Bonus 600 euro anche per lavoratori turismo (Altre News)

Fisco, governo prepara misure: stop riscossione coatta fino al 31 dicembre - Pensioni baby, quanto costano alle casse dello Stato - Covid, saldi ’impazziti’ e spesa giù del 40%

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Bonus 600 euro anche per lavoratori turismo

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"La Corte dei Conti ha dato il via libera al decreto che estende la possibilità di accedere al bonus da 600 euro anche ai lavoratori del turismo che erano rimasti esclusi dal beneficio perché assunti a tempo determinato nonostante lavorassero a tutti gli effetti come stagionali". L’annuncio arriva via Facebook da ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo.

"Il vostro settore è uno dei più colpiti dalla pandemia e per questo mi sono impegnata a mettere insieme le risorse necessarie a vostro sostegno in questa fase delicata. Ora il decreto è stato pubblicato perciò ho chiesto all’Inps di agire nel modo più rapido possibile affinché vengano avviate le procedure per la richiesta del bonus e la sua erogazione", conclude.

Fisco, governo prepara misure: stop riscossione coatta fino al 31 dicembre

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Governo al lavoro sul fronte fisco, nell’ambito del prossimo decreto che opererà con le risorse stanziate grazie all’ultimo scostamento di bilancio (25 miliardi). Secondo quanto apprende l’Adnkronos da fonti dell’esecutivo, una delle prossime misure riguarderà l’estensione dello stop alla riscossione coattiva dei tributi fino alla fine dell’anno. Proprio oggi l’opposizione era tornata a insistere sul tema delle cartelle esattoriali. Nel corso di un incontro pubblico a Prato il leader della Lega Matteo Salvini ha affermato: "Questi matti a settembre pensano di inviare 12 milioni di cartelle esattoriali di Equitalia a casa degli italiani. Noi faremo di tutto per bloccarle, perché sarebbero un massacro per l’economia".

Per quanto riguarda gli altri provvedimenti, sarà estesa fino al 31 dicembre 2020 anche la moratoria mutui per le famiglie, la cui deadline era stata fissata al 30 settembre. Sul fronte lavoro, sono due le misure di decontribuzione che il governo è pronto a mettere in campo: in primo luogo, è prevista una decontribuzione fino a fine anno per il datore che riprende il lavoratore messo in cassa integrazione. Il secondo strumento di decontribuzione riguarderà invece i neo-assunti.

Pensioni baby, quanto costano alle casse dello Stato

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Le cosiddette pensioni baby costano alle casse dello Stato circa 7 miliardi di euro all’anno, lo 0,4% del Pil nazionale: lo stesso importo previsto quest’anno per il reddito o pensione di cittadinanza e addirittura 2 miliardi in più della spesa necessaria nel 2020 per pagare gli assegni pensionistici a coloro che beneficeranno di quota 100. A fare i conti è l’Ufficio studi della Cgia che ha ’recuperato’ i dati Inps riferiti ai pensionati baby presenti nel nostro Paese e li ha confrontati con la dimensione economica del reddito di cittadinanza e di quota 100. "Due misure, queste ultime, che sono nel mirino dall’Unione Europea. Non è da escludere, infatti, che Bruxelles ci chieda di rivederle, in caso contrario corriamo il pericolo che una parte degli aiuti previsti dal ’Next Generation EU’ ci siano negati", afferma il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo.

Per baby pensionati la Cgia intende quanti abbiano lasciato il lavoro prima della fine del 1980. "In totale sono quasi 562 mila le persone che non timbrano più il cartellino da almeno 40 anni", calcolano ancora gli Artigiani di Mestre. Di queste, oltre 386 mila sono costituite in massima parte da invalidi o ex dipendenti delle grandi aziende. "Se i primi hanno beneficiato di una legislazione che definiva i requisiti in misura molto permissiva, i secondi, a seguito della ristrutturazione industriale avviata nella seconda metà degli anni ’70, hanno usufruito di trattamenti in uscita dal mercato del lavoro molto generosi", annota ancora Cgia. Della squadra ’Baby’ fnno parte anche 104 mila ex lavoratori autonomi, oltre la metà proveniente dall’agricoltura, e solo una piccola parte, pari al 10,6%, poco meno di 60 mila unità,di ex dipendenti pubblici.

Tra i pensionati baby, prosegue la ricerca Cgia, sono i dipendenti pubblici ad aver lasciato il posto di lavoro in età più giovane (41,9 anni), mentre nella gestione privata l’età media della decorrenza della pensione è scattata dopo (42,7 anni). In entrambi i casi, comunque, l’abbandono definitivo del posto di lavoro è avvenuto praticamente con 20 anni di età in meno rispetto a chi, oggi, usufruisce di quota 100. Attualmente, le persone che sono andate in quiescenza prima del 31 dicembre 1980 hanno un’età media di 87,6 anni.

Sono le donne nel confronto di genere ad avere la maggioranza delle pensioni baby: 446 mila su 562 mila, il 79,4% del totale e “solo” 115.840 sono uomini (20,6%). In termini di età anagrafica, però, a lasciare prima il lavoro è stato il sesso forte con una media di 40,6 anni, contro i 43,2 anni delle donne. Infine, sia per i maschi sia per le femmine l’età media in cui hanno percepito il primo assegno pensionistico è stata più bassa tra gli occupati nel pubblico che nel privato: mediamente di 6 mesi in entrambi i casi.

Ancorché siano una piccola minoranza rispetto al numero totale presente l’1 gennaio 2020, quando si parla di pensionati baby, annota ancora la Cgia, il ricordo va agli ex dipendenti del pubblico impiego che hanno potuto beneficiare di norme estremamente favorevoli per andare in pensione anticipatamente. Mentre, prosegue la nota, in questo ventennio, nel pieno del regime retributivo, sono stati riconosciuti i requisiti per il pensionamento alle impiegate pubbliche con figli dopo 14 anni, sei mesi e un giorno contro i 19 anni e mezzo degli statali e i 25 anni dei lavoratori degli enti locali.

"Non c’è nulla da stupirsi, dunque, se nello scacchiere europeo l’Italia, anche al netto delle uscite assistenziali, sia da anni tra i paesi che spendono di più per la previdenza, sacrificando altri settori come quello dell’istruzione, dove siamo tra le realtà che in Europa investono meno", prosegue il segretario della Cgia Renato Mason che ricorda come la spesa previdenziale nel nostro Paese sia particolarmente alta, anche perché "registriamo un’età media tra le più elevate al mondo: facciamo pochi figli, ma viviamo meglio e di più di un tempo, quindi la popolazione tende ad invecchiare. Si pensi che nel 1981 il numero degli over 80 presenti nel nostro Paese superava di poco il milione. Nel giro di 40 anni gli ultra ottantenni sono quasi quadruplicati: all’inizio di quest’anno avevano superato quota 3,9 mln".

Covid, saldi ’impazziti’ e spesa giù del 40%

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Saldi ’impazziti’ quelli in corso, i primi dell’era post Covid. E non solo per una questione di ’calendario, che ha visto da parte delle Regioni un avvio della stagione degli sconti in ordine sparso e in maniera disordinata ma anche per l’impatto sulle prossime stime di spesa: quest’anno infatti, le famiglie italiane acquisteranno oltre il 40% in meno di capi scontati per una media di 135 euro, circa 60 euro in meno pro capite, per un valore complessivo intorno ai 2,1 miliardi di euro. E’ l’Ufficio Studi di Confcommercio a fare il punto sulle vendite scontate partite a macchia di leopardo : Sicilia e Calabria, le primissime seguite qualche giorno fa dalla Campania, mentre oggi, con un cambio di data in corsa, sono scese in campo Friuli Venezia Giulia, Lombardia e Piemonte. Il resto d’Italia tiene duro e attende il 1 agosto.

“È un peccato che la Conferenza delle Regioni, invece di confermare la data unica al 1° agosto, abbia lasciato alle Regioni la libertà di scegliere se anticipare di una settimana o meno, creando di fatto inopportune concorrenze tra territori limitrofi. I saldi, seppur imbrigliati dalle restrizioni economiche e dalle mascherine, rappresentano sempre un rito collettivo che, anche in tempi di Covid-19, risponde alle attese dei consumatori se non altro per trovare il piacere dell’affare e della soddisfazione di un desiderio o per semplice gratificazione dopo un lungo periodo di rinunce”, commenta Renato Borghi, Presidente di Federazione Moda Italia-Confcommercio.

“I consumi post lockdown – prosegue – non sono, al momento, ripartiti soprattutto nei centri delle grandi città che stanno vivendo un momento estremamente complicato, per l’elevato utilizzo dello smart working, della cassa integrazione e della situazione di incertezza che porta all’incremento del risparmio privato".

"Per far ripartire il settore - conclude - dobbiamo trovare sinergie e collaborazioni anche per permettere ai nostri centri di rivivere e dare maggior fiducia ai nostri connazionali verso l’acquisto nei negozi di prossimità. I saldi di fine stagione potrebbero così rappresentare una risposta, con un momentaneo picco euforico dei consumi, alle pesanti perdite registrate da oltre il 60% delle imprese dalla riapertura del 18 maggio”.

Redazione

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