Chi è Vanderlecia Ortega dos Santos “Vanda”, l’infermiera che sta tentando di salvare gli indigeni dal Covid.

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Non più tardi di qualche settimana fa un uomo di etnia Piratapuia, Vincente, ha iniziato ad accusare in modo del tutto improvviso ma non per questo meno violento una febbre fortissima e delle sempre più preoccupanti difficoltà respiratorie. L’uomo, sessantanove anni, ha sempre vissuto nel Parque das Tribos, il selvaggio e misterioso territorio abitato dalla stragrande maggioranza delle tribù indigene brasiliane, ma la cosa più preoccupante è che malgrado i problemi di salute non sembrava intenzionato ad abbandonare la propria casa neppure per recarsi in ospedale dove avrebbe potuto ricevere le cure necessarie: forse per orgoglio o più forse più semplicemente per non essere stato informato in modo adeguato circa i pericoli che correva, Vincente aveva deciso di morire in una piccola capanna al centro di quello stesso territorio dove era nato e cresciuto.

In quel momento, per scongiurare un epilogo drammatico le autorità del luogo non hanno potuto far altro che avviare le ricerche per individuare qualcuno in grado di risolvere l’intricata situazione: naturalmente, non sarebbe stato sufficiente un comune medico serviva qualcuno dotato di qualità difficilmente acquisibili solamente attraverso gli studi universitari, qualcuno con una sensibilità fuori dal comune, una notevole capacità di compenetrarsi in fretta nella mentalità del popolo indigeno e, cosa tutt’altro che secondaria, di parlare la lingua di Vincente. Tale figura venne presto individuata nella giovane ma risoluta infermiera Vanderlecia Ortega dos Santos, a tutti nota col nome di “Vanda”; dopo aver appreso la situazione lei si recò subito dal proprio nuovo paziente spiegandogli in maniera chiara quali sarebbero state le conseguenze se avesse rifiutato di trasferirsi in un ospedale e convincendolo lentamente ad accettare di ricevere le cure necessarie.

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Il compito di Vanda, teoricamente, avrebbe potuto terminare in quel modo né di certo nessuno avrebbe potuto biasimarla se avesse deciso di tornare alla vita di sempre, eppure una volta nei meandri dell’Amazzonia la donna non ha potuto far altro che accorgersi di quanto drammatica fosse la situazione: il numero di persone che accusavano sintomi simili a quelli del suo paziente cresceva di giorno in giorno al pari del numero di morti e dello sbigottimento generale; l’infermiera, discendente da un altro antico popolo indigeno presente in Colombia e in Perù, i Witoto, ha così deciso che non avrebbe lasciato sola la popolazione del luogo ma che avrebbe impiegato tutte le proprie forze per dar loro una mano.

Fin dall’inizio di tale impegno purtroppo, Vanda ha dovuto constatare quanto fosse complicato riuscire a intervenire concretamente in una regione del mondo così isolata: nel Parque das Tribos infatti non tutti hanno la medesima fortuna di Vincente dal momento che circa 7,8 milioni di indigeni o di persone residenti in zone periferiche della nazione si trovano a diverse centinaia di chilometri di distanza dagli ospedali più vicini e non potrebbero raggiungere nessun centro abitato se non con mezzi di fortuna (palesemente inadatti a una persona con la polmonite) o con elicotteri privati, i quali tuttavia vengono destinati solo in minima parte a tale scopo. Vanda dal canto suo si reca quotidianamente in visita alla popolazione locale spostandosi con i mezzi più disparati (muli, trattori e perfino a piedi) pur di visitare il maggior numero possibile di ammalati e di distribuire gli antiinfiammatori necessari per guarire; eppure, com’è ovvio tale generoso sforzo non è neppure lontanamente sufficiente a prevenire il diffondersi del contagio né a curare i pazienti più gravi i quali avrebbero al contrario bisogno di essere ricoverati in rianimazione: l’assenza di un trattamento adeguato, nelle ultime settimane, ha fatto sì che il tasso di letalità del Coronavirus fra le popolazioni amazzoniche superasse il 12%, circa il doppio rispetto a quello dei residenti nelle zone urbane e sebbene tali impietose statistiche ci spingono a riflettere ancora una volta sul dramma delle disuguaglianze sociali, esse sembrano rivelare solo in minima parte la natura e la radice del problema.

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Sono stati in molti infatti a chiedersi come sia stato possibile che un popolo autarchico e amante dell’isolamento come quello indigeno possa aver così rapidamente contratto il Covid, la risposta purtroppo è che essi ancor prima della malattia sono stati vittime di due armi ben più pericolose: l’ignoranza e la disinformazione. Fin dall’arrivo del Covid in Brasile sono state numerose le autorità che ne hanno superficialmente sottovalutato l’impatto inducendo la popolazione ad assumere comportamenti spregiudicati e pericolosi: persino il sindaco di Manaus, la metropoli più vicina alle tribù amazzoniche nonché la più colpita dall’epidemia, aveva inizialmente bollato come “comportamenti isterici ed esagerati” gli atteggiamenti di coloro che temevano un’escalation del contagio; e sebbene oggi Arthur Neto, questo è il nome del sindaco, critichi ferocemente la decisione di Bolsonaro di non dichiarare un lockdown nazionale accusandolo mettere a repentaglio la salute delle popolazioni amazzoniche, fino a non più tardi di poche settimane fa egli era stato tra i più convinti sostenitori della linea politica del Presidente.

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In altre parole, non è ben chiaro come abbia fatto il virus a giungere nel Brasile settentrionale: è molto probabile che uno degli abitanti locali si sia recato in qualche grande città per acquistare cibo o altri beni ed abbia contratto il Covid trasmettendolo poi a sua volta ad altri indigeni, ma tale mistero giunti a questo punto non può essere catalogabile che come una semplice curiosità, ciò che conta maggiormente è che qualunque sia stata la causa di una così rapida diffusione essa sarebbe stata evitabile con un minimo di prudenza in più ed in fondo è forse proprio questo a indurre maggiori perplessità in Vanda e in tutte le altre persone che come lei sono impegnate in prima linea nel combattere questa battaglia.

Gianmatteo Ercolino

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