CONDANNATO JOSHUA WONG

L’attivista democratico costretto a tredici mesi e mezzo di reclusione

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Alla fine batté il martello. E la sentenza non è stata clemente per Joshua Wong: tredici mesi e mezzo a carico dell’attivista, per quanto accaduto la notte del 21 giugno 2019, quando incitò i suoi compagni del movimento a circondare il comando della polizia di Hong Kong. Il giudice non è stato indulgente neanche nel motivare la sentenza, ritenuta “necessaria a enfatizzare deterrenza e punizione”. Ovviamente Wong non si è lasciato sfuggire l’assist per professare il suo credo: “Saranno giorni duri, ma resisteremo” urla il giovane, nel mentre che viene forzosamente rimesso in cella. Assieme a lui vi sono Ivan Lam, che dovrà scontare sette mesi di detenzione, e Agnes Chow, condannata a dieci. Joshua e Ivan hanno già provato sulla loro pelle l’oppressività del sistema carcerario, mentre per la donna è la prima volta. Proprio quest’ultima aveva raccontato di aver perso peso a causa dello stress, oltre ad essere scoppiata in lacrime in aula.

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Una volta delineato il finale della storia, è giunto il momento di riavvolgere il nastro fino a risalire allo “scoperchiamento del vaso di Pandora”: la promulgazione della Legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong voluta da Pechino. Come conseguenza, il 31 giugno 2020 Joshua Wong, Agnes Chow e Nathan Law hanno lasciato il gruppo Demosisto da loro fondato. La motivazione era il timore di essere incarcerati ed estradati in Cina, dove non sarebbero (stati) clementi. Il gruppo, per ora, è formalmente sciolto. Andando un po’ più indietro, nel 2017 Wong (assieme a Law e Alex Chow) era stato condannato a 7 mesi di prigionia per le proteste a Hong Kong del 2014 (la cosiddetta “Rivoluzione degli ombrelli”); dei tre, il 24 ottobre dello stesso anno, solo Wong e Law accettarono il pagamento della cauzione. Tra il 2018 e il 2019, inoltre, Wong venne condannato a 2 mesi di carcere per la questione dello sgombero coatto di Mong Kok.

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E ora l’ultimo arresto. Wong, Law e la Chow si erano dichiarati colpevoli la scorsa settimana, nell’ambito di un attivismo democratico che credeva di poter bloccare la morsa cinese. Con loro potrebbero finire anche gli oppositori di Pechino. E la vita, come testimonia Joshua Wong stesso nelle lettere agli amici, non è per nulla semplice: “sono in una prigione dentro la prigione”, racconta, facendo riferimento all’isolamento forzato cui è stato sottoposto. “Voglio che il futuro sia deciso dalla gente di Hong Kong, non dal partito comunista – asseriva nel 2014 – la battaglia per la democrazia darà i suoi frutti, siamo pronti a pagare il prezzo”. Ecco, il tempo di saldare i conti con la giustizia e con il destino è giunto. Ma il giudizio delle conseguenze spetterà soltanto ai posteri.

Francesco Bulzis

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