelle incisioni degli Aztechi e dei Maya: sono il simbolo della nostra mortalità e, proprio per questo, sono lì a ricordarci il valore prezioso della vita. Sono un monito a non sprecare la nostra esistenza ma anche un conforto dinanzi alla paura dell’ignoto: “La Muerte”, è solo un passaggio, non meno sacro della vita stessa.

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E poi, durante il Día de los Muertos i calaveras si mangiano! Generalmente sono fatti di zucchero bianco ma se ne trovano anche al cioccolato.

Per concludere: dopo la lettura di questo articolo - che non vuole certo essere esaustivo - chiediamoci cosa pensiamo della Morte, come la vediamo, con quali “colori” la rappresenteremmo. E dopo di ciò chiediamoci anche cosa pensiamo della Vita, come ne usufruiamo, come la salvaguardiamo…

L’una è lo specchio dell’altra, l’una il raccolto dell’altra.

La vita è meravigliosa: non sprechiamola e non permettiamo a nessuno di defraudarcene!

Simona HeArt

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