ANTICHI CULTI TRADIZIONALI NELLA MEMORIA STORICA TARANTINA - II^

Riti della Settimana a Taranto: origine pagana, folklore o culto devozionale?

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Prosegue quest’oggi la rubrica interamente dedicata alla Settimana Santa tarantina in Puglia, vista e raccontata con occhi diversi.

I riti della Settimana Santa di Taranto sono degli eventi che si svolgono nella città a partire dalla Domenica delle Palme. Tali manifestazioni risalgono all’epoca della dominazione spagnola nell’Italia meridionale.Con la Domenica delle Palme si apre la Settimana Santa e i tarantini si preparano ai riti suggestivi dei giorni che precedono la Pasqua. È una giornata particolare anche perché introduce nello stato d’animo che pervade le due processioni del Giovedì e del Venerdì Santo.

Il via libera al ritorno delle processioni è stato dato a metà marzo la Conferenza episcopale pugliese, invitando tuttavia a usare la necessaria cautela per evitare assembramenti sempre carichi di rischio. Il commissario prefettizio al Comune di Taranto ha ribadito questo concetto con un’ordinanza che, vietando nei giorni dei Riti la vendita e il consumo di bevande in lattina e in vetro, invita tutti a utilizzare le mascherine al chiuso e nelle occasioni in cui si creano raggruppamenti di persone. Scavando tra le radici storiche che legano gli antichi Riti ben saldi alla terra tarantina, si annoverano tra molti anche origini lontane, rintracciabili in terra ispanica. Gli antichi riti risalgono, tradizionalmente, ad usanze spagnole di origine probabile sivigliana, i riti della Settimana Santa iniziano ad vere dimora nella Città di Taranto dalla metà del XVI secolo col dominio della Corona spagnola. Nello stesso secolo iniziano a muovere i primi passi tutta una serie di confraternite, costituite da gruppi di laici che si pongono come propri fini atti di pietà, di culto e beneficenza. Primo motore dell’iniziativa fu il nobile tarantino Don Diego Calò, discendente della omonima famiglia giunta a Taranto nel lontano 1580 e proprio come un mecenate dell’epoca era particolarmente avvezzo a viaggi culturali. Sul finire del XVII sec. decide come tanti, di intraprendere un personale “grand tour” in Spagna, centro politico e culturale a cui fanno capo tutti i diversi regni delle compagini territoriali promosse dallo stesso Carlo V. La lunga missione intrapresa e destinata a perfezionare il suo sapere, venne ben accolta dalla comunità tarantina. In Siviglia viene letteralmente affascinato dai “Riti della Settimana Santa spagnola”, istituiti da Filippo IV nella prima metà del secolo - al punto tale da manifestare, fin da subito l’intenzione di importarli nella Città dei due Mari. Mosso da gran sete di promozione del culto, commissiona ad una maestranza napoletana, uno scultore ignoto, la costruzione di due statue, Gesù Morto e la Madonna Addolorata, per farle portare in processione il Venerdì Santo in tono minore rispetto alla Penisola iberica. Si sancisce, così, a Taranto l’incipit di questi antichi rituali, prendendo ufficialmente il via i “Riti della Settimana Santa a Taranto”. Ma attingendo da fonti bibliografiche, redatte da storici illustri della tradizione tarantina come il compianto Nicola Caputo, uno dei massimi storiografi dei Riti tarantini, si fa nota ad un atto notarile del 1765.

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Francesco Antonio Calò il 4 aprile 1765 ratificò un atto, con cui stipulava la donazione dei due primissimi simulacri alla Confraternita del Carmine. Stando all’opera magistrale di ricostruzione storica del Caputo, l’antica storia ebbe inizio nel 1580, quando Pietro Calò, capostipite della famiglia, giunse a Taranto; sposatosi con la nobile tarantina Ippolita Imberverato i due ebbero Francesco Antonio, non l’autore della donazione, bensì il suo trisavolo, il quale ebbe a sua volta quattro figli. Pietro Antonio, primogenito di essi, sposatosi con Francesca Cimino, ebbe sette figli, tra cui Diego e Francesco Antonio, quest’ultimo nonno del Francesco Antonio a cui si deve la processione tarantina. Nell’opera “Il cammino del silenzio”, redatta dal compianto priore Nicola Caputo, accerta la ramificazione tarantina dei Calò, gettando luce su Don Diego, fratello del nonno di Francesco Antonio, e reale padre della processione dei Misteri.

