Avvolta nel mistero la morte di un ex giudice iraniano in Romania

Era accusato di corruzione dal regime

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Gholamreza Mansouri, alloggiava a Bucarest, all’hotel Duke in centro città, lo stesso hotel dove, lanciandosi dal sesto piano della sua stanza d’albergo, l’uomo si sarebbe tolta la vita. Da quel momento a oggi non c’è però ancora una versione definitiva e convincente sulla sua morte.

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Mansouri, era stato un influente giudice iraniano, per diverso tempo responsabile della circoscrizione di Lavasan, una zona elegante e ricca a Nord di Teheran, dove in stupende ville circondate da lussureggianti giardini vivono famiglie facoltose ed elitarie del regime iraniano e dove, negli ultimi anni sono stati avviati diversi progetti immobiliari.

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Proprio intorno a uno di questi progetti immobiliari ruotava l’imputazione di corruzione per l’ex giudice e per diversi alti dirigenti del regime.

Mansouri avrebbe, secondo le accuse, incassato una tangente da 500mila euro per sbloccare una licenza di costruzione per favorire l’imprenditore Hassan Najafi, un miliardario iraniano che opera nel settore petrolchimico e delle costruzioni e che, secondo quanto ha riferito un sito locale iraniano, è parente di Ali Akbar Nateq Nuri, ex ispettore capo presso l’ufficio della Guida suprema Ali Khamenei, il più potente religioso ultraconservatore a cui fanno riferimento tutte le frange più tradizionaliste della politica iraniana.

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Mansouri – ha fatto sapere Radio Farda (il nome che ha in Iran Radio Free Europe) «non era solo un insider affidabile in casi economici e finanziari, ma stava anche offrendo i suoi leali servizi ai suoi superiori nei casi di sicurezza e intelligence all’interno e all’esterno dell’Iran», insomma tutto induce a pensare che si tratti di un intrigo internazionale.

Per eludere la giustizia l’anno scorso Mansouri era fuggito in Germania da dove aveva dato sue notizie dicendo di trovarsi in quel Paese per delle cure mediche, rassicurando che sarebbe presto tornato in Iran per farsi processare.

Qualche giorno fa la polizia ha però scoperto che l’uomo aveva lasciato la Germania e che si trovava a Bucarest per cui, dopo averlo prontamente raggiunto e messo sotto sorveglianza, avrebbe dovuto decidere in breve sulla richiesta di estradizione presentata dalle autorità iraniane, ma nel frattempo, Mansouri è morto.

Secondo le prime indagini si tratterebbe di suicidio, ma questa versione non convince nessuno. L’uomo si sarebbe lanciato dal sesto piano della sua stanza d’hotel ma se davvero così fosse stato, le foto avrebbero ripreso un corpo esamine sul marciapiede, non un cadavere incellofanato portato fuori dall’albergo.

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I sospetti sulla sua morte sono insomma più che legittimi: «Abbiamo chiesto alle autorità rumene di fornirci una dichiarazione ufficiale che spieghi le ragioni esatte di questo incidente», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Seyed Abbas Mousavi, mentre un sito web considerato vicino alle Guardie rivoluzionarie, ha fatto riferimento a un possibile coinvolgimento di iraniani nella morte di Mansouri.

Gholamreza Mansouri, oltre ad essere ricercato dall’Interpol e dalla giustizia iraniana per corruzione era molto noto alle organizzazioni internazionali e agli attivisti per i diritti umani. In particolare era al centro di un’azione legale di Reporters Sans Frontières, un’organizzazione non governativa con sede a Parigi che promuove e difende le libertà di informazione e di stampa che aveva presentato sia in Germania sia in Romania una denuncia contro di lui chiedendo che non venisse estradato ma processato in Europa per crimini contro l’umanità.

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Mansouri era infatti conosciuto in Iran per le sentenze molto pesanti che aveva pronunciato contro almeno una ventina di giornalisti nel 2013, quando prestava servizio a Teheran. «Era un giudice solo formalmente, ma in realtà era uno strumento di oppressione per la libera informazione e i media in Iran», ha riferito Reza Moini, capo della sezione iraniana di Reporters Sans Frontières.

Il segretario generale dell’organizzazione, Christophe Deloire, ha scritto su Twitter che l’improvvisa morte di Mansouri, date le denunce contro di lui per tortura, detenzione arbitraria e persecuzione, rappresenta una «negazione della giustizia»: «È spaventoso che le autorità tedesche e rumene non lo abbiano immediatamente arrestato a seguito della denuncia di RSF per crimini contro l’umanità e in conformità con i loro obblighi internazionali. Il peggio avrebbe potuto essere evitato e giustizia avrebbe potuto essere fatta».

Reza Moini fa sapere che la sua organizzazione ha chiesto di avviare un’inchiesta rapida e trasparente per determinare le circostanze della morte di Mansouri, non escludendo la possibilità che il giudice sia in realtà stato ucciso: «La Repubblica islamica avrebbe avuto un motivo per ucciderlo a causa di ciò che sapeva».

Gianmatteo Ercolino

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