BIELORUSSIA, VITTORIA DI LUKASHENKO

Le proteste portano all’uccisione di un manifestante e a 3000 arresti

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Alla fine, sesto mandato fu. Con l’80.23% dei voti Aleksandr Lukashenko si riconferma presidente della Bielorussia. È il punto definitivo alle elezioni più burrascose di sempre per il Paese slavo, considerati sia gli antefatti che le conseguenze. Tra i primi non si può non annoverare i precedenti periodi, iniziati il 20 luglio 1994 e ancora in corso senza soluzione di continuità. Il primo mandato si è chiuso nel 2001, ed è stato caratterizzato dalla sorpresa: al momento della sua elezione Lukashenko aveva 40 anni e nessuno, sia in patria che all’estero, sapeva cosa aspettarsi. L’evento più importante dei suoi primi cinque anni da presidente è il controllo sulla Banca Centrale Bielorussa, congelandone i conti e arrestandone le perdite dovute allo stop delle trattative sul rublo bielorusso.

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Il secondo mandato, dal 2001 al 2006, è stato caratterizzato dal presentimento, il presentimento che Lukashenko avrebbe dominato il suo Stato a lungo. L’OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, lo conferma: due referendum hanno permesso prima l’allungo del primo mandato dal 1999 al 2001, e poi la possibilità per Lukashenko di ricandidarsi. Terzo mandato, dunque, parola chiave: fiducia. Quella che il presidente russo Vladimir Putin nutre verso la Bielorussia e quella che gli abitanti di Minsk e dintorni hanno negato al loro presidente. Le elezioni presidenziali del 2010 sanciscono il quarto periodo di Lukashenko come Capo di Stato, evento bissato nel 2015.

Sorpresa, presentimento e fiducia: questi tre termini ricorrono ancora. La sorpresa è stata disattesa, dato che la sfidante Svetlana Tikhanovskaja ha raccolto solo le briciole; il presentimento che i postumi saranno tutt’altro che tranquilli; e la fiducia che, ancora una volta, arriva solo dal Cremlino. Il popolo di Minsk ha preso questa riconferma letteralmente come peggio non avrebbe potuto: l’ombra dei brogli sui risultati è già lunghissima, e la tensione ha raggiunto molto probabilmente i massimi storici. Migliaia di bielorussi sono scesi per le piazze e per le strade a protestare, eventi che si sono addirittura conclusi nel sangue: un manifestante è rimasto ucciso, i feriti sono dozzine e gli arresti superano quota tremila unità. È dovuta intervenire anche la Polonia, chiedendo un vertice europeo straordinario. Il che mostra chiaramente che la situazione sta precipitando, e ci vuole molto poco per passare dal “male” al “peggio”.

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Le autorità hanno usato la forza contro i loro cittadini che chiedevano un cambiamento nel Paese, dobbiamo sostenere il popolo bielorusso nella sua ricerca della libertà”. A parlare è il premier polacco Mateusz Morawiecki, sostenuto anche dal presidente del Consiglio Europeo Charles Michel: “La libertà di parola, la libertà di riunione e i diritti umani fondamentali devono essere difesi”. In tutto questo la Tikhanovskaja non è rimasta a guardare, anzi, ha fatto sentire la sua voce: “Io e la mia squadra elettorale non riconosciamo i risultati delle presidenziali riportati dalla Commissione centrale elettorale – asserisce – perché contraddicono la realtà e sono completamente in contrasto con il buonsenso”. A Mosca, invece, hanno un’opinione diversa, dato che sono piovute congratulazioni per l’ennesima vittoria di Lukashenko.

Andando ad indagare le altre cause dello scoppio delle protese di massa si trovano: l’esclusione dalle elezioni presidenziali di alcuni candidati delle opposizioni, le accuse di corruzione al Governo e l’arresto degli oppositori Viktar Babaryka e Sergej Tikhanovskij. Con ancora un’emergenza mondiale in corso, la pandemia, un intervento tempestivo e risoluto potrebbe salvare anche intere Nazioni.

Francesco Bulzis

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