Attentato a Monaco. Scene di “ordinaria” follia

Dieci morti (incluso l’attentatore) e 16 feriti.

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Era un tranquillo pomeriggio quello di ieri al centro commerciale “Munich Olympia”. La gente guardava i negozi. I bambini passeggiavano tenuti per mano dalle loro mamme. Qualcuno aspettava in fila al fast food il proprio turno per un panino.

Sono le 17.52 quando un uomo all’uscita di quel Mc Donald’s tira fuori una pistola e inizia a sparare contro la folla.

È quanto si vede nei fotogrammi di un filmato girato convulsamente da un passante. Pochi secondi che precedono anche la sua fuga verso la salvezza.

Scene di panico nella zona pedonale. La gente scappa, urlando e piangendo mentre la polizia arriva con “armi lunghe”.

“Grande dispiegamento di forze” riferiscono i media tedeschi, tra cui il sito dell’emittente N-Tv.

Le autorità chiedono di "non scattare foto o girare video" ritraenti le forze di polizia in azione, per evitare che i sospetti possano ottenerne informazioni per loro utili.

La zona attorno al centro commerciale è isolata e i cittadini inviatati a stare nelle loro case.

Scatta la macchina della sicurezza: la stazione centrale di Monaco viene evacuata, le partenze e gli arrivi dei treni sospesi, così come tutti i trasporti locali (autobus e metropolitana).

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Tutte le forze disponibili della Baviera si portano nella città. Rinforzi, scrive la “Bild” arrivano dall’Assia, dal Baden-Württemberg e dall’Austria.

“Potrebbe essere un attacco terroristico” diranno fonti della sicurezza tedesca citate dalla “Dpa” nelle ore successive.

Poi il sito del quotidiano Sueddeutsche Zeitung riporta: "la polizia desume che si tratti di un autore isolato".

Si apprende che a sparare è stato un tedesco-iraniano di 18 anni.

Terrorismo o follia assassina? Per chiarirlo ci vorrà del tempo.

Una testimone oculare ha raccontato alla Cnn di averlo udito urlare“Allah Akbar” prima di aprire il fuoco sui bambini seduti. La donna piange spiega di non avere dubbi sulle urla dello sparatore perché musulmana.

Si sa che il giovane, identificato per Ali Sonboly, con doppia cittadinanza tedesca e iraniana, da diversi anni era residente a Monaco. Figlio di un tassista e di una dipendente dei grandi magazzini Karstadt.

Individuato, è stato rincorso da agenti in borghese e poi, come confermato dal capo della polizia di Monaco, Hubertus Andrae, si è suicidato a circa un chilometro dal centro commerciale.

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In un primo momento si era ipotizzato che il killer non fosse solo. Poi la notizia è stata smentita.

Ad aver perso la vita sarebbero state 9 persone, tra cui 8 ragazzi e una donna di 45 anni. Tra i 16 feriti ci sarebbero bambini e adolescenti. Tre sarebbero in fin di vita.

Tante le incongruenze nella vicenda, emerse grazie ai social.

In questo l’era delle information technologies ha raggiunto il suo sviluppo: difficile arrestare la corsa alla pubblicazione di clip e notizie.

Certo, l’opera di disamina richiederà impegno. Nella concitazione del momento si rischia di interpretare in modo distorto.

C’è chi è pronto a giurare che l’attentatore non fosse solo. Stando al numero di morti e feriti, il sospetto effettivamente appare fondato.

Sembra inoltre, sempre secondo quelle notizie messe in rete da fonti non istituzionali, che in mano all’assassino suicida, non sia stata rinvenuta alcuna arma. Nemmeno nei pressi.

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C’è poi un video che mostra un uomo sul tetto di una struttura, adiacente al centro commerciale, dialogare con un altro che però non si vede. È vestito di nero ed è armato di pistola. I due si esprimono in perfetto bavarese.

Il fatto, se legato, come si desume, alla strage, è verosimile ritragga il killer nei momenti precedenti al suo ingresso nel fast food.

Ripetiamo: per ricomporre nel dettaglio l’intera vicenda ci vorranno giorni.

Ciò che preoccupa – e molto – è l’emulazione. Fenomeno sul quale tanto Daesh quanto altre presunte organizzazioni giocano moltissimo.

Non è passato inosservato il fatto che ieri fosse l’anniversario della strage di Utoya.

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Anders Behring Breivik il 22 luglio 2011, in nome della sua dichiarata fede nazista, con indosso un’uniforme nera e munito di diverse armi, piazzò prima diverse bombe nel centro di Oslo, facendo saltare in aria l’ufficio del primo ministro e causando la morte di otto persone, poi a bordo di un canotto a motore, raggiunse l’isola di Utoya dove era in corso la tradizionale festa estiva dei giovani laburisti.

Li uccise tutti e 69. Poi chiamò la polizia e, qualificandosi come “Comandante Breivik” si arrese.

Preoccupano le menti fragili e facilmente condizionabili che cercano nel terrore e nelle altrui sofferenze e paure, il loro estremo nutrimento.



Massimo Lupi

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