AMAZON: I BRACCIALETTI DELLA DISCORDIA

Cosa rischiano i dipendenti?

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Dopo la consacrazione di Jeff Bezos a uomo più ricco del mondo, Amazon torna a far parlare di sé e dei trattamenti poco ortodossi riservati ai suoi dipendenti. La fortuna accumulata all’indomani del Black Friday sembra non aver soddisfatto i vertici della multinazionale di acquisti online, che desiderano ora incrementare ulteriormente l’efficienza e la rapidità dei lavoratori attraverso un piccolo quanto potente dispositivo. Stiamo parlando di un braccialetto elettronico pensato per facilitare il compito ai dipendenti, indicando istantaneamente l’esatta posizione del prodotto cercato all’interno degli immensi magazzini. Una trovata pressoché geniale, se non fosse per l’intrinseca possibilità di controllo sui singoli spostamenti dei malcapitati, che ricorda le precauzioni adottate dalla polizia con i più pericolosi criminali.

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Come funzionerà il braccialetto? L’accessorio, lontano dalle pretese della moda e totalmente funzionale alle esigenze di lavoro, si presenterà come un mini-computer da polso in grado di comunicare con i trasduttori a ultrasuoni di cui saranno tappezzati i magazzini. Il dispositivo guiderà l’azione umana verso il “bersaglio” desiderato (il prodotto da impacchettare e spedire al cliente), vibrando ogni qualvolta il dipendente dovesse commettere un errore. In tempo reale, tutte le informazioni verranno inviate al cosiddetto “modulo di gestione”, strumento che consentirà dunque di ricostruire le azioni svolte dagli operatori minuto per minuto. Un sistema ampiamente criticato - sebbene il brevetto abbia trovato riconoscimento ufficiale solo lo scorso martedì, dopo un’attesa di quasi due anni - per via di due questioni fondamentali: la privacy e la quasi esasperata “automatizzazione” dei dipendenti.

cms_8323/3.jpgUn folto coro di proteste si è levato dal fronte dei sindacati: Ugl, Cgil, Cisl e Uil si sono scagliati, attraverso le parole dei segretari generali, contro la possibile introduzione del ritrovato tecnologico. Dello stesso avviso la maggior parte delle forze politiche italiane, messe d’accordo da un unanime rifiuto nei confronti di una strumentazione tanto invasiva. “Uomini o schiavi? - ha tuonato Matteo Salvini in un tweet - Voglio restituire dignità al lavoro, alcune multinazionali sfruttano, spremono e poi rottamano. Basta!”. “Ecco i risultati della globalizzazione incontrollata: lavoratori ridotti a schiavi e costretti a lavorare come fossero in carcere da aziende multinazionali senza scrupoli. Questo non è il nostro modello di sviluppo, questo non è il modello di società che vogliamo. Difendere il lavoro sarà una priorità di FdI al Governo” gli ha fatto eco Giorgia Meloni, con un chiaro riferimento alla campagna elettorale di partito. Critici anche i post di Titti Di Salvo, vicepresidente dei deputati dem, Maurizio Martina, vicesegretario del Partito Democratico, e Giorgio Airaudo, di Liberi e Uguali.

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Incisivo anche l’intervento del ministro del Lavoro Poletti, il quale ha prontamente evidenziato: “In Italia esiste una legge e va rispettata. Le cose che si possono fare sono quelle ammesse dalla legge e quelle che non si possono fare sono quelle vietate dalla stessa. La normativa prevede che per avere determinate autorizzazioni e possibilità ci debba essere un accordo con le organizzazioni sindacali e/o, dall’altra parte, un’autorizzazione delle autorità competenti. Vale per un drone, vale per una bicicletta e vale per qualsiasi altra cosa”. Affermazioni che fanno presagire un futuro non facile per l’azienda, perlomeno per quanto concerne l’Italia. I dipendenti nostrani avevano già mostrato segni di insofferenza nell’ottobre scorso, quando in occasione del Black Friday avevano messo in atto una protesta contro le disumane condizioni di lavoronelle sedi della nota multinazionale. Già allora - per quanto Amazon avesse prontamente smentito - un’inchiesta condotta dal New York Times parlava di turni massacranti (minimo 80 ore a settimana) e di un controverso sistema di valutazione, l’Anytime Feedback Tool, basato sul giudizio fornito dai colleghi piuttosto che su un’oggettiva misurazione delle abilità e dei meriti mostrati da ciascun dipendente. Accuse a cui Jeff Bezos aveva replicato lapidario: “Chiunque lavori in un’azienda come quella descritta dal New York Times sarebbe un pazzo a restarci”.

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Nella giornata di oggi, Poletti medierà le trattative tra il gigante dell’e-commerce e i sindacati italiani, favorendo un accordo atteso già dal dicembre dello scorso anno. Intanto, l’opinione pubblica si divide su un caso che rappresenta in maniera emblematica l’avvento di una nuova era per il mercato del lavoro: il futuro vede prospettarsi in maniera sempre più nitida uno scontro tra la forza lavoro umana e le tecnologie robotiche sempre più avanzate, pronte a sostituirci e superarci in efficienza e precisione. Non tutti sanno che l’introduzione dei braccialetti elettronici è destinata ad essere solo una soluzione temporanea prima del definitivo passaggio all’automazione totale, che vedrà impegnati nel compito del packaging un esercito di robot ben “addestrati”. Uno scenario ancor più terrificante per tutti i pickers (gli addetti all’inscatolamento della merce) che, dopo essersi adeguati alle restrittive e alienanti regole dettate dall’azienda, potrebbero subire pesanti licenziamenti, cedendo il passo ai loro “colleghi” metallici. E’ l’ormai tristemente diffusa logica dell’ “usa e getta”, applicata persino al genere umano in favore del “dio denaro”, a cui dovremmo opporci con forza anziché obbedire silenziosi. I dipendenti Amazon meritano di ritrovare lo stesso sorriso stampato sugli imballaggi dell’azienda in cui prestano servizio.

Federica Marocchino

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