CAOS IN SRI LANKA

Jeffrey Sachs: “non rimarrà isolato”

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Lo Sri Lanka, colpito da una grave crisi economica e politica, ha dichiarato lo stato di emergenza poche ore dopo la fuga del suo presidente Gotabaya Rajapaksa. "È stato dichiarato lo stato di emergenza per far fronte alla situazione nel Paese", ha annunciato il portavoce del Primo Ministro Dinouk Colombage. Gotabaya Rajapaksa è arrivato alle Maldive su un aereo militare. La mossa sembrava annunciare le sue dimissioni dopo mesi di proteste diffuse per la peggiore crisi economica nella storia della nazione. Dopo che migliaia di manifestanti hanno preso d’assalto la sua residenza ufficiale sabato, Rajapaksa ha promesso che si sarebbe dimesso oggi per aprire la strada a una transizione pacifica del potere. Rajapaksa beneficia dell’immunità presidenziale, che gli permette di cercare rifugio all’estero senza essere trattenuto in patria. "I loro passaporti sono stati timbrati e si sono imbarcati su un volo speciale dell’Air Force", ha asserito un funzionario all’AFP. Dopo essere arrivato nell’Oceano Indiano, il presidente è stato spostato in un luogo sconosciuto dopo essere atterrato alle Maldive, un gruppo di isole nel sud-est dello Sri Lanka, ha confermato all’Afp una fonte dell’aeroporto di Male. I funzionari dell’aeroporto hanno affermato che l’aereo è rimasto bloccato sulla pista per più di un’ora e non è riuscito a decollare dopo un’autorizzazione all’atterraggio incasinata alle Maldive.

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Ore prima, Rajapaksa aveva preso in considerazione l’idea di lasciare il paese su una motovedetta navale dopo non essere riuscito a prendere un volo per Dubai a seguito di un alterco con l’immigrazione all’aeroporto il giorno precedente, secondo fonti ufficiali. Durante il fine settimana, il presidente è fuggito dalla sua residenza sotto la pressione di migliaia di manifestanti che sono finiti nell’edificio degli uffici presidenziali. Un’opinione importante presagisce un domani immediato non esattamente prospero: “il caso dello Sri Lanka non rimarrà isolato”, sostiene l’economista della Columbia University Jeffrey Sachs. "Un Paese già strutturalmente debole finisce in bancarotta quando si sommano fattori interni come una cattiva gestione del bilancio, ed elementi esterni come guerre, disastri naturali, moneta debole, eccessiva dipendenza dalle importazioni, alta inflazione e alti tassi d’interesse. A Colombo c’è tutto, ma anche in una lunga serie di altri mercati emergenti".

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Lo studioso individua immediatamente cause e possibili soluzioni della crisi nella sua analisi: “gli investitori globali stanno in questa fase così drammatica, fra guerra in corso e inflazione galoppante, ritirando in gran fretta i denari impegnati nei fondi d’investimento specializzati nei Paesi emergenti, che spesso garantivano come sapete ottimi rendimenti. Non è certo il caso di oggi: i mercati si sono convinti che le condizioni finanziarie in questi Paesi, viste tutte le premesse che le elencavo, diventeranno presto così rigide che sarà inevitabile il fallimento di molti di essi”. E per invertire la tendenza “non c’è altra via che un ampliamento urgente dei finanziamenti da parte di tutte le istituzioni finanziarie internazionali, dal Fondo Monetario alla Banca Europea degli Investimenti. Non basta: occorre coinvolgere le più forti fra le istituzioni pubbliche di sviluppo, penso soprattutto alla Afd in Francia e alla KfW in Germania. Occorre poi che la Fed e la Bce si attivino per fornire, in accordo fra di loro, valuta pregiata a questi Paesi con un sistema di garanzie incrociate che si usa in questi casi per arginare la frana, nella convinzione che il mondo intero avrà tutto da perdere se si ripeteranno crisi ad ampio raggio come quella del 1982 o dell’Asia nel 1997. Infine, è quasi ovvio, i creditori bilaterali dovranno prolungare le scadenze o rifinanziare i loro prestiti accettando delle perdite. Mi aspetto una valanga di queste ristrutturazioni debitorie nei prossimi due anni”.

Francesco Bulzis

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