ALMAVIVA: A ROMA 1.666 LICENZIAMENTI. E ORA CHE SI FA?

Le Rsu romane hanno respinto l’accordo con il Ministero. Posti salvi solo a Napoli

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La sede romana della società di call center Almaviva contact chiuderà i battenti per sempre. Colpa di un accordo non firmato, di un “no” che cambierà inevitabilmente la vita a ben 1.666 lavoratori. Una tragedia forse già annunciata, ma che si poteva (e si doveva) evitare a tutti i costi, pur di non gettare sul lastrico quasi 2mila famiglie. Gente lontana dai palazzi del potere e dai giochi politici, che all’alba di un nuovo anno si ritroverà a fare i conti con la povertà, evidentemente sconosciuta a chi tesse le trame di queste paradossali vicende.

Già da parecchi mesi si parlava della “sofferenza” del gruppo Almaviva, che in Italia conta 38 sedi e 13.000 dipendenti. Dopo lunghe giornate di scioperi da parte dei lavoratori, il Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda e la sua vice Teresa Bellanova si erano resi disponibili alla stesura di un lodo non negoziabile (un provvedimento “a scatola chiusa”) per risollevare le sorti dell’azienda. Proposta tiepidamente accolta, il 19 dicembre scorso, dai vertici Almaviva, che si erano riservati di valutarne il contenuto prima di accettarla; quasi totalmente bocciata, invece, dai sindacati. Scartata l’ipotesi lodo, la data di scadenza della procedura per la messa in mobilità, fissata per il 21 dicembre, si avvicinava inesorabilmente.

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Ministro e viceministro, ancora una volta, sono scesi in campo per salvare in extremis quei posti di lavoro, dicendosi aperti a un nuovo accordo, non più “misterioso” come il famigerato lodo proposto precedentemente. Il provvedimento, avanzato in data 22 dicembre, prevedeva la prosecuzione della mobilità (già in corso) fino al 31 marzo. Tre mesi in cui i lavoratori sarebbero rimasti con le spalle coperte, grazie alla cassa integrazione, lasciando alle parti in causa tutto il tempo necessario per trovare una soluzione equa e sostenibile, soprattutto in merito alla necessaria riduzione dei costi e al potenziamento dell’efficienza dei dipendenti. Un progetto “già visto”, sulla falsariga di un altro accordo, firmato nel maggio scorso da società e sindacati e mai entrato in vigore.

Stavolta Almaviva ha concesso pieno consenso, “condividendo finalità e linee guida della proposta”. A Napoli la faccenda si è conclusa rapidamente, con la firma quasi immediata da parte delle Rappresentanze Sindacali Unitarie (Rsu), sollecitata dal “sì” dei segretari generali dei sindacati confederali Susanna Camusso, Annamaria Furlan, Carmelo Barbagallo e Francesco Paolo Capone.

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Sembrava che tutto potesse risolversi (si fa per dire) con facilità anche a Roma. Ma i 13 delegati delle Rsu capitoline, invece, hanno categoricamente rifiutato la proposta, dissolvendo le speranze di un meritato lieto fine per i dipendenti romani. Pare che le lettere di licenziamento siano già partite lo scorso giovedì, segno di una decisione ormai definitiva. L’azienda avrebbe tentato di revocare la procedura, senza tuttavia riuscirci, a causa di vari impedimenti di natura giuridica.

“Purtroppo l’azienda ha avanzato difficoltà anche dal punto di vista della tenuta della procedura, quindi ha ribadito il mantenimento dell’accordo dei lavoratori di Napoli e il mancato accordo con Roma. Si avvierà un confronto che spero proficuo per la stabilizzazione dei posti di lavoro napoletani” ha dichiarato il viceministro Bellanova in un’intervista a Rai News 24.

Il sindaco Virginia Raggi ha invece affidato a un tweet le tristi riflessioni sulla vicenda, che vede direttamente coinvolta la sua città. “Vicini ai lavoratori Almaviva. Condividiamo preoccupazione per loro e sosteniamo la battaglia M5S sui call center” ha scritto, esprimendo i sentimenti dell’intera Giunta capitolina. Un “cinguettio” accolto da una pioggia di pesanti critiche nei confronti della grillina, accusata di aver abbandonato al proprio destino i lavoratori romani.

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Perché i delegati Rsu hanno intrapreso una decisione tanto ardita e, come evidenziato dalla Fistel Cisl, tanto irresponsabile? Francesco De Rienzo, componente delle Rsu di Napoli che era presente alla riunione, ha fornito la sua testimonianza in un post: “È successo alle tre di notte, cioè quando si era ben oltre la scadenza della procedura. Lo sforamento era stato comunque tollerato proprio nel tentativo che la tremenda spaccatura si ricomponesse. Non è stato così. Alla fine solo la Rsu di Napoli ha voluto sottoscrivere il patto. [...] Tanti lavoratori di Almaviva Roma non volevano cedere a nessun ricatto: ‘nessun probabile accordo in deroga al contratto nazionale di lavoro per tagliare i salari in cambio della conservazione del posto’. E così è stato fatto. Niente firma dei romani, che hanno preferito farsi licenziare piuttosto che proseguire, come molti hanno commentato attraverso i social, ‘in una umiliante agonia dei diritti individuali e dei salari già molto bassi’ ”. Le rappresentanze sindacali avrebbero semplicemente portato avanti le volontà dei lavoratori. Una teoria, questa, che sembra essere molto distante dalla realtà: i dipendenti licenziati – in maggioranza donne – hanno contestato davanti al Ministero dello Sviluppo Economico la scelta messa in atto dalle Rsu, in un empito di profonda rabbia e disperazione. Nessun provvedimento, ora, riuscirà a lenire la dignità ferita di chi, dopo anni di sacrifici e fatica, si ritrova a dover elemosinare un impiego in un Paese che, almeno sulla carta, si dice essere “fondato sul lavoro”.

Federica Marocchino

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