Cos’è un font?

Viaggio nell’evoluzione dei caratteri tipografici

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Nell’era del digitale il font o carattere tipografico rappresenta un elemento fondamentale di comunicazione sui libri cartacei e sui dispositivi elettronici. Partiamo con lo specificare che, secondo l’Accademia della Crusca, il carattere, in realtà, sarebbe la singola lettera o numero, mentre il font stesso dovrebbe indicare una composizione di caratteri di una particolare grafia (Times New Roman), stile (grassetto, corsivo) e dimensione. Oggi, però, nell’uso comune le parole font e carattere vengono considerate equivalenti. Carattere in inglese si traduce con typeface, che significa ‘faccia’ (in questo caso ‘faccia’ di un libro), mentre font deriva dall’inglese fonderia e dal francese medievale fonte (fuso), da ricollegare all’invenzione della macchina di Gutenberg, che stampava i caratteri mobili attraverso la fusione del metallo.

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I primi segni di scrittura ci sono stati tramandati da antiche civiltà, con un passaggio dal cuneiforme dei sumeri, alla valorizzazione del suono delle consonanti nell’alfabeto fenicio, fino all’aggiunta delle vocali nella lingua greca, ‘madre’ di tutti gli altri idiomi successivi. Incidere caratteri su supporti duri come tavolette di pietra richiedeva un lavoro certosino, al punto da rendere gli antichi documenti scritti, non per forza letterari, delle opere d’arte stilistiche. La cura del testo fu impreziosita poi nel Medioevo dai monaci amanuensi, che ricopiarono gran parte dei testi classici pervenutici oggi in libri abbelliti con decorazioni nelle pagine interne. Nel tempo i supporti scrittori sono cambiati: si è passati da quelli rigidi alla carta di papiro, alla pergamena e quindi alla scrittura con l’inchiostro. Infatti, nel 1400 si passò dai caratteri ricopiati e tramandati dagli amanuensi alla stampa a caratteri mobili di Gutenberg, introdotta in Europa nel 1455. Nel 1500 nacque però il font moderno per eccellenza, un carattere utilizzato nella maggior parte dei libri pubblicati italiano, ossia il Garamond. Disegnato dal tipografo francese Claude Garamond, nel 1958 fu modificato dal tipografo bolognese Francesco Simoncini, diventando così l’attuale Simoncini Garamond. Il francese Garamond per il suo nuovo carattere romano si ispirò al corsivo del bolognese Francesco Griffo, commissionato dallo stampatore Aldo Manuzio. Il Garamond è utilizzato ancora oggi dalla maggior parte delle case editrici italiane come Rizzoli, Mondadori, Feltrinelli, Salani, Bompiani e Longanesi. Sfogliando alcuni libri in italiano, si può notare come il carattere originale di Simoncini venga utilizzato in maniera diversa dalle varie collane editoriali. Le variazioni consistono perlopiù nell’utilizzo di accenti più forti su alcune parole, lettere con stanghette ascendenti e discendenti più lunghe o più corte.

cms_10114/3.jpg Nel corso degli anni è stata effettuata una suddivisione dei vari caratteri tipografici in serif, i ‘graziati’e i sans serif, i ‘bastoni’o ‘lineari’. Tra questi ultimi ce ne sono alcuni molto noti, come l’Arial, l’Helvetica, il Verdana e il Futura, che hanno le linee delle lettere tutte dello stesso spessore. Il Grotesk e il Futura sono stati i primi bastoni che hanno rivoluzionato la tipografia. I graziati, invece, presentano abbellimenti stilistici come ganci particolari all’estremità delle lettere, minuscoli piedistalli, che legano le lettere tra loro. Essi a loro volta sono suddivisi in antichi, transizionali e moderni. Quelli antichi, come ad esempio il Garamond, il Bembo, il Palatino e il Sabon, si ispirano al lapidario romano, il carattere anticoscolpito su monumenti romani, e presentano uno scarso contrasto tra aste verticali e orizzontali, grazie concave e asse obliquo delle vocali. I serif transizionali nascono con il Baskerville, creato nel 1700 dal tipografo inglese John Baskerville, utilizzato oggi dalla Adelphi. Alla fine dell’800, i caratteri inventati da Baskerville furono poi utilizzati per le Monotype e Linotype, le prime macchine tipografiche a composizione automatica di caratteri, in cui a ogni tasto-leva corrispondeva una lettera.