Forse, a detta del Caputo, fu nel 1703, anno in cui giunse a Taranto una terribile carestia, che Don Diego, spinto da animo cattolico, convinto che per il tramite della penitenza e della devozione la città si sarebbe potuta riprendere dalla brutta pestilenza, diede committenza dei due simulacri. Si dice però che non fu solo la devozione di Don Diego il motivo alla base della nascita di tale rito, perché a quei tempi era opinione diffusa che bastava mostrarsi timorati di Dio e generosi verso il prossimo per assicurarsi l’accesso al Paradiso. Don Diego, infatti, aveva la necessità di farsi perdonare dalla cittadinanza tarantina per alcuni gesti commessi mentre era alla guida del porto. Don Diego fu precisamente accusato di azione “indecorosa” e “disonesta” nello svolgimento della sua funzione. Al nipote, Pietro Antonio, capitò addirittura di finire in carcere, per poi essere scagionato e promosso a regio doganiere, segno questo della sua presunta innocenza o tantomeno di una esagerazione nella formulazione delle accuse. Da Diego Calò, a Francesco Antonio ed infine a Pietro Antonio, le statue di Cristo Morto e dell’Addolorata continuarono ad essere portate in processione la sera del Venerdì Santo. Poi, alla morte di Pietro Antonio, Francesco Antonio “juniore”, vero protagonista di questa storia, poiché, con la donazione mutò la processione da un semplice evento privato ad un rito cittadino vero e proprio. Probabilmente, come sosteneva il priore Nicola Caputo, Francesco Antonio volle letteralmente disfarsi della processione e quindi delle due statue. Sempre secondo il compianto priore, Francesco Antonio non era proprio il tipo da stare dietro a certe cose. Nel 1765, quando decise di donare le due statue, aveva appena 23 anni, ma era già un personaggio di spicco nella Taranto dell’epoca. Dedito alla politica, Francesco Antonio fu per ben due volte sindaco di Taranto e presidente della Repubblica Partenopea, durata appena 29 giorni. Troppi, per un uomo come lui, gli oneri per l’organizzazione della processione, tanto che optò per l’affidamento di tale compito ad una confraternita. Testimonianza di ciò è rintracciabile in un documento di cessione, in cui lo stesso Francesco Antonio scrisse di aver scelto la confraternita di Santa Maria del Carmine, perché proprio la medesima fu la comunità che gli mostrò maggior inclinazione e devozione all’opera e così fu. La confraternita venne fondata ufficialmente il 10 agosto del 1675 con un decreto dell’allora Arcivescovo di Taranto Mons. Tommaso Sarria.

Diversi documenti riportano invece come data di fondazione il 1577, anno in cui la comunità dei frati Carmelitani si trasferì dalla Chiesa della Madonna della Pace, nella città vecchia, alla Chiesa di Santa Maria extra moenia, detta Chiesa della “Misericordia”, e per l’appunto nel 1577 dedicata alla Vergine del Carmelo. Francesco Antonio Calò chiese, in cambio essere invitato ogni anno alla processione per “occupare il primo luogo tra gli Officiali” e chiese inoltre “un torcio di cera lavorata di libre due in ricompensa della detta donazione”. Un accordo, questo, che la confraternita del Carmine ha onorato per tanto tempo. Così facendo il 5 aprile 1765, Venerdì Santo, le statue di Cristo Morto e dell’Addolorata uscirono per l’ultima volta dalla cappella privata, varcando la soglia di Palazzo Calò, senza farvi più ritorno. Dall’anno seguente infatti, 1766, sino ad oggi, i due simulacri sarebbero usciti dalla chiesa del Carmine, dove erano entrati il Venerdì Santo dell’anno precedente. Una volta giunti a Taranto, entrambi i simulacri napoletani ebbero dimora presso una cappella gentilizia, ma non è dato sapere se si trattasse con certezza della cappella di Palazzo Calò, ubicato agli inizi Via Duomo, o addirittura della cappella privata presso la Chiesa di Sant’Agostino, ancora oggi presente agli inizi di Via Duomo, in Città Vecchia. All’epoca dei fatti la Chiesa del Carmine, di tipo extra moenia – fuori le mura della città antica, era una semplice cappella in aperta campagna, chiamata “Chiesa della Misericordia”, e per l’appunto nel 1577 dedicata alla Vergine del Carmelo. Proprio da come si evince, anche dalla relazione della Santa Visita Pastorale del Brancaccio a Taranto. La medesima, da antica chiesetta rurale di campagna, oggi è diventata uno dei due cuori pulsanti dei Riti tarantini. Francesco Antonio, dopo la donazione si sposò con Maria Raffaella de Angelis di Manfredonia, ma non avendo avuto figli, la famiglia si estinse con lui. Egli, dopo anni dedicati alla politica, tra incarichi e carcere, si spense a Taranto il 7 agosto 1817. Caputo sottolinea nella sua opera: “Questi era Francesco Antonio Calò, l’uomo della donazione. A lui la confraternita del Carmine, ma anche la città intera di Taranto, devono molto per quel che ci ha lasciato. Che differenza tra l’ingresso per la prima volta al Carmine delle statue di Cristo Morto e dell’Addolorato quella notte del 1765 e il rientro di oggi delle otto statue dei Misteri.

