CRISI ENERGETICA IN CINA

PIL ridotto al 7.8%, nel mentre che si cerca di non superare i limiti sui consumi

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“Nel mezzo di una protesta sul clima, ci trovammo in una questione oscura, che la crisi d’energia scoppiò in Cina”. Il Sommo Padre Dante, se scrivesse la Commedia ai giorni nostri, potrebbe iniziare così il suo capolavoro. Nel mentre che tutto il mondo ha i fari puntati sul Youth for Climate, il clima è il tema portante anche in Medio Oriente, che si ritrova ad affrontare una crisi di proporzioni non indifferenti. Sia perché l’epicentro è la Cina, una delle maggiori potenze mondiali nonché uno dei Paesi più popolosi al mondo, che rischia di avere una ripercussione a livello globale. L’ANSA riporta un po’ di dati che provengono da quelle latitudini: Bloomberg informa che 17 province e regioni hanno preannunciato delle interruzioni parziali di energia nell’industria pesante, ed è una notizia non di poco conto se si considera che il territorio oggetto di disquisizione influisce sul Prodotto Interno Lordo del Dragone per il 66%; a proposito del PIL, Goldman Sachsha previsto che per la fine dell’anno scenderà dall8.2% al 7.8%, con il 2022 che dovrebbe vederlo addirittura precipitare al 5.5%. La casus primae individuata dall’Agenzia Nazionale Stampa Italiana, è nei prezzi esorbitanti del carbone, che gravano sull’economia generale nonostante la produzione di energia elettrica sia costantemente alta.

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Alcune aree cinesi hanno persino stoppato quasi del tutto le emissioni, per rientrare nei limiti imposti dal governo centrale riguardo le emissioni di anidride carbonica e altri agenti inquinanti. Ragionando sempre sulle tempistiche, è curioso come il centellinare della distribuzione energetica in Cina si stia verificando quando le più grandi aziende di Pechino e dintorni si stiano prodigando nella produzione di tutti i regali in vista del Natale, anche per distribuire prodotti alle grandi industrie mondiali. Focalizzandoci, invece, sulle zone la questione è di rilevanza primaria per quelle province che sommate incidono per un terzo sul PIL cinese: Jiangsu, Zhejiang e Guangdong. Stando a quando sostengono analisti ed esperti del settore la riduzione nella produzione condurrà verso un progressivo aumento dei prezzi di numerosi beni secondari e non.

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La prezzatura, tra l’altro, era già stata soggetta ad una piccola inflazione causa la crescita del costo delle materie prime, quelle energetiche incluse. Varie aziende e industrie, infatti, hanno quasi fermato la produzione dall’inizio di questa settimana, auspicandosi di tornare a pieno regime nel breve termine. Riguardo la produzione di CO2, prima tessera di questo lungo domino, il presidente Xi Jinping aveva più volte rivelato misure per ridurne le emissioni e favorire l’uso di fonti rinnovabili; come primo passo, anche se la strada da percorrere per arrivare alla soluzione di questo rompicapo appare tortuosa, la Cina chiuderà fino a data da destinarsi la creazione di nuove centrali a carbone su suolo straniero. Il problema, però, permarrebbe comunque: Beijing non si occuperebbe per ora di quelle attive, e sono numerose, sul proprio territorio. E l’auspicio è che questo non sia foriero di un “effetto farfalla” sugli altri Paesi, che si troverebbero a lottare contro una crisi energetica ed economica nel periodo storico peggiore possibile.

(Fonte: il Post, si ringrazia)

Francesco Bulzis

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