Tra i serif transizionali più utilizzati oggi troviamo il Times New Roman e il Georgia, che presentano lettere appiattite, con allineamento verticale degli occhielli delle lettere e maggiore contrasto tra aste verticali e orizzontali, richiamando molto i caratteri scritti con l’inchiostro. I serif moderni, tra cui il Didot e il Bodoni, invece, presentano graziemolto sottili che formano angoli retti con l’asta e passaggi marcati tra aste verticali e orizzontali. Insomma, qui parliamo di dettagli stilistici per cui, il più delle volte, solo gli attenti osservatori possono individuare nei libri il font utilizzato di solito da una nota casa editrice.

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Nel 1980 i testi iniziarono a essere stampati tramite fotocompositore, prima dell’esordio dei computer con caratteri digitali, che utilizzavano programmi di impaginazione come Pagemaker. Infatti, nel 1984 la Macintosh realizzò il primo computer con cui era possibile vedere il testo su schermo, prima di procedere con la stampa. Come interfaccia grafica, la Microsoft utilizzò l’Arial, mentre la Mac l’Helvetica. Dal computer alla carta, la stampa è diventata molto più semplice e immediata. Nel tempo i caratteri tipografici si sono evoluti, trasformandosi nei cosiddetti font digitali, ma conservando sempre uno stretto legame con il passato che li ha partoriti. Oggi molti font moderni vengono creati dai serif e sans serif, a seconda delle esigenze di comunicazione. La maggior parte dei serif vengono utilizzati per la stampa di testi molto lunghi, anche perché in questo modo si riescono a distinguere più facilmente le lettere. I sans serif, invece, vengono utilizzati molto al computer, perché stancano di meno e la risoluzione a schermo dei serif è molto bassa. Altri font da ricordare sono gli script, che riprendono la calligrafia manuale, i gotici, ispirati ai caratteri medievali, e quelli di Fantasia, in cui ogni lettera è associata a un oggetto particolare.

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Fattori importanti per l’utilizzo di un font sono la leggibilità, la chiarezza e l’impatto immediato che deve avere nel comunicare un messaggio ai lettori. Un esempio lampante è offerto dai font utilizzati nei loghi di grandi aziende come Nike, Adidas, YouTube, Coca Cola, Instagram, ecc. La maggior parte di essi si ispirano all’antenato Garamond, ma sono per lo più inventati dalle stesse aziende che li utilizzano e ne detengono anche i diritti. Oggi, per l’utilizzo a fini commerciali della maggior parte dei font (che in realtà sono file o software da scaricare, per utilizzare i caratteri del vero font), bisogna acquistarne la licenza, che spesso è molto costosa: si parla anche di 900 euro a font. Ci sono, però, vari tipi di licenze, che differiscono a seconda l’utilizzo che si vuole fare di un font: la Desktop license, per scaricare la maggior parte dei font utilizzati dai sistemi operativi, da utilizzare per progetti grafici che si possono anche stampare, ma senza fini commerciali; la open-source di Google che serve per usufruire dei Webfont, tra cui alcuni sono gratuiti, per la grafica di siti web, ma non si possono stampare e utilizzare per fini commerciali; le licenze commerciali, da utilizzare per lavori grafici da vendere a terzi. Oggi, però, capita spesso che su Internet circolino anche font piratati, che aggirano tutte le licenze sopraindicate.

Francesco Ambrosio

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