COLPO DI STATO IN BIRMANIA, LE CONSEGUENZE

San Suu Kyi a processo senza avvocato. Migliaia di manifestanti in strada a Rangoon

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16 febbraio: inizia il processo contro Aung San Suu Kyi. Piccolo dettaglio: all’udienza non era presente il suo avvocato. Il legale non era stato avvisato del processo contro la leader del Myanmar - arrestata a inizio mese a seguito di un colpo di stato da parte dell’esercito - e al suo arrivo il primo grado si era già praticamente concluso. L’esercito birmano ora a capo del Paese, posizione ottenuta in maniera non esattamente ortodossa, accusa San Suu Kyi di aver infranto le restrizioni riguardo le importazioni per l’uso di alcuni walkie-talkie acquisiti in maniera illegale. Ma dinanzi al giudice è venuto a galla anche un altro particolare: il mancato rispetto di alcune regole sulla gestione dei disastri naturali, ovvero l’aver incontrato una folla di persone durante la pandemia in corso. Per le due accuse la donna rischia sei e tre anni di reclusione, rispettivamente. Una spada di Damocle non di poco conto che pende sulla testa del Premio Nobel per la pace, sostenuto da proteste che affermano la pretestuosità delle accuse, viste soltanto come un modo da parte dell’esercito di consolidare (legittimare?) la propria posizione. Il partito della leader birmana ha anche informato che si trova attualmente agli arresti domiciliari.

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Nelle strade di Rangoon si sono riversati in migliaia a manifestare contro la giunta militare. E tutto questo nonostante il timore di una crescita esponenziale della violenza, espresso due giorni fa alle Nazioni Unite. “Oggi dobbiamo combattere fino alla fine, mostrare la nostra unità e la nostra forza per porre fine al regime militare – sono le parole intercettate dall’AFP e rimbalzate dall’ANSA – la gente deve scendere in piazza”. Tom Andrews, relatore dell’ONU, asserisce invece di temere una vera e propria escalation dopo essere stato informato dell’arrivo di altre truppe “dalle regioni periferiche a Rangoon”. Prevedibile contro-risposta dell’esercito birmano, il cui portavoce promette nuove elezioni: “Il nostro scopo è andare al voto e consegnare il potere nelle mani del partito vincitore – asserisce il generale Zaw Min Tun, parlando nella prima conferenza stampa tenutasi dalla data del golpe – non abbiamo ancora però indicato un giorno preciso”.

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Chan Hai, ambasciatore di Pechino in Birmania, tuttavia non è completamente d’accordo: “Non è assolutamente quello che la Cina vuole vedere, eravamo al corrente delle dispute interne sulle elezioni ma non siamo stati informati in anticipo del cambiamento politico”. Nel frattempo i militari non hanno potuto fare altro che imporre lo stato di emergenza nel Paese della durata di un anno.

Francesco Bulzis

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