CONFUTAZIONE DELL’OGGETTIVITÀ

Come le semplificazioni portano a ritenere aspetti della vita non passibili di opinioni divergenti

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«Messi è oggettivamente più forte di Cristiano Ronaldo». Partiamo da una delle frasi più comuni tra i calciofili e le calciofile, soffermandoci su quell’avverbio che toglie un po’ di gusto nell’argomentare una tesi diversa. Un vocabolo, assieme ai suoi derivati, entrato nell’uso comune della lingua italiana senza che effettivamente si ponesse la giusta attenzione al suo peso specifico. Non per negligenza, ma perché l’evoluzione di una lingua – e della cultura che essa si porta dietro – porta tendenzialmente a perdere i significati semantici, pragmatici e sovente filosofici che si celano dietro alcuni termini. “Oggettività” e famiglia rientrano tra questi. Questa parola designa solitamente una rappresentazione ideologica corrispondente alla realtà e quindi non dipendente a un’attività della coscienza intesa in senso assoluto. Filosoficamente parlando, questa corrente di pensiero realistica si contrappone a una idealistica: quest’ultimo macro-modo di concepire il mondo sostiene come ciascun aspetto della vita possa avere una interpretazione arbitraria. Ciò non vuol dire che oggettività e soggettività siano auto-esclusive, piuttosto che possono essere “fuse” insieme per trovare una sorta di equilibrio su come intendere determinati aspetti della vita. Qui viene in nostro aiuto una definizione enciclopedica di “oggettività”: carattere di ciò che è aderente alla realtà dei fatti.

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Prima di analizzare questa asserzione – chiave della confutazione dell’oggettivo inteso in senso assoluto – un inciso è doveroso. Con il tempo “oggettivo” e “obiettivo” sono diventati sinonimi, ma in realtà intendono due definizioni diverse. Il secondo termine va a sovrapporsi, giustamente, a “imparziale”; descrive, dunque, un modo asettico di applicare dei giudizi – libero da condizionamenti che non riguardino gli elementi forniti da ciò che si sta valutando. Proprio per questo, volendo solo considerare sono degli elementi inconfutabili, si tende a considerare anche il proprio oggetto di valutazione scevro da interpretazioni. Quali sono questi sedicenti “elementi inconfutabili”? I dati, i numeri, ovviamente. 2 più 2 fa 4, e su questo non si discute. Esempio di come chi scrive non stia cercando di smontare l’esistenza dell’oggettività, quanto di allargare la veduta alla possibilità che non tutto sia come effettivamente sembra. Ci sono infatti dei casi in cui anche le cifre si piegano alla soggettività. Esempio: One Piece ha totalizzato più di 500 milioni di copie, diventando il manga più venduto di sempre. Che lo sia c’è poco da discutere, ma una possibile interpretazione soggettiva potrebbe essere: “lo è perché conta più di 100 volumi”, sottintendendo come se fosse stato più corto forse non si sarebbe insignito di questo prestigioso titolo. Nulla contro i fan di questa meravigliosa opera.

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Allontaniamoci dai numeri, “freddi e asettici”, come chi non ama la matematica si diverte a definirli. E scoperchiamo il vaso di Pandora, andando a scomodare anche le convinzioni più radicate nella nostra cultura di esseri umani. “Il cielo è blu”. E c’è anche bisogno di confermarlo? Anzi, non sarebbe addirittura sacrilego provare ad affermare il contrario? Forse, ma probabilmente una persona daltonica potrebbe vedere ciò che abbiamo sopra le nostre teste di un altro colore. Un esempio un po’ banale, forse, a tratti oltraggioso nella sua semplicità ma per certi versi efficacemente riassuntivo di come sia diventato sempre più difficili aprirsi a interpretazioni differenti da quelle “solite”. Torniamo a scindere “obiettività” e “oggettività”, intendendo la prima come il passo precedente alla seconda, la parte più facile che porta poi a quella più difficile. Di asserzioni obiettive ne è pieno il mondo, e qui ne sono state presentate due, in quanto si basa una valutazione su elementi alla portata di chiunque. Quando questi elementi passano dalla valutazione di più soggetti, che ne danno un’interpretazione pressoché identica, allora si accede all’oggettività – e, per estensione, all’impossibilità della confutazione.

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Una bellissima scena del film Interstate 60 è esemplificativa di questo discorso. Neal Oliver (interpretato da James Marsden) è seduto su un letto, e gli vengono fatte vedere da Ray (portato sullo schermo da Christopher Lloyd) delle carte da poker. “Fiori, picche, cuori, quadri” dichiara il protagonista mentre gli vengono presentati i semi. Questo giro, con delle variazioni nell’ordine, viene ripetuto per tre volte. “Promosso?” chiede, sicuro della risposta. “No”, sorride Ray, mostrando il dettaglio che era sfuggito e che aveva portato a credere che tutti i semi fossero oggettivamente uguali. “Cuori neri e picche rosse? Andiamo, mi hai imbrogliato” si lamenta Neal. “A-ah”, lo rimbecca l’altro, “l’esperienza ti ha condizionato a pensare che tutte le picche siano nere e tutti i cuoi debbano essere rossi, le forme sono simili quindi per la tua mente è facile recepirli sulla base delle esperienze passate piuttosto che aprirti all’idea che potrebbero essere diversi… vediamo quello che ci aspettiamo di vedere, non quello che c’è in realtà”.

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È una semplificazione culturale – dettata dalle esperienze pregresse, e quindi da un’abitudine rimasta invariata nel corso del tempo – quella che ci consente di poter accedere a un qualcosa di importante, filosoficamente e sociologicamente, come l’oggettivo. Perché vorrebbe dire tenere sospese le proprie facoltà critiche o dare per scontato che quell’elemento possieda esattamente e unicamente quelle determinate caratteristiche. Quando più interpretazioni o opinioni si assomigliano, o puntano tutte verso la medesima interpretazione, si tende a dire che quel qualcosa è oggettivo. Certo, ci sono alcuni aspetti che effettivamente lo sono ma intendere altri solo perché le semplificazioni e gli accomodamenti culturali non ci portano più ad aprirci verso nuove interpretazioni potrebbe portare a dare sempre più elementi per scontati. Mentre il cambiamento è la prima scintilla dell’evoluzione, e anche un “non sono d’accordo con quanto stai esprimendo” potrebbe portare a rimettere in discussione anche i fondamenti più solidi. Riprendendo la succitata scena del film: “e allora ci chiediamo quante altre cose non riusciamo a vedere – suoni, segni, odori, profumi – solo perché non ci siamo abituati”.

Francesco Bulzis

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