CONTRO LA LEGGE ANTI-ABORTO

Il Ministero della Giustizia ne richiede il blocco presentando una mozione di emergenza al Texas

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Facciamo un salto indietro di due settimane. Il Texas decide di balzare agli onori della cronaca nel modo sbagliato, varando una delle leggi più restrittive degli Stati Uniti: quella passata poi all’opinione pubblica come “legge anti-aborto”. Praticamente il cosiddetto Heartbeat Act proibisce alle donne di interrompere la gravidanza trascorse le sei settimane. E questa fa il paio con la più permissiva legge sulle armi, emanata poco tempo prima, nonostante l’arrivo di Joe Biden alla presidenza stesse portando i 50 stati a stelle e strisce verso un cambio di rotta. Probabilmente l’attuale capo di stato starà anche prendendo scelte poco felici, il che gli sta costando un drastico calo nei sondaggi di gradimento del popolo, ma l’ira con cui si è scagliato contro la legge texana invita ad una riflessione. Il presidente americano ha definito l’atto “incostituzionale”, promettendo di “impegnarmi a difendere i diritti delle donne”. Perché alla fine di quello si tratta, di un attacco alla libertà femminile, e per questo il Dipartimento della Giustizia americano si è adoperato per presentare una mozione di emergenza per bloccare provvisoriamente la legge anti-aborto.

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Il ministro Merrick Garland aveva infatti preannunciato che avrebbe mosso azioni legali contro l’Heartbeat Act: “la legge sull’aborto del Texas impedisce alle donne di esercitare i loro diritti costituzioni e uno stop è necessario per tutelare i diritti costituzionali delle donne in Texas e l’interesse sovrano degli Stati Uniti” si legge nella documentazione presentata in tribunale. Neanche la “settima arte”, la cinematografia, si è astenuta dalla denuncia contro questa limitazione dai contorni che sfuggono alla comprensione umana. L’esempio più eclatante è il film L’événement, conosciuto in Italia come 12 settimane, vincitore del Leone d’Oro al Festival del Cinema di Venezia. La pellicola ispirata all’omonimo romanzo di Annie Ernaux, racconta di quello che la Francia ha vissuto negli anni ’60 prima che nel 1975 venissero approvate le leggi che legalizzavano l’aborto. Un’epoca che pare lontana, ma che purtroppo torna d’attualità. La storia prende il via nel 1963: la brillante studentessa Anne è posta dalla politica del suo Paese davanti ad una scelta, se proseguire gli studi per diventare un’insegnate o rischiare la prigione per interrompere una gravidanza inaspettata e indesiderata.

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I pensieri della protagonista colpiscono chi guarda come un martello, inducendo a riflettere su quali possono essere le conseguenze di un cambiamento tanto grande quanto precoce. E le immagini, crude e potenti, colpiscono ancora più forte: cosa deve sopportare una donna per poter rinunciare alla vita che porta in grembo? Anzi: a cosa deve far fronte pur di perseguire i propri studi e di doverlo fare clandestinamente, perché poi sono pronti giudizi impietosi e dita puntate. Il film prende luogo sessanta anni fa, ma questa mentalità è ancora attuale e presente. In un’epoca di bieco femminismo, ormai ridottosi all’ombra del sé che fu, un’opera che eleva come è giusto che sia il corpo femminile a simbolo di una vera lotta per i diritti femminili. Il fil rouge che lega Texas, Francia e Italia è un grande memento dei valori su cui deve veramente fondarsi la lotta per l’uguaglianza.

Francesco Bulzis

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