COVID-19 E CHIRURGIA: L’ETERNA RICERCA DELLA BELLEZZA

(o eterna ossessione per la bellezza?)

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cms_21737/1.jpgSpecchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?

Se a risponderci fosse un manuale di storia dell’arte, probabilmente ci verrebbe indicata la Venere di Botticelli, che ha incarnato per secoli il canone di riferimento per la bellezza femminile (con la sua controparte maschile rappresentata dal David di Michelangelo).

E’ paradossale, ma forse dovrebbe anche far riflettere, il fatto che la stessa Venere, se analizzata dall’occhio attento di un chirurgo plastico dei giorni nostri, probabilmente non sarebbe più considerata tanto perfetta. A voler essere intransigenti, si possono individuare addirittura 7 “difetti” sul corpo della dea, alcuni dei quali, vedi lo strabismo, sono ormai divenuti proverbiali. (Per i più curiosi, o perfidi, ecco i restanti 6: il dito medio della mano più lungo del palmo, le rughe sul collo, il piede alla greca, le linee addominali oblique, i capelli biondi con colore differente all’attaccatura, le fossette sul fondoschiena).

Quella dell’uomo nei confronti della bellezza è quasi un’ossessione, e dura da secoli. Scolpita nel marmo, immortalata nei versi dei più celebri poeti. In suo nome sono state addirittura combattute delle guerre (Elena di Troia ne sa qualcosa). Eppure, nonostante i numerosi tentativi di carpirne la vera essenza, riferendola a rigidi canoni o proporzioni auree, la bellezza rimane ancora un mistero.

Per molto tempo si è ritenuto fondamentale il requisito della simmetria. La logica dietro questa preferenza, riscontrata sia in animali che esseri umani, nascerebbe dall’associazione fra un corpo simmetrico, geni resistenti e un sistema immunitario forte. Questa teoria evoluzionistica sarebbe confermata anche da studi che evidenziano standard di attrattività simili in tutte le culture.

Se pensate però che la simmetria basti a renderci belli, date uno sguardo agli inquietanti ritratti di Alex Jhon Beck, il fotografo che si è divertito a “specchiare” la metà destra e sinistra dei volti dei suoi soggetti, creando fisionomie tutt’altro che gradevoli. Anche la scienza è d’accordo. Sul canone della simmetria si basa all’incirca il 50% dei giudizi. E l’altra metà? Il team di ricercator del Massachusetts General Hospital, dell’Università di Harvard e del Wellesley College (Boston) è riuscito a dimostrare che dipende da fattori strettamente soggettivi. Tramite test di valutazione somministrati a coppie di gemelli, è stato osservato che la preferenza di un volto dipende da fattori ambientali relativi a esperienze altamente individuali. Dimenticate i geni, la famiglia d’origine e il contesto socioculturale, a definire i nostri canoni sono le interazioni sociali altamente specifiche (i volti di amici, partner o primi fidanzat*, personaggi noti, ecc.)

cms_21737/2.jpgMa ha davvero senso questa ossessione così evidente per la bellezza?

Da un punto di vista scientifico, i presupposti, almeno in parte, ci sarebbero. Ad intervenire è il cosiddetto effetto alone, secondo cui la percezione di un tratto è influenzata dalla percezione di uno o più tratti dell’individuo o dell’oggetto.

Se qualcuno ci fa una buona impressione con il suo aspetto esteriore, saremo portati a credere che anche altre caratteristiche della persona siano altrettanto positive.

In sostanza, ciò che è bello deve essere anche buono”, un po’ come avveniva nell’antica Grecia con il canone del καλὸς καὶ ἀγαθός (“bello e buono”).

In psicologia sociale sono innumerevoli le ricerche che evidenziano la correlazione fra bellezza e alta autostima. Lisa Slattery Walker e Tonya Frevert dell’Università del North Carolina hanno dimostrato che studenti più belli tendono a essere giudicati dagli insegnanti come più competenti e intelligenti. Nel mondo lavorativo, a parità di competenze e ruoli professionali, le persone belle tendono a percepire stipendi più alti.

Tuttavia, parafrasando un noto detto, anche i “belli” piangono. Effettivamente, la bellezza può essere percepita anche come minaccia, e, nei casi più estremi, determinare emarginazione e rifiuto sociale. Inoltre, un altro aspetto preoccupante riguarda le cure mediche. Vista la consueta tendenza ad associare la bellezza alla salute, da una recente ricerca è emerso che i medici tendono ad essere meno scrupolosi quando visitano qualcuno di bell’aspetto.

cms_21737/3.jpgContro ogni aspettativa, con l’avvento del Covid-19 si è registrato un incremento del 30% nel ricorso a pratiche di chirurgia plastica. Durante la pandemia, secondo il dottor Ludovico Palla, specialista del settore, le persone “hanno avuto un periodo abbastanza lungo per riflettere sulla propria fisicità”. Solo più tempo per pensare al nostro aspetto quindi? E se fossero le nostre insicurezze ad essere aumentate? I lunghi lockdown hanno avuto (e continuano ad avere) importanti effetti sul tono dell’umore e sulla nostra autostima, e sicuramente anche il maggiore utilizzo dei social ha fatto la sua parte. Il problema infatti, non è tanto nella presenza di canoni di bellezza ideale, presenti da sempre e anche in epoche passate, quanto nell’esposizione reiterata a questi modelli, che ci vengono riproposti dai media continuamente, e oggi, grazie al covid, ad un ritmo addirittura incessante. Se guardarsi per troppo tempo allo specchio può far male (lo sostiene uno studio britannico del 2012, pubblicato su Behaviour Research and Therapy), immaginatevi quanto può essere dannoso il confronto continuo con uno schermo che vi rimanda un’immagine distorta e idealizzata della realtà.

Chirurgia plastica, occorre preoccuparsi? Ritocchi e punturine non sono assolutamente da demonizzare, a volte possono davvero contribuire a farci riacquisire fiducia in noi stessi. Tutt’altro discorso quando si parla di perfezionismo malato. Il ricorso compulsivo ai trattamenti estetici, l’ossessione per specchio e bilancia e il continuo rimuginio su caratteristiche negative, sono tutti campanelli d’allarme. Gli esiti psicopatologici del perfezionismo, come dismorfismo e disturbi alimentari, non vanno certamente sottovalutati.

Operarsi per migliorare un difetto fisico è possibile e sacrosantamente giusto. Si sbaglia in partenza però, se si crede che un ritocco possa agire sul grado di accettazione di sé, o, ancora peggio, sul grado di accettazione che gli altri hanno di noi.

Migliorarci… dovremmo farlo sempre prima per noi stessi e non dimenticarci mai di dare all’interiorità la stessa importanza che riserviamo all’esteriorità.

Ludovico Aniballi

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