CLUBHOUSE

Parlate il nemico vi ascolta!

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È diventato nel giro di poche settimane il social del momento. Che si tratti solo di una moda estemporanea o di un potenziale successo digitale, sarà il tempo a dirlo. Certo è che oggi Clubhouse è, il caso di dirlo, sulla bocca di tutti. Nato circa un anno fa in quel laboratorio del futuro chiamato Silicon Valley, Clubhouse è diventato il protagonista indiscusso del panorama social network, dando vita a una nuova rete di relazioni basate sul solo utilizzo della voce. Seguendo un andamento temporale, la rapida storia dei social media vede un’evoluzione che percorre i nostri sensi. Se solo qualche anno fa ci si basava principalmente sullo scritto e poco dopo sulle immagini, oggi per i social è arrivato il momento di basarsi sulla voce. Clubhouse consente ai propri utenti, previa iscrizione su invito, di entrare e uscire dalle diverse “room”, cioè le chat dedicate alle diverse aree tematiche, o intervenendo liberamente oppure limitandosi ad ascoltare ciò che hanno postato gli altri ospiti. Ciò che ne risulta è una bolla comunicativa in cui la discussione verte su argomenti ben precisi e con persone interessate a discuterne.

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Il social engagement operato dagli sviluppatori di Clubhouse verte su una tendenza in atto dal lato del consumatore, ovvero la sua libertà di scelta di cosa fare del proprio dispositivo a seconda dell’umore del momento: può scegliere se scrivere sulla propria bacheca, leggere il wall di Facebook, interagire su Twitter, ma anche, tendenza ormai diffusissima e che sta prendendo sempre più piede, registrare e spedire note vocali sulle app di instant messaging (vedi WhatsApp). Il palcoscenico delle interazioni tra utenti si va dunque sempre più allargando, portando ora alla ribalta un dialogo a più voci per la condivisione di opinioni e pensieri. Dopo anni di dominio incontrastato delle immagini e dei video, è giunto il momento di un nuovo modo di interagire e comunicare che fa della voce il dominus dell’intrattenimento social. Rispetto al mondo infinito e maggiormente intuitivo delle immagini, si torna a un coinvolgimento sensoriale e a un’interazione mediatica più informale e naturale, ovvero la voce, ma anche a uno sviluppo e a una maggiore capacità di attenzione nei confronti dell’altro attraverso l’ascolto. Se dunque vi sono risvolti positivi che si inquadrano in un ritorno a forme di comunicazioni meno posticce, rimane il pericolo privacy e protezione dati.

cms_21041/2.jpgPolicy inadeguata, flusso dei dati personali verso società cinesi, crittografia obsoleta, possibilità da parte di intrusi di intercettare e trascrivere ciò che accade nelle room, sono rischi concreti legati in particolar modo a potenziali applicazioni fake e quindi dannose che darebbero modo di localizzare il dispositivo e registrare l’audio. Probabilmente, e paradossalmente, lo scenario della privacy e dei propri dati in mano alle aziende è l’aspetto che preoccupa meno gli utenti dei social e del web, consapevoli o fintamente consapevoli che tutte le aziende operanti nel web hanno tutto l’interesse per far restare più tempo possibile l’utente all’interno della rete, offrendo in cambio servizi su misura per un target sempre più capriccioso ed eternamente insoddisfatto. I social si spingerebbero sempre più, e Clubhouse non ne è da meno, verso una forma di omologazione culturale e di standardizzazione aziendale in cui l’aspetto tecnico-grafico offerto è rigidamente stabilito per offrire un ambiente gradevole, pulito, essenziale e ordinato all’interno del quale esprimersi. La rete non sta facendo altro che percorrere le stesse strade del sistema capitalistico concentrando il suo potere su determinate aree pronta a soddisfare i capricci travestiti da bisogni delle persone.

Andrea Alessandrino

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