Ciao Giovanni

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Viviamo in un contesto difficile. Non è la scoperta dell’acqua calda, ma la stigmatizzazione amara di una congiuntura che, assieme agli ultimi risparmi, sta sacrificando la comprensione. E lo fa sull’altare di un giustizialismo spesso miope.

Non ho scritto subito sulla vicenda del suicidio di Lavagna, per non violare il silenzio di una famiglia straziata e per il dolore forte che leggere quell’agenzia maledetta mi ha procurato.Perdere un figlio, indipendentemente se l’abbia o meno generato, è quanto di più terribile possa accadere a una madre. Giovanni aveva sedici anni, un cuore carico di sogni, come ogni ragazzo. Forse qualche dolore.Battere le lettere sulla tastiera, rischia di pormi dalla parte della morale che non voglio e non posso fare, pur ritenendo orrendo e innaturale aver chiamato la Guardia di Finanza per 10 grammi di fumo. Mi spinge a dire la mia, il desiderio, forse utopistico, che queste cose non accadano più.

A sedici anni la personalità è fragile, immatura e desiderosa di formarsi. La sperimentazione è un bisogno naturale che un genitore, nel rispetto dovuto a un essere impegnato nella posa dei primi mattoni del suo domani, deve guidare. Un compito delicatissimo che non può essere portato avanti se manca l’amore, una forza che solo in pochi arrivano a conoscere nel profondo. Il più prezioso dei doni, ma nel contempo il più complesso perché ha il potere di trascinare, se non compreso e gestito con cura, una miriade di sensazioni immature. Il possesso, l’istinto di protezione, l’educazione attraverso punizioni troppo severe, che la psiche di un ragazzo non è in grado di sopportare.

I danni causati dalla repressione lasciano spesso segni profondi che solo un maturo lavoro su sé stessi potrà, un giorno, sanare.Per essere bravi genitori bisogna prima imparare ad amarsi, conoscersi, perdonarsi, sforzarsi di cercare quotidianamente quell’equilibrio che consente di accogliere nella propria solidità un’anima bisognosa di un punto fermo. Sia essa un figlio naturale, adottato, un allievo.

Non ci sarà alcun problema che non potrà essere affrontato, nessun vuoto che non potrà essere colmato, se dentro si è scelto di diventare artefici della propria vita. Se si è deciso consapevolmente di essere grandi. Di aprirsi alle esperienze, senza aver paura dell’esistenza. Si può insegnare solo ciò che, con dedizione, si è fatto proprio e sovente basta l’esempio a trasmetterlo.Quante volte si soffrirà nel vedere qualcuno che si ama, intraprendere una strada sbagliata… mancherà il respiro…

Ma si starà lì con la mano tesa ad aspettare. Si accarezzerà la solitudine, si parlerà e si abbraccerà perché ogni figlio che si sentirà accusato, scapperà, per la mortificazione o il senso di colpa e si infliggerà per questo un male, per autopunirsi. Spesso accade perché non è ancora adulto.

Si chiederà aiuto se sarà necessario. Non è disonorevole farlo! Ma prima di tutto, con delicatezza, si asciugheranno quelle lacrime del cuore.Non si può vietare la sofferenza, ma la si può condividere. Questo è il vero coraggio. Esiste un’autorità compassionevole che sa educare senza ferire.

Ciao Giovanni...

Silvia Girotti

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