BIENNALE DELLA COOPERAZIONE ITALIANA

Steve McCurry in mostra a Bologna: fra i quaranta capolavori l’iconica “Ragazza afgana”

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In occasione della prima Biennale della Cooperazione Italiana, -manifestazione all’insegna del confronto su temi che vanno dalla coesione sociale alla riqualificazione territoriale, dall’innovazione consapevole ai nuovi scenari nel mercato del lavoro-, è stata inaugurata a Bologna, presso le Collezioni Comunali d’Arte di Palazzo d’Accursio, una mostra dei capolavori fotografici del fotoreporter statunitense Steve McCurry. “Penso che si possa combattere il pregiudizio con una macchina fotografica, mostrando l’umanità nelle persone”, afferma McCurry: le fotografie in mostra, del quattro volte vincitore del World Press Photo, ritraggono attimi, volti mozzafiato, alcuni inediti, nei quali l’oceano delle diversità che contraddistingue culture lontane, disparate, viene prosciugato in un vortice di stati d’animo in cui rispecchiarsi. Confini e barriere annegano nella raffigurazione dell’ampio patrimonio culturale, che da sempre distingue l’umanità intera, con un focus sulle antiche tradizioni che silenziosamente stanno svanendo. La cultura è la sola arma che sempre educherà alla conoscenza e alla sconfitta dei pregiudizi nei confronti del diverso e salvaguarderà noi tutti da un’emarginazione letale e da bieca ignoranza.

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“Una testa, un volto. Pari nelle differenze”: il titolo della mostra parafrasa uno dei valori cardine del cooperare, un elogio universale alla ricchezza dell’armonioso coro di voci della diversità, come risorsa feconda di pensieri che collaborano sostenendosi reciprocamente. “Una mostra fatta di sguardi contro ogni forma di discriminazione”, aperta al pubblico fino al 6 gennaio: fra i quaranta capolavori in mostra del fotoreporter americano, esposti su strutture antropomorfe che sono state realizzate in ferro battuto dallo scenografo Peter Bottazzi, spicca lo scatto che lo ha reso celebre in tutto il mondo, conosciuto come la “Ragazza afgana”, una delle immagini più iconiche del XX secolo. Nel 1984 Steve McCurry scattò un fotoreportage per il National Geographic nei campi profughi lungo la frontiera afgano-pakistana, luoghi al tempo accecati da terrore e sofferenza che l’invasione sovietica dell’Afghanistan stava scatenando. Nel campo di Nasir Bagh, Steve rimase folgorato dalla bellezza enigmatica dello sguardo di una ragazzina di soli dodici anni. Il suo nome è Sharbat Gula, “ragazza dei fiori d’acqua dolce” in Pashtu. A Nasir Bagh, la ragazza dai magnetici occhi verdi e innocenti, ci arrivò scalando le montagne, dopo che la guerra le strappò via i suoi genitori, e lì, in quel campo, rimase a vivere per oltre trent’anni: “Mi accorsi subito di quella ragazzina […]. Aveva un’espressione intensa, tormentata e uno sguardo incredibilmente penetrante – eppure aveva solo dodici anni. Siccome era molto timida, pensai che se avessi fotografato prima le sue compagne avrebbe acconsentito più facilmente a farsi riprendere, per non sentirsi meno importante delle altre. […]” – continua McCurry- “Quando ho cominciato a fotografare Gula, non ho sentito e visto più nient’altro. Mi ha preso completamente […] Suppongo che fosse incuriosita da me quanto io lo ero da lei, poiché non era mai stata fotografata prima e probabilmente non aveva mai visto una macchina fotografica. Dopo qualche minuto si alzò e si allontanò, ma per un istante tutto era stato perfetto, la luce, lo sfondo, l’espressione dei suoi occhi”. Nel 2002 Steve tornò in Pakistan per immortalare quegli occhi che avevano stregato milioni di persone. Ritrovò Gula, la Monna Lisa della guerra Afgana nello stesso campo in cui anni prima l’aveva fotografata per la prima volta, ormai donna e madre

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La sua pelle e il suo viso celavano anni segnati da una vita faticosa e tormentata, ma l’intensità e la forza del suo sguardo autentico, ormai però spento e addolorato, continuavano a racchiudere lo stesso magnetismo che avevano catturato il fotografo due decenni prima. Nel 2016 la donna era stata arrestata in Pakistan, accusata di avere con sé dei documenti falsi che le avevano permesso di vivere nel Paese per tutti quegli anni. “Mi impegno a fare tutto il possibile per garantire sostegno legale e finanziario a lei e alla sua famiglia. Mi oppongo a questo comportamento delle autorità nella maniera più decisa. Lei ha sofferto per tutta la sua vita e il suo arresto è una smaccata violazione dei diritti umani”, queste sono le esatte le parole di Steve, il quale senza indugiare prese le parti di Gula, scarcerata grazie al suo aiuto, dopo 12 giorni di reclusione: in seguito ad una vita intera vissuta in un campo profughi a Gula e la sua famiglia è stata assegnata una residenza nel centro di Kabul, capitale dell’Afghanistan. “Non ho trascorso un solo giorno della mia vita, a parte forse quello del mio matrimonio, in cui mi sia sentita felice e al sicuro”, le parole di Sharbat Gula e il suo sguardo sono emblematici di tutte le sofferenze inflitte al popolo afgano negli anni ottanta e racchiudono la vita spettrale che interi popoli di rifugiati sono costretti a condurre per sopravvivere alle atrocità della guerra.

(Foto dalla pagina Facebook di Steve McCurry: si ringrazia)

Nicòl De Giosa

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