CHE BAMBOLA!

Addio alla vecchia Barbie: la rivoluzione del doll hacking

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I’m a Barbie girl, in a Barbie world / Life in plastic, is fantastic!” cantavano gli Aqua nel ’97. Erano gli anni del boom della celebre bambola in plastica, che già dal ’59 riempiva le camerette delle bambine accompagnando intere generazioni nel burrascoso percorso di avvicinamento all’età adulta. Il luccicante universo fatto di vestitini rosa, lunghe chiome bionde e accessori da piccola principessa – il “Barbie world”, appunto – è ancora oggi parte integrante del processo di transizione che conduce alle soglie dell’adolescenza, ma le “regole del gioco” sembrano essere cambiate.

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Quello che facciamo è cancellare i connotati delle bambole con il solvente per unghie, tagliare o cambiare i capelli e apportare altre modifiche corporali per dare alla bambola una nuova faccia, nuovi capelli, nuovi vestiti. - spiega Violetta, undicenne hawaiana – Adoro la ricostruzione perché mi permette di assumere il controllo della bambola: posso farla carina oppure no. Le due bambole che ho ricostruito rappresentano due parti di me: una nerd e completamente fuori moda, una forte e cool”. Il fenomeno – che, tecnicamente, prende il nome di doll hacking – sembra essere già piuttosto diffuso tra le bambine di tutto il mondo. Al di là della semplice funzione ludica, quella che potrebbe apparire solo come una banale e infantile alterazione dei connotati assume un forte valore simbolico per una generazione che promette di rivoluzionare il mondo degli stereotipi femminili. Molte delle bambole in commercio, infatti, propongono un modello di donna standardizzato, enfatizzando fino all’esasperazione alcune caratteristiche fisiche: occhi grandi e super truccati, labbra carnose, capelli lunghi e lisci (o, all’occorrenza, arricciati per creare boccoli fluenti), fisico asciutto e curve ben in vista. Talvolta compaiono anche minigonne, maglie scollate, tacchi a spillo e accessori volti a evidenziare una femminilità forzata, quasi innaturale.

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E’ così che si confeziona e si propina alle più piccole un ideale di donna “perfetta”, tristemente presentato come unico modello a cui aspirare. Un processo che, seppur involontariamente, continua a promuovere antiche congetture sul mondo femminile: la bambola, con il suo innocente sorriso, invita la bambina a vestirsi e acconciarsi secondo i dettami imposti dalla società, spesso cercando l’approvazione del sesso opposto. Sotto i colpi di questa influenza sotterranea, tanto sottile quanto potente, si spegne un’individualità che, perlomeno durante l’infanzia, andrebbe lasciata fluire liberamente. Dalla semplice rappresentazione di un giocattolo alla nascita di pericolose teorie sul “come dovrebbe essere” una donna, il passo è breve: bastano un giro coscia poco più largo e qualche centimetro in eccesso sul punto vita a far scendere vertiginosamente l’autostima delle adolescenti, avvicinandole a disturbi psicologici ancora drammaticamente diffusi, oltre che a una distruttiva spirale di insicurezze. “Barbie ha spazio solo per mezzo fegato e pochi centimetri di intestino. - si legge su Rehab.it, sito americano che si occupa di dipendenze - Sembra che le bambole rivestano un ruolo particolare nella definizione dell’immagine del corpo femminile, soprattutto quando le ragazze sono abbastanza giovani da identificarsi in esse. Il loro impatto sull’immagine di sé e le abitudini alimentari delle ragazze è estremamente reale e misurabile”.

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Nato nelle case delle bimbe più emancipate e “ribelli”, il doll hacking si è presto trasformato in una vera e propria arte. Un’illustratrice australiana, Sonia Singh, ha ideato il progetto “Tree Dolls Change”, ridipingendo i visi delle Bratz affinché apparissero più somiglianti a quelli delle bambine. Un hobby coltivato con passione nel tempo libero, che ha riscosso enorme successo nonostante la volontà dell’artista di stare alla larga dal mondo del business. La canadese Wendy Tsao, invece, oltre a struccare le bambole e a modificarne il look, ha voluto dotarle di identità che potessero ispirare le più piccole, rappresentando il premio Nobel per la Pace Malala Yousafzai, l’astronauta Roberta Bondar, la primatologa inglese Jane Goodall, l’attivista sociale Waris Dirie, la scrittrice J.K. Rowling e tante altre. “Sono fermamente convinta del fatto che, giocando con bambole che rappresentano donne straordinarie, una bambina possa comprendere meglio il suo potenziale e credere di poter rivestire un ruolo importante molto più che voler diventare una principessa” ha commentato Wendy, fiera delle sue Mighty dolls.

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Un’idea ripresa dalla Mattel, che, in occasione della Giornata internazionale della donna 2018, ha lanciato una linea di Barbie ispirata alle personalità femminili che hanno segnato la storia: 17 grandi donne, tra artiste, aviatrici, scienziate, sportive, cuoche di fama internazionale… L’unica italiana rappresentata è Sara Gama, Capitano della Juventus Football Club Femminile e della Nazionale italiana femminile, che ha recentemente dichiarato: “Essere un esempio per le nuove generazioni nell’abbattere le barriere della società, spesso rispecchiate nello sport, è un vero onore. Barbie accompagna da tempo l’infanzia delle bambine e mi piace che le stimoli a sperimentare i propri sogni attraverso il gioco”. Già da tempo sono in commercio le Barbie ispirate ad Ashley Graham (celebre modella plus-size), Ibtihaj Muhammad (schermitrice islamica con tanto di hijab), Misty Copeland, (prima étoile di colore dell’American Ballet), Eva Chen (responsabile della moda nel team Instagram) e Ava DuVernay (regista e sceneggiatrice di successo).

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Forse non basterà così poco a spazzare via secoli di stereotipi e preconcetti sull’universo femminile, ma certamente il doll hacking contribuirà a plasmare le menti in favore di una identità di genere più dinamica, libera dalle pretese di una società ancora incline ad inutili modellizzazioni. La speranza è che le donne del futuro possano vivere a pieno la propria personalità, consapevoli del loro essere meravigliosamente “speciali”, mai “diverse” o “strane”.

Federica Marocchino

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