COMPATIRE O CONSOLARE?

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Un nuovo sapore ha la vita dopo averne provato la perdita. Ci si sente come quando mamma ti diceva: assaggia questo piatto, senti quanto è buono. E noi, bambini, ci ostinavamo sulla nostra posizione negativa. ‘Ti ci vorrebbe un po’ di fame!”

Ecco come ho visto il vivere dopo che una notte ho riaperto gli occhi ed ho visto una luna, anzi, ho visto prima una finestra e dietro di essa una luna che mi pareva non aver mai visto. Eppure, era la stessa che per tanti anni era rimasta lì ad accompagnare le notti.

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Hypnos e Thanatos, i figli della notte. Figli diversi, tutt’e due hanno bisogno del buio, ma altrettanto tutt’e due sognano un risveglio e una resurrezione.

Così ogni mattina, quando il sole ritorna, la vita riprende con tutta la sua forza e con la stessa la si affronta.

Dolce e chiara è la notte e senza vento,

e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti

posa la luna, e di lontan rivela

serena ogni montagna.

(Giacomo Leopardi – La sera del dì di festa)

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Raccontato tutto questo, vi giro due domande:

Avete mai provato la sofferenza dalla parte di chi la vede e dalla parte di chi ce l’ha?

Avete mai sperimentata la compassione dalla parte di chi la prova e dalla parte di chi la riceve?

È stato così che mi ha incastrato un fraticello incrociato tempo fa in una corsia di ospedale. Come dire: stavo quasi per rispondergli ma non ce la facevo. Poi mi sono detto ma se ne avessi avuto la forza che gli avrei detto? Meglio che stavo come stavo, così mi sono risparmiato una risposta raffazzonata, tanto per sembrare o l’uomo più santo del mondo o l’uomo più superficiale del mondo.

Comunque, non riuscivo a togliermelo di torno. Pur provando a fingere un sonno profondo lui restava lì.

Accennava piccoli saluti, leggeri sorrisi, ma non si muoveva da lì. Voleva le risposte!

Ma possibile mai che un frate cappellano in un ospedale andasse cercando la soluzione ad un problema del genere! Ma chi ce l’ha mandato questo?

E stava. S’era messo pure seduto a fianco al letto. Come si dice: la cosa che non ti va, fattela piacere. E diamogli sta risposta.

Stavo quasi per darla, la prima frase ad effetto che mi saltava in testa, una di quelle risposte che narrano di come l’universo tutto, niente e nessuno escluso, sia pieno di tanto dolore e sofferenza e che, con tutta l’umiltà che un cristiano, che si prodiga tanto per essere vicino al prossimo, ‘Io’ mi sentivo davvero, non vicino, ma dentro proprio alla sofferenza del prossimo (si sente il sarcasmo? Se no riscrivo tutto daccapo), come se dentro quella situazione di sofferenza già non ci stesse stretto chi c’era dentro, che il fraticello mi chiese:

“Se dopo una notte di orrendi sogni una luna ti appare, che luna sarà? Una luna in cui speri stringendola a te. Sarà comunque una luna. Una di quelle che poi farà sua ogni notte. Ma che ne sarà di lei, finita la notte? Te la ricorderai quando il giorno ti chiamerà a panorami nuovi, mai visti, diversi senza il ricordo di quella luna accompagnatrice. Diversi proprio per non aver negato che la luna tornerà, ogni volta che i tuoi occhi la vorranno splendente in cielo. E quando non si vedrà la disegnerai in mezzo ai sogni, quelli fatti ad occhi chiusi nelle notti di silenzi e pensieri. Poi aprirai gli occhi e scoprirai che quella luna è rimasta sempre lì, nascosta a tutto ma non al tuo cuore. Ora torna a dormire fissando i suoi occhi che fissano te.”

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Una luna così bella non l’ho più vista. Quel frate non mi aveva compatito, mi aveva consolato. Non aveva sofferto con me, non mi aveva fatto sentire solo in quel momento poco felice.

Questo fraticello mite mite, pacioccone mi sta impapocchiando qualcosa. Scusa eh, fraticello mio, ma prima di pensare a togliere la sofferenza con la compassione o con la consolazione, sai che sofferenza ho?

No perché spesso la sofferenza che abbiamo noi pochi l’hanno così enorme! (si sente di nuovo il sarcasmo?) Adesso non voglio banalizzare l’argomento, perché esistono davvero situazioni estreme e irrimediabili, ma disse sempre il frate di cui: attento ai venditori di sofferenza. Già avevo idee fiacche e confuse, ci mancava quest’ultima affermazione. Mi rispose con un’altra meditazione:

“È fatta troppo bene la vita anche quando sembra arrivata a chiudere il suo libro. Ma non è un romanzo che puoi rileggerlo per rivivere le parti più belle. Se torni indietro nelle sue pagine non trovi più scritto nulla. Trovi un foglio bianco che ti invita a ricordare. Davanti a belle pagine vorresti fermare il tempo, ma il vento briccone con un colpo ti ricorda che è arrivata l’ora di girare. Quando il romanzo non ti piace più vorresti velocemente andare oltre. Ma il vento cambia direzione e ti lascia a meditare. Il bello di questo libro? Le pagine bianche, quelle passate, dove potrò raccontare o sognare quello che ancora adesso riempie le pagine bianche, nuove, ancora da scrivere.”

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Quindi se mischiamo le due domande da cui siamo partiti che potremmo dire?

Direi che chi si accosta a chi soffre può anche non farsi carico della sofferenza che vede, ma può non far sentire solo chi la sente, questa sofferenza. Ed in quei momenti la vicinanza di chiunque è la migliore medicina.

(Le immagini sono state realizzate dall’autore dell’articolo)

Daniele D’Amico

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