CINA E RELIGIONE: POMPEO CONTRO GALLAGHER

“La libertà religiosa dev’essere difesa”. La replica: “Le democrazie non sono esenti da colpe”

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Alla fine si ricade sempre nello stesso errore: ergere la religione a fattore di divisione, depauperando quello che fu il duro e grande lavoro di Giovanni Paolo II, al secolo Karol Wojtyla: fare della Chiesa il baluardo della libertà religiosa, così come ricorda Mike Pompeo, Segretario di Stato americano. Il politico statunitense, parlando agli attuali vertici del Vaticano, asserisce che “il Partito Comunista cinese, come tutti i regimi comunisti, ha la pretesa di essere la suprema autorità morale del suo Paese”. Mettendo, dunque, a repentaglio la libertà religiosa e, con essa, quella di pensiero. “In nessuna parte del mondo la libertà di religione è così in pericolo come in Cina, chiedo a ogni leader di fede di trovare il coraggio di ergersi contro le proprie comunità e quelle di altre fedi”.

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Non è del tutto corretto, però, attribuire tutte le colpe alla controparte; la verità, come si suole dire, risiede sempre nel mezzo. Proprio questo è il principio alla base della risposta relativamente “velata” di Paul Gallagher, Ministro degli Esteri vaticano: “Il pericolo per la libertà religiosa proviene anche dal politicamente corretto delle democrazie avanzate, e dalla pretesa di bloccare la libertà di pensiero e culto nel nome di una pensata male difesa della tolleranza”. In altre parole: nelle Nazioni democratiche la libertà religiosa viene data per scontata, quando in realtà meriterebbe attenzioni e tutele come qualunque altro diritto considerato “a rischio”. Per non parlare del fatto che, in realtà, le minoranze religiose vengono comunque malviste e sottoposte ad un limite di tolleranza minore rispetto a quello che vige per le “maggioranze”. Uno a uno, palla al centro.

L’AGI, una delle prime a dare notizia di questo scambio di battute, rivela anche la casus primae del diverbio: Pompeo era volato a Roma per tentare di spiegare alla Santa Sede che, a suo modo di vedere, non era il caso di rinnovare gli accordi con la Cina per la nomina dei vescovi delle comunità cattoliche. Un incontro trasformatosi in una sorta di simposio, un convivio per dirla alla Platone, organizzato da Callista Gingrich, ambasciatrice statunitense presso il Vaticano. Il tema sul tavolo riguardava, appunto, la salvaguardia della libertà religiosa attraverso la democrazia. “La reciproca difesa della libertà religiosa è una priorità condivisa da Santa Sede e Stati Uniti, una opportunità di fronte agli attacchi che vengono mossi alla religione e al suo libero culto”. Nella lista di esempi snocciolata, e riportata dall’Agenzia Italiana, Gingrich ha evitato il richiamo diretto ai cristiani cattolici concentrandosi sui musulmani e altre minoranze: “Difendere la libertà religiosa è un imperativo che riguarda la sicurezza nazionale, qualcosa che renda una nazione più prospera, sicura e tutelata” e che niente meno che Donald Trump “ha reso una priorità”.

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Lista di esempi, si diceva. Eccola di seguito, giusto per rendere l’idea e per dovere di cronaca nonché completezza di informazione. Alla luce delle recenti dichiarazioni è la Cina a balzare agli onori della cronaca nonché al primo posto di questo particolarissimo elenco. Segue la Nigeria, sconvolta da una miriade di attacchi senza soluzione di continuità. Dai musulmani ai cristiani: il teatro più grande e sanguinolento delle violenze contro questi ultimi è il Nicaragua. Chiude la Birmania: i suoi rohingya islamici che sono costretti a fuggire dalle persecuzioni della autorità governative.

Francesco Bulzis

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