ASSALTO CAPITOL HILL, TRUMP VOLEVA UNIRSI ALLA MARCIA

Dichiarazioni shock della supertestimone al processo su Capitol Hill, forse il colpo fatale per Donald Trump

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cms_26654/0.jpgL’assalto di Capitol Hill dello scorso 6 gennaio 2021 continua a lasciare strascichi sugli Stati Uniti. Dopo svariati processi alle persone che quel giorno entrarono al Campidoglio, il caso seppur di rilevanza mediatica e valenza politica enorme aveva smesso di occupare le prime pagine dei giornali. Lo scorso 29 giugno però sono arrivare delle dichiarazioni esplosive, rilasciate dalla stretta collaboratrice dell’ex chief of staff Mark Meadows e vicinissima a Donald Trump, Cassidy Hutchinson. Queste dichiarazioni sono state rilasciate all’udienza pubblica convocata nel giro di 24 ore dalla commissione parlamentare d’inchiesta sull’assalto al Congresso per rivelare "prove acquisite di recente" che "tutti gli americani devono sentire". L’udienza a sorpresa, e con effetti così devastanti, porta alla memoria quella annunciata nel luglio 1973 dalla commissione senatoriale che indagava sul Watergate con un testimone di secondo piano che cambiò però le sorti dell’indagine: Alexander Butterfield, responsabile dell’agenda giornaliera di Richard Nixon, che rivelò l’esistenza di apparecchi di registrazione nell’ufficio Ovale, portando poi al loro sequestro e alla ’smoking gun’ contro il presidente. Cassidy Hutchinson, al momento dell’assalto a Capitol Hill, lavorava tra lo studio Ovale e l’ufficio del chief of staff, ascoltando telefonate e conversazioni dell’inner circle del presidente.

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La sua deposizione shock potrebbe essere il colpo fatale per Donald Trump e sulle sue velleità di ricandidarsi come Presidente degli Stati Uniti. Stando alle parole di Hutchinson, la sera del 2 gennaio 2021 Rudy Giuliani, l’avvocato di Trump, le disse che il 6 gennaio i supporter di Trump sarebbero andati al Capitol, confermando così il sospetto di un piano preordinato per bloccare la certificazione della vittoria di Joe Biden. L’assistente andò quindi da Meadows, che le disse di essere preoccupato per quello che sarebbe potuto succedere quel giorno: anche lui, quindi, era a conoscenza del piano. La testimone ha poi proseguito dicendo che, Trump sapeva che c’erano persone armate e con giubbotti anti proiettili al comizio che aveva organizzato il 6 gennaio, poco prima di incitare la folla dei suoi fan a marciare sul Capitol. E lo sapeva anche Meadows ma ignorò i moniti di un altro dirigente della Casa Bianca, Tony Ornato, limitandosi a chiedere: "Quanto deve parlare ancora Trump?". Il tycoon inoltre chiese di rimuovere i "fottuti metal detector" al suo raduno: "E’ la mia gente, non sono qui per farmi del male".

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Oltre a ciò, il tycoon avrebbe successivamente chiesto al secret service di portarlo in mezzo ai manifestanti in marcia verso il Congresso ma quando gli fu negato per motivi di sicurezza non esitò a prendere per le spalle e per la gola l’autista della ’Beast’ tentando di afferrare il volante. Un gesto di ira e disperazione, come quando lanciò un piatto dopo che il ministro della giustizia William Barr gli disse che non c’era alcuna prova alle sue accuse di brogli. Dalla deposizione è emerso anche che Trump voleva concedere la grazia ai rivoltosi e che alcuni parlamentari repubblicani coinvolti negli sforzi per ribaltare il voto gliela chiesero, così come Giuliani e Meadows. Le dichiarazioni rilasciate sono quindi di una portata enorme, che incastrerebbero Donald Trump su tutta la linea. Dal canto suo l’ex presidente è intervenuto così attraverso i social sulla questione: "La conosco a malapena, è una falsa totale e una delatrice", negando la ricostruzione della super testimone e attaccando l’inchiesta "farsa". A chiudere un quadro già agghiacciante, dopo la deposizione di Cassidy Hutchinson, Liz Cheney, vice presidente repubblicana della Commissione inquirente, ha denunciato tentativi di intimidazione dei testimoni da parte di Trump e i suoi. "Il presidente vuole che ti faccia sapere che sta pensando a te. Sa che sei leale", si legge in un messaggio indirizzato ad uno dei testi che Cheney ha mostrato in aula.

Riccardo Seghizzi

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