Cinquant’anni fa la strage di Bel Air

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Era il marzo del 1969, quando Sharon Tate di ventisei anni e incinta di tre mesi, recitava in Italia, a Roma in un film: Una su tredici, che avrebbe dovuto lanciarla nel panorama internazionale. Nessuno poteva immaginare che sarebbe stato il suo ultimo film.

Sharon era nata a Dallas, in Texas, suo padre era un ufficiale dell’esercito. Dotata di una bellezza eterea, aveva vinto diversi concorsi di bellezza e quando nel 1967 sul set del suo film di maggiore successo: Per favore non mordetemi sul collo, Roman Polanski la conobbe se ne innamorò perdutamente.

Dopo una serratissima corte, Sharon accettò di sposare il regista che s’invaghì di lei non solo per l’avvenente bellezza quanto per quelle peculiarità che la rendevano diversa da tutte le altre. Sharon era una donna sensibile, dal carattere mite, che di tanto in tanto avvertiva il bisogno di fuggire dal jet set hollywoodiano.

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Nonostante una promettente carriera d’attrice, con il matrimonio e la maternità, le priorità dell’attrice cambiarono. Il successo non le importava più molto. Voleva solo avere il suo bambino, come disse ai suoi assassini la notte del 9 agosto del 1969, ma nessuno ascoltò la sua supplica e fu accoltellata sedici volte in quello che era il suo nido d’amore, la residenza di Cielo Drive, sulle colline di Los Angeles.

Quella carneficina, avvenuta nel cuore della fabbrica dei sogni a Hollywood, sconvolse il mondo e fu raccontata in ogni modo, soprattutto con eccezioni negative. Sharon fu definita la regina delle orge di Hollywood, la dilettante di arti sataniche. Fu gettato fango su fango, al punto che Roman Polanski dovette indire una conferenza per smentire le cose terribili dette sul conto della moglie.

Oggi è però possibile stabilire i reali accadimenti.

È la sera dell’otto agosto, 1969. Gli assassini staccano la linea telefonica e s’introducono nella villa di Cielo Drive, dove Sharon Tate sta trascorrendo una tranquilla serata con i suoi amici mentre il marito è a Londra per lavoro. Prima di fare il loro ingresso nella villa, gli assassini staccano la linea telefonica.

Sharon Tate è denudata e immobilizzata. Supplicherà la sua carnefice di appena ventuno anni, Susan Atkins, detta “Sadie” di lasciarla in vita almeno per altre due settimane, il tempo necessario per far nascere il suo bambino, ma Sadie resterà del tutto indifferente a quelle suppliche e le infliggerà sedici coltellate.

Il mattino successivo gli agenti di polizia troveranno nella villa cinque corpi senza vita e sulla porta di casa la scritta “Pig” tracciata col sangue di Sharon.

A cinquant’anni da quel giorno si è ancora alla ricerca di un vero perché, di una ragione, ammesso che un crimine così efferato possa avere una qualche spiegazione.

Oggi, a due anni dalla morte avvenuta in carcere di Charles Manson, l’autore della strage, è però possibile provare a indagare nella vita del responsabile, in cerca di qualche dettaglio che riconduca alla sua genesi.

Nato a Cincinnati, in Ohio, da madre alcolizzata, Charles Manson trascorre l’infanzia e l’adolescenza tra riformatori e carceri.

A trentatré anni, nel 1967, arriva a San Francisco. È la Summer of Love, l’estate dell’amore e la città californiana diviene l’epicentro di una rivoluzione culturale e sociale senza precedenti.

Tutti i giovani del paese ma anche da altre parti del mondo, vengono qua in cerca di amore, pace e libertà.

Charles Manson è uno di loro. Appassionato di musica, ha il sogno di diventare un famoso musicista e in breve tempo riesce a entrare in contatto con personaggi influenti, Neil Young, Dennis Wilson e Terry Melcher, potente produttore figliodi Doris Day.

Più tardi si saprà che i suoi fallimenti musicali giocheranno anch’essi un ruolo nelle sue azioni criminali.

Grazie al suo carattere carismatico da vero leader, Manson, ha un forte ascendente sulle ragazze e in poco tempo fonda una comunità hippie di cui diviene il capo.

La setta denominata “Family” s’insedia allo Spahn ranch, un vecchio set di film western ormai in disuso.

Si compone di una cinquantina di persone, per lo più giovani ragazze che contestano i genitori. Charles Manson diviene la loro guida. Si autoproclama “l’incarnazione di Gesù Cristo e Satana insieme”, e detta le regole del gruppo secondo una gerarchia maschilista.

Le donne non hanno, infatti, possibilità decisionale. Loro compito è di servire, fare lavori umili e compiere rapine per procurarsi il denaro utile sia per la sopravvivenza della comunità sia per rifornirsi delle droghe di cui se ne fa uso in grandi quantità, soprattutto LSD.

Si pratica sesso di gruppo e non è possibile avere contatti con il mondo esterno. La sera Manson si esibisce alla chitarra e predica le filosofie di Scientology, ma soprattutto diffonde la sua nuova teoria: l’Helter Skelter (titolo di una canzone dei Beatles).

Manson ritiene che in questa canzone sia racchiusa una profezia segreta: nel mondo starebbe per esplodere una guerra tra bianchi e neri che sarà placata proprio grazie a lui. Per ristabilire una nuova pace, bisogna iniziare ad accendere lo scontro razziale.

Questa è la ragione per cui quell’8 agosto, ordinerà ai suoi seguaci più fedeli la strage di Cielo Drive.

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Il giorno dopo il massacro di Cielo Drive, Charles Manson e la Family scelsero a caso un’altra villa: quella degli imprenditori Leno e Rosemary LaBianca. I due malcapitati furono legati, incappucciati e uccisi in maniera cruenta.

Manson non fu, in effetti, l’esecutore materiale di questi omicidi, ma ordinò di compierli. Nel caso dei coniugi LaBianca assistette di persona allo scempio.

Tra gli esecutori materiali ci furono Susan Atkins, che fu coinvolta in entrambi gli eccidi, l’assassina che pugnalò Sharon mentre la implorava di risparmiarla, Leslie Van Houten, una ragazza approdata nella setta dopo l’aborto forzato cui la costrinse sua madre da adolescente, che poi seppellì il feto nel cortile di casa. La Van Houten è ancora in carcere, dopo aver preso una laurea e un master lavora per la riabilitazione dei detenuti.

Patricia Krenwinkel era invece una giovane segretaria che si era innamorata di Manson. Ben presto comprese che il suo rapporto con il leader non sarebbe stato esclusivo. A quel punto tentò di fuggire dalla setta ma gli affiliati la riacciuffarono. La ragazza fu drogata e inebetita al punto da perdere ogni residua volontà.

Fu lei a scrivere “Pig” e “Helter Skelter” sui muri delle ville con il sangue delle vittime. Anche lei è ancora in galera.

Charles Watson era, invece, un aspirante musicista. Guidò i seguaci di Manson a Cielo Drive e anche lui partecipò materialmente al massacro.

In cella ha scritto numerosi libri dichiarando di non essere più un pericolo per nessuno, ma è ancora in carcere.

L’unica della Family che è in libertà è Linda Kasabian, che oggi ha cambiato nome. Faceva il palo durante gli eccidi. È libera dopo essere stata testimone chiave ai processi.

Al processo le stragi furono collocate in un contesto di riti satanici con quel brano dei Beatles sullo sfondo.

Manson è morto in prigione nel novembre 2017 a ottantatré anni dopo esser stato condannato a morte, sentenza poi commutata in ergastolo quando nel 1972 la Corte Suprema sospese le esecuzioni.

Della "Family" tre seguaci, la Van Houten, la Krenwinkel e Watson, restano dunque ancora in prigione, mentre la Atkins è morta in carcere di cancro.

Anche in virtù di queste stragi, nel giro di pochi anni, in America, si passò dunque, dalla pace e dall’amore libero ad un’atmosfera dominata da paura e odio.

Nel 1970, il movimento hippie cominciò a diminuire e il concerto di Woodstock concluse, di fatto, quell’era.

Contribuirono al declino le morti per overdose di venerati hippie, tra cui Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison, mentre, gli omicidi Manson Charles incitarono l’odio pubblico nei confronti degli hippy che erano aggrediti per strada.

A cinquanta anni dalla strage sono attesi in Italia, a metà settembre, due film su Sharon Tate, diretti da Quentin Tarantino e da Daniel Farrand, “Once Upon a Time in Hollywood” e “The Haunting of Sharon”.

Nei film si rievoca con nostalgia e romanticismo una stagione del cinema e la cultura dell’epoca, mentre lo spettro mortifero di Charles Manson aleggia come la più grande incarnazione dell’incubo americano.

A prescindere dalla narrazione, entrambi i film, di certo, ricorderanno la profonda tristezza per quelle morti tanto tragiche quanto assurde e, anche a riflettori spenti, nella memoria collettiva l’impatto di quel massacro resterà per sempre radicato nelle coscienze insieme a tutte le drammatiche contraddizioni che caratterizzano l’America.

Gianmatteo Ercolino

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