Allora non c’era quasi nessuno, oggi c’è la folla. E i confratelli piangono. Il cappuccio bagnato di lacrime, varcano a capo chino e singhiozzando la soglia del nostro tempio. E il pianto è un atto di fede. Anche le perdùne piangono”.

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I due antichi simulacri, più volte restaurati nel corso degli anni per ovviare all’inevitabile usura del tempo, sono gli stessi che vengono portati in processione ancora oggi dalla Confraternita del Carmine, insieme ad altre statue che si sono aggiunte nel corso degli anni, a completare il racconto plastico dei Riti. Il Rito della Processione della B.V. Addolorata, tanto cara a tutti i tarantini è portata avanti, con devozione sincera e immutato attaccamento alle tradizioni, dai confratelli della Confraternita di Maria SS. Addolorata e San Domenico. Tale confraternita fu fondata nel 1670 dai Padri Domenicani che prestavano servizio nel Tempio di San Domenico, situato nella parte più alta della città vecchia di Taranto. Il Tempio fu edificato nel 1302 sulle fondamenta di una Chiesa probabilmente sorta agli inizi del XIII secolo e fu solo a partire dal 1870 che la Confraternita assunse il titolo di San Domenico e dell’Addolorata.

A quanto pare, alcuni aneddoti tramandati nella cultura di Terra d’Otranto, affermano che forme devozionali nei confronti dei sepolcri, fossero diffuse già da prima, sulla scia di quanto raccontato nella “Peregrinatio Aetheriae”, nota anche come “Itinerarium Egeria”. Eteria, o Egeria probabilmente una donna facoltosa di origine spagnola vissuta tra il IV e il V secolo, descrive in una lettera, scritta in un latino colloquiale, i luoghi da lei visitati durante un suo pellegrinaggio in Terrasanta. Dal suo racconto, ricco di particolari curiosi, si sarebbe iniziato a rappresentare nelle chiese scene riproducenti i luoghi santi, con il chiaro intento di riproporre i momenti più significativi della Passione e della Morte di Cristo, il tutto offerto alla devozione popolare. Altri studiosi affermano, che il legame potrebbe essere vincolante alla tradizione dei “Tristia”. Ma la Chiesa si allontana da questa analogia, sulla quale alcuni studiosi si sono cimentati nel corso degli anni. Infatti, potrebbe esserci affinità con il culto di Attis e della Madre degli dèi detta Cibele, la quale chiese a Zeus di resuscitare il proprio figlio. Zeus avrebbe concesso il volere solo in parte, infatti fece in modo di rendere incorrotto solo il corpo defunto. Tale rito veniva compiuto intorno all’equinozio di Primavera. Il 15 cominciava il periodo di penitenza ma il 22 cadevano i “ Tristia”, durante i quali i sacerdoti commemoravano la morte di Attis, tagliando rami di pino legato a bande rosse di stoffa con violette e portandoli al Tempio di Cibele, ne ricordavano l’atto della morte e del sangue di Attis sparso per la terra. Il 25 marzo si celebravano gli “Hilaria” durante i quali si celebrava la resurrezione di Attis e il suo ritorno alla Grande Madre. Dicevano gli antichi che la sua tomba era aperta ed il dio si era levato tra i morti. Secondo Sant’Agostino e San Cipriano, la prima Pasqua cristiana fu il 25 marzo.

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Ma quali analogie sono, in tal senso, riscontrabili tra la tradizione nostrana e quella ispanica?

Anzitutto, oggetto di studio è il vestiario del confratello, dove, fra tutte le varie componenti, spicca il tradizionale cappuccio. Il medesimo è utilizzato in Spagna, sotto diversa foggia infatti è di forma conica e a Taranto è “afflosciato” a mo’ di fazzoletto, da uno studio condotto, si evince che può essere paragonato al discendente del “capirote”, ossia il copricapo che i condannati dalla Santa Inquisizione indossavano poco prima della loro esecuzione, una consuetudine iberica tipicamente medievale. Analogamente, nel corso dei rituali tarantini, il medesimo copricapo viene utilizzato in segno di penitenza, rigorosamente ignota. Ad accompagnare il tutto su note struggenti vi sono ora, inni funebri, con chiari influssi arabi da Pamplona a Siviglia. L’incedere pesante ed allentato accomunano ancor oggi le due processioni di differenti nazionalità, ma di comune origine, come quelle di Barcellona, Saragozza e Malaga. Le numerose e nobili famiglie spagnole residenti in città introdussero e diffusero tra la popolazione locale usi e costumi importati dalla madre patria, anche a carattere religioso. Nascono così le prime confraternite e hanno inizio i primi pellegrinaggi.

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Vincenzo Ludovico

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