CALCIO MALATO.MA NON E’ LA PANDEMIA

La CGUE e gli aiuti di Stato al Barcellona

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cms_21207/apertura.jpgIl provvedimento che oggi proponiamo è logico al punto da suscitare il dubbio che se c’è voluto un percorso giudiziario lungo e controverso per giungere a conclusioni così ovvie vuol dire che nel sistema, in questo caso quello dello sport chiamato “calcio”, ci sono molte resistenze che tendono a spingere perché usi e interpretazioni di norme siano posti al servizio di un malcostume che ha radici antiche e profonde. Sì, perché dovrebbe essere chiaro a tutti un dato: se si arriva a sentenza per decidere una cosa ovvia vuol dire che la vita di ogni giorno è piena di tanti altri casi uguali in cui si consumano ingiustizie contro le quali non tutti possono o vogliono reagire. Queste considerazioni di carattere generale sono state suscitate dalla lettura della sentenza emessa dalla Corte di giustizia dell’Unione europea nel decidere la causa C-362/19, con la quale la Corte ha rigettato in via definitiva l’istanza del Club Barcellona calcio che pretendeva il riconoscimento di un regime fiscale agevolato rispetto ad altri suoi “competitor”. La storia prende le mosse da una decisione della Commissione UE che aveva bollato come illecito “aiuto di Stato” una normativa spagnola, risalente al 1990, secondo cui erano esclusi dall’obbligo di trasformarsi in S.p.A.,i club sportivi professionistici che avessero un bilancio positivo negli esercizi precedenti. Il Barcellona e altri tre club, avendo i bilanci in ordine, potevano quindi fruire di una una tassazione agevolata sui loro profitti, almeno sino al 2016. Il Tribunale di prima istanza aveva ritenuto che la Commissione avesse sbagliato a ritenere che ciò costituisse “aiuto di stato” in grado di alterare la concorrenza ma, con la sentenza che oggi alleghiamo, la CGUE ha corretto il tiro dei Giudici di grado inferiore perché ha ritenuto che tali misure fossero chiaramente idonee a favorire i quattro club a scapito degli altri. Come detto in apertura, l’ovvietà in parola lascia sgomenti, come sgomento suscita il provvedimento di prima istanza che aveva avallato una interpretazione palesemente contraria ai più elementari principi di semplice e intuitiva evidenza in tema di giustizia. D’altro canto, avvicinarsi al mondo del professionismo sportivo a squadre, in particolare a quello del calcio, con desiderio di vedervi qualcosa che abbia parvenza di logica e giustizia, è segno che si vive di illusioni e si è in cerca di guai. Basti pensare al fatto che a fare la differenza di valore tra le squadre è comunque, esclusivamente, il danaro, poiché chi ne ha di più vince di più potendo assicurarsi il meglio in termini di organizzazione e giocatori, come dimostra la circostanza che la vittoria finale se la giocano eternamente le solite tre o quattro squadre dei grandi contesti metropolitani e le altre fanno passerella o poco più. Il “gioco”, lo “sport” a squadre, per essere tale, presuppone una certa possibilità di vincere effettivamente un torneo da parte di tutte quelle che vi partecipano. Ma se tutto è già chiaro a grandi linee da subito e questa chiarezza deriva unicamente da quanto sono piene le casse dei più forti, allora è meglio cambiare slogan e dire: “Vinca il più ricco”. Ma questa è un’altra storia e, come detto, non siamo in cerca di guai. Almeno per ora.

Nicola D’Agostino

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