Bangsamoro: opportunità o minaccia?

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“Non abbiate paura di noi, ma aprite i vostri cuori al reclamo dei mori”. Queste furono le parole con cui si concluse uno dei più noti messaggi che il Fronte di Liberazione nazionale Moro diffuse nel 2008, invitando tutti i musulmani delle Isole Filippine a unirsi alla propria battaglia o quantomeno a non osteggiarli. Solitamente, quando sentiamo parlare di mori pensiamo subito al più famoso moro della storia, l’Otello di shakespeariana memoria; eppure, in questo caso un simile termine assume una denotazione completamente diversa. Già, perché i mori in questione non appartengono a un contesto letterario del tutto fittizio, ma ad una realtà concreta più viva che mai.

Per comprendere il loro passato, in effetti, bisogna riportare le lancette dell’orologio della storia al XIV secolo. All’epoca, le isole Filippine erano un piccolo stato dall’economia prevalentemente agricola e da una peculiare suddivisione sociale basata sui Barangay, piccole unità governative pressappoco assimilabili alle nostre contrade. Malgrado non esistesse una religione dominante, la maggior parte delle persone erano state condizionate dai culti buddhisti e animisti dominanti nell’Asia dell’epoca. Una condizione che si mantenne pressoché immutata fino a quando Mindanao, l’isola più meridionale dell’intera nazione, non iniziò ad intensificare la propria rete commerciale con la vicina Malesia: uno stato più ricco, più grande, ma soprattutto musulmano. In poco tempo, i mercanti malesi riuscirono a descrivere la propria religione con parole talmente accattivanti, da dar vita ad un’autentica azione di proselitismo. Ben presto l’intera Mindanao si convertì all’Islam. Ma non è tutto, perché il processo di islamizzazione fu tanto semplice e pacifico nel sud della nazione, quanto aspro e sanguinoso in tutto il resto del Paese. Prima che le regioni settentrionali delle Isole Filippine accettassero questa nuova religione, infatti, occorsero secoli di ostilità e talvolta perfino di guerre intestine, e malgrado l’arrivo dei musulmani a Manila nel 1565 sancì in maniera inequivocabile quale sarebbe stata la religione dominante, fu altrettanto evidente che le Isole Filippine erano ormai divise in due. Da un lato gli arcipelaghi meridionali, il cui sentimento religioso era sincero e ardente, dall’altro le grandi Isole del Nord, le quali viceversa avevano accettato l’Islam più per necessità che per convinzione. Una suddivisione che non sarebbe mai stata completamente superata e che, al contrario, fin da subito avrebbe potuto condurre ad una violenta guerra civile. Se tutto ciò non accadde, fu principalmente per un motivo tanto semplice quanto banale: nei secoli successivi, il popolo filippino dovette affrontare problemi ben più urgenti e sostanziali.

cms_9942/2.jpg Nel XVI secolo, infatti, giunsero presso l’Arcipelago i colonizzatori spagnoli, i quali sfruttarono inopinatamente tanto le Isole Filippine quanto i suoi abitanti fino a quando, oltre duecento anni dopo, non vennero costretti ad abbandonare l’arcipelago dagli statunitensi, i quali però ebbero quasi subito la premura di sostituirli al comando della colonia. Tuttavia, è probabile che il vero momento di svolta a livello nazionale si ebbe nel corso degli anni ‘40; se, infatti, durante la seconda guerra mondiale le Filippine furono il teatro di alcune delle più sanguinose e violente battaglie del Pacifico tra americani e giapponesi, al termine delle ostilità si vennero finalmente a creare le condizioni per rendere il Paese libero e indipendente.

Avendo finalmente smesso di combattere contro le dominazioni straniere, i filippini furono finalmente liberi di tornare a combattere fra di loro. Il sud della nazione, che non aveva abbandonato il proprio islamismo radicale, rifiutava con tutte le proprie forze quella che ai loro occhi doveva apparire come una secolarizzazione forzatamente imposta dal laico nord. In modo particolare, vi era un giovane studente che non sembrava affatto gradire una situazione del genere, il suo nome era Nur Misuari. La sua storia, come spesso accade in questi casi, non inizia in una grande metropoli, ma in una piccola cittadina di neppure 18.000 abitanti situata nella provincia di Sulu, Tapul.

cms_9942/3v.jpgNel corso degli anni ‘60, mentre gli studenti statunitensi protestavano contro la guerra in Vietnam e gli studenti europei contro le classi borghesi, gli studenti filippini, al contrario, protestavano contro la laicizzazione del Paese, il tutto attraverso un gruppo radicale chiamato “Nuova Asia” e guidato, ovviamente, da Nur Misuari. Le loro battaglie non ottennero un gran seguito e il gruppo venne sciolto nel giro di pochi mesi; Nur era sul punto di demoralizzarsi, quando incontrò uno degli intellettuali più carismatici dell’epoca, José Maria Sison: docente universitario di letteratura, poeta e presidente del partito comunista delle Filippine.

Sison rimase subito affascinato dalla figura del giovane ribelle, ma, soprattutto, gli suggerì alcune idee che avrebbero cambiato per sempre non solo il destino di Nur, ma perfino quello dell’intera nazione. Gli rivelò che non bastava unire i ribelli musulmani: bisognava unire tutti i rivoluzionari del Paese, bisognava trovare il modo di far coesistere due ideologie apparentemente incompatibili come il comunismo e l’islamismo. Ma, soprattutto, gli rivelò che se voleva realmente cambiare la società avrebbe dovuto perseguire la cosiddetta guerra popolare, vale a dire un conflitto armato destinato a perdurare nel tempo.

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Basandosi su queste idee, Nur Misuari avrebbe fondato pochi mesi dopo il “Fronte di Liberazione nazionale Moro”, un’organizzazione che aveva come unico grande scopo la proclamazione dell’indipendenza delle Isole Sulu, del Palawan e di gran parte del Mindanao.

I decenni successivi hanno portato a un periodo di forti tensioni, contraddistinto da brutali spargimenti di sangue, innumerevoli attentati terroristici e conseguenti repressioni da parte dell’esercito. Sison sarebbe ben presto stato accusato di terrorismo e costretto all’esilio nei Paesi Bassi, mentre Nur, nel ‘96, sarebbe stato tradito dai suoi stessi compagni e costretto ad abbandonare il Fronte di Liberazione. Eppure, nessuno di questi eventi avrebbe messo fine alla guerra fino al punto che, nel 2014, il Presidente filippino Rodrigo Duterte fu costretto ad intavolare un negoziato di pace con il gruppo terroristico.

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L’accordo raggiunto prevedeva la nascita di Bangsamoro, uno stato che, pur essendo formalmente sotto il controllo del governo centrale, avrebbe nei fatti ottenuto una larghissima autonomia politica ed economica. La legge ufficiale per formalizzare definitivamente tale accordo, verrà firmata nei prossimi giorni da Duterte, ed è attesa con ansia tanto dai cittadini locali quanto dagli osservatori internazionali. Ad alcuni tale conclusione potrà apparire come il classico lieto fine, eppure esistono non poche preoccupazioni in merito ad un simile cambiamento. Il timore principale è che Bangsamoro possa diventare un terreno fertile per alimentare l’integralismo islamico nonché i rapporti fra le diverse associazioni terroristiche musulmane. Inoltre, già in passato nelle regioni in questione v’è stato un abuso dell’utilizzo delle leggi marziali nel corso di momenti storici particolarmente delicati. L’auspicio è che tale abuso non debba ripetersi o, peggio ancora, risultare incrementato in seguito alle ultime modifiche legislative.

Il popolo filippino, nei prossimi anni, si troverà innanzi ad una grande sfida: quella di dover restare uniti nonostante le proprie profonde differenze. Se ciò accadrà, la coesione nazionale rappresenterà indubbiamente il miglior antidoto possibile contro il fanatismo religioso. In caso contrario, Bangsamoro rischia di rivelarsi un esperimento non solo pericoloso, ma perfino contrario allo spirito della maggior parte della popolazione locale.

Gianmatteo Ercolino

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