American Pastoral

Un dramma familiare nell’affresco di un’America che cambia

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Ewan Mc Gregor ne ha fatta di strada dal Mark Renton di Trainspotting, pellicola del 1996 che gli ha dato notorietà internazionale. Da allora ha mietuto successi, dando vita a personaggi per registi di assoluto spessore, da Boyle appunto, a Polansky e Burton, una lista che sarebbe impossibile sciorinare per intero, tanto è lunga.L’attore scozzese è finito per salire sul gradino riservato ai nuovi divi del cinema contemporaneo.Ha saputo “rubare” il mestiere con gli occhi, perché cimentarsi alla regia con un’opera letteraria come l’American Pastoral di Philip Roth è una di quelle cose per cui si rischia seriamente di scivolare e cadere dove ci si può far male.

cms_4767/foto_2.jpgPhilip Milton Roth (Newark, 19 marzo 1933) è uno scrittore statunitense, uno dei più noti e premiati della sua generazione, considerato tra i più importanti romanzieri ebrei di lingua inglese.“Pastorale Americana” (American Pastoral) è un romanzo scritto nel 1997, ritenuto, a ragione, uno dei libri più importanti della letteratura recente. Racconta la vita di Seymour Levov, "lo Svedese" in un contesto, l’America degli anni sessanta, dilaniata dalle sue contraddizioni.In esso si riverbera la fine del sogno americano, simbolo e speranza dei sopravvissuti all’orrore della guerra, che andava ad infrangersi nella lotta di classe, promossa dalle nuove generazioni antimilitariste, contestatrici di un sistema capitalista e borghese.

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Uno scontro non soltanto tra ricchi e poveri, bianchi o neri, ma tra genitori e figli.McGregor ha raccolto dunque una sfida difficile per il suo esordio sul grande schermo, trasponendo in immagini un’opera complessa e blasonata come la Pastorale.L’introduzione al contesto narrativo spetta al personaggio di Nathan Zuckerman (David Strathairn), alter ego ricorrente nei libri di Roth, che ad un ritrovo di ex alunni viene a conoscenza dell’incredibile e drammatica storia dello “Svedese” ( McGregor), un uomo apparentemente baciato dalla vita, bello, asso dello sport, ricco, sposato con l’incantevole reginetta di bellezza, “Miss New Jersey” - Dawn (Jennifer Connelly) - e una figlia, Merry (Dakota Fanning) che, divenuta adolescente, finisce per schierarsi apertamente contro quella classe americana conformista, rappresentata appieno dai suoi genitori.Attivista negli anni del conflitto vietnamita, rimarrà coinvolta in un atto terroristico, entrando in clandestinità.

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A quel punto lo Svedese passerà i suoi giorni a cercarla.Nella visione del film la forza magnetica della narrazione è pressoché immediata.Si rimane catturati dagli iniziali toni caldi della campagna assolata, superlativamente fotografata in un comparto tecnico e scenografico di prim’ordine.Seymour e Dawn sono il ritratto della felicità borghese.Tutto cambia nell’evoluzione degli eventi, anche nei dettagli cromatici: la fotografia si fa più cupa, fredda, a mano a mano che si cristallizza la svolta di Merry.Il lato profondo del girato è imperniato su domande esistenziali. “Come mai bellezza e opulenza, da sempre sinonimo di benessere, possono aver generato un tale catastrofico risultato?” “In cosa si è sbagliato?”A tali quesiti, intrisi di un enorme potenziale psicologico, è difficile - se non impossibile - rispondere in meno di due ore di pellicola.Il rischio del film era proprio quello di incorrere in una qualche superficialità nella narrazione. Cosa non avvenuta.Il racconto è sbilanciato sul rapporto padre-figlia, dal punto di vista principalmente del primo.

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Infatti l’introspezione dello svedese è il vero filo conduttore della storia, nel risalto della sua trasformazione interiore. Seymour porta nel cuore un immane fardello di sofferenza. Non smette di cercare, con incrollabile fede, la figlia che crede perduta.Un peso il suo che lo condurrà, in un percorso di grande maturazione, allo spegnimento.Prova attoriale meravigliosa quella di McGregor.

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Così come quella di entrambe le protagoniste femminili, perfettamente in parte. La Connelly è l’incarnazione della “maschera perfetta”, una commistione di bellezza e sensibilità divenute col tempo egoismo e durezza.Convincente anche l’interpretazione dell’altra ex ” bambina prodigio” nel tratteggiare l’inquietudine di una giovane generazione che pagherà a caro prezzo il tentativo della realizzazione di un mondo rimasto utopia.Sul versante privato della storia c’è dunque forza narrativa, pathos, ma è indubbio che il libro abbia in sé una visione più globale, più grande, traslata al collettivo.Quando il film cerca di interpretarla l’incedere diventa meno deciso, il dramma della dissoluzione familiare rimane fortemente in primo piano, quello della frantumazione dei valori della società invece fa da mero sfondo, venendo in parte meno l’affresco letterario, la cui forza deriva anche dal mostrare la sofferenza di un passaggio generazionale, lo scontro fisico e intellettuale da cui trae nutrimento, generatore di un’insanabile profonda spaccatura del tessuto collettivo.Il contesto storico-sociale finisce per perdere quella centralità che invece nell’opera letteraria è sinergicamente protagonista insieme alla controparte familiare.Una grossa difficoltà intersecare un sentimento privato con il sociale, di ardua condensazione, in un lavoro cinematografico che ha tempi e cadenze assolutamente tipiche.Per questo infatti spesso si commette un errore di valutazione.Ossia paragonare il libro alla sua trasposizione filmata.

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È evidente che in nessun caso pagine scritte possano essere riprodotte attraverso le immagini, i caratteri, le sfumature. Analisi introspettive più articolate possono andare perdute, addirittura la storia stessa può essere completamente stravolta.Ma tutto ciò è una naturale conseguenza di un prodotto che nasce da esigenze diverse.Un romanzo non è certo una sceneggiatura, mentre è sicuramente da questa che dipendono le sorti di un film, destinato a diventare capolavoro o a cadere nell’oblio.Nel caso di specie tanto il regista quanto lo sceneggiatore, John Romano, hanno comunque tratteggiato una girato per quanto possibile fedele al dettato letterario, tanto che lo stesso autore ha promosso la trasposizione, reputandola l’unica all’altezza di un suo libro.Certamente un assist determinante per il nostro Ewan.

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Sebbene con inevitabili zone in chiaroscuro, mi sento di poter dire di aver assistito a una visione intensa e coinvolgente, almeno sul piano umano. Una delle più belle proiezioni degli ultimi tempi.Bell’esordio McGregor!Direi un buon viatico per una gratificante carriera anche da director “...

Massimo Lupi

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