AI POSTERI L’ARDUA SENTENZA ???

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Un minuto di silenzio che ci abbia uniti nella memoria di quel 24 maggio 1915 cui si riferisce l’ingresso dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale non può non averci indotti alla amara riflessione: se, mai, sia servito da monito il tanto sangue allora versato da circa un milione e mezzo di connazionali; tenuto conto che, ancora ai giorni nostri, non solo il resto del mondo continua ad essere interessato da focolai di guerre, ma nell’ultimo secolo non sono mancati violenti scontri ideologici intestini alla nostra stessa Nazione. Eppure, proprio a noi, in qualità di posteri di quanti vissero quella immane follia di sangue e distruzione di un secolo fà, sarebbe dovuta toccare l’ardua sentenza sull’ ecatombe che coinvolse il nostro popolo stretto al tricolore che condivise alterni momenti di minore e maggior gloria accanto ai vessilli delle altre potenze mondiali appena approdate nel ventesimo secolo.

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Non c’è dubbio che, da una lettura superficiale dei principali avvenimenti della Grande Guerra e soprattutto dal numero di caduti feriti e dispersi che riempiono tristemente le pagine sull’argomento, scaturisce immediatamente lo sdegno la rabbia impotente ed, in generale, un senso di fortissimo rifiuto di ciò che lo stesso Papa Benedetto XV definì “una inutile strage”. Ma, come giudicare una guerra mista di cose giuste e ingiuste, mentre continuiamo a glissare su ciò che ci vide perdenti e usiamo le fanfare per le vittorie? Per quanto riguarda principalmente l’Italia, si è discusso se fosse stata giusta la decisione del governo presieduto da Salandra di restare neutrali allo scoppio della guerra dichiarata dall’Austria-Ungheria alla Serbia il 3 agosto 1914; essendosi riferiti al trattato della Triplice Alleanza firmato nel maggio 1882 con la Germania e l’Austria-Ungheria, che prevedeva l’intervento militare solo in caso di aggressione ad una delle tre monarchie. D’altra parte, la decisione di scendere in guerra prevalse solo dopo l’alternarsi delle diverse posizioni fra i liberali di Giolitti, i cattolici e i socialisti sostenitori della neutralità; di contro agli interventisti: liberali conservatori, irredentisti, repubblicani, socialisti riformisti e relativa ala defezionista guidata da Mussolini.

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A parte l’influenza del primo schieramento sulla neutralità del nostro Paese almeno fino al 1915; anche gli interventisti ebbero incertezze nel decidere con chi schierarsi per potersi garantire il concretizzarsi delle proprie mire espansionistiche; dato che, in seno a quest’ultimo schieramento, i nazionalisti sostennero l’intervento inizialmente a fianco della Triplice e solo dopo a fianco dell’Intesa; quando, non essendo pervenute ad alcun risultato tangibile le trattative del governo per ottenere in via pacifica le terre irredente del Trentino e di parte della Venezia Giulia rimaste sotto il controllo del governo di Vienna, a sfavore dell’alleanza con gli Imperi Centrali tornò a pesare il bisogno di rivalsa sulle sconfitte subite nel 1886 durante la terza guerra d’indