CARISSIMO GIACOMO

"A volte ho persino immaginato di incontrarti"

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cms_20032/2.jpgNello Zibaldone (pp 2479-2480) troviamo una considerazione che Leopardi rivolse nel 1827 ai suoi contemporanei, ma per l’accenno finale anche alle generazioni future. Le sue parole iniziano così: “Congetture sopra una futura civilizzazione…” e terminano con un appunto: “Può servire per La lettera a un giovane del ventesimo secolo”.

Lettera che l’autore non scrisse come si proponeva di fare e che avrebbe dovuto essere per tutti e in particolare per i giovani un invito a divenire portatori di civiltà ovvero di intellettualità, di amore per la conoscenza letteraria e per la poesia. Infatti così egli scrive: “…la civilizzazione tende naturalmente a propagarsi e a far sempre nuove conquiste, e non può star ferma, né contenersi dentro alcun termine…”

Di questo messaggio si fece portavoce, qualche anno fa, un giovane e promettente scrittore, Alessandro D’Avenia, sentendosi idealmente destinatario della lettera che Leopardi non aveva scritto e riconsegnando ai giovani del XXI secolo l’appello ad alimentare la conoscenza, patrimonio inestinguibile a cui attingere.

Leopardi ha comunque sempre interagito con i giovani, attraverso la sua poesia. Ai ragazzi Leopardi piace perché ama la vita, l’amore e tutto quello che è felicità nell’età più bella. Che poi queste amene cose si scontrino con l’arido vero fa parte della sua storia e della nostra.

La lettera che leggerete, scritta da me, fa parte di un bellissimo insieme epistolare, nato all’interno di un gruppo di eccezionali lettori della mia città che nel 2016 ha voluto dar vita a tante risposte a Giacomo Leopardi per quella lettera mai scritta e che oggi è più che mai attuale.

cms_20032/3.jpgCarissimo Giacomo,

se la tua lettera avesse preso forma e fosse stata scritta per giungere fino a noi ,cosa avrei letto? Me lo chiedo guardando i tuoi occhi che fanno capolino dalla copertina di una pubblicazione dal titolo “Giacomo dei libri”, acquistato qualche anno fa nella piazza dove si affaccia la tua casa a Recanati.

Avresti scritto cose per giovani condite di letteratura e filosofia o cose proprio da giovani?

Me lo chiedo perché la tua ansia maggiore, la più forte e sentita era quella di avere compagni di giovinezza, sia pur epistolari, e che, a parte Paolina e Carlo, non hai mai veramente avuto.

Oggi, se fossi qui, sapresti che il tuo nome è più caro e più vicino ai ragazzi di quanto lo possano essere i nomi di Dante o di Foscolo, che per ciascuno di noi che ti abbiamo letto, studiato e commentato, sei stato ambito interlocutore e desiderato amico, in un rapporto a due privilegiato che ancora oggi fa sì che io dica Giacomo e non Giacomo Leopardi, dopo tanto tempo in cui sono stata costretta a dire “il Leopardi”.

A volte ho persino immaginato di incontrarti, tu timido e impacciato ed io studentessa innamorata della poesia. Allora i programmi ci offrivano tra le tue liriche quelle più vicine al nostro vissuto: Il sabato del villaggio, La quiete dopo la tempesta, a Silvia. Quelle più difficili venivano studiate negli ultimi anni di Superiori.

Ma torniamo alla nostra corrispondenza. Anch’io sarei stata timidissima di fronte ad uno come te che possedeva una conoscenza così vasta da collocarsi fra i più eruditi del suo tempo. Adolescente, avevi già letto ben 8400 volumi tra quelli presenti nella biblioteca del conte tuo padre! Avevi una capacità di lettura straordinaria, eidetica, ed io immaginavo i tuoi occhi e i tuoi polpastrelli scorrere sulle pagine velocissimi!

Forse l’iniziale imbarazzo sarebbe caduto: tu a raccontare di quel 30 gennaio 1808, quando con Carlo avevate offerto un saggio di erudizione ai grandi di casa dissertando di questioni grammaticali, della struttura dell’orazione e addirittura trasferito in latino le orazioni in volgare che lo zio, conte Ettore Leopardi vi dettava, mentre Paolina doveva esporre questioni teologiche…

Così ti ho insegnato ai miei alunni, raccontando loro il tuo coraggio, gli anni dolorosi e il rifiorire delle tue speranze a Pisa e della tua poesia, le tue delusioni.

“Or poserai per sempre,

stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,

ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,

in noi di cari inganni,

non che la speme, il desiderio è spento.

Versi tratti da "A se stesso",Canti.

E concludo, convinta che quello che conta è aver condiviso il tuo pensiero nella Ginestra, pensiero che è divenuto norma di vita e di coraggio, per sempre.

Walter Binni ti ha definito giustamente “titanico “. La forza propositiva con cui ci esorti ad affrontare il nostro comune destino tutti insieme, forti di quella grande alleanza da te auspicata contro la natura, ci insegna ad amare moltissimo la vita. E la poesia, di cui oggi il mondo intero ha bisogno.

Carla Malerba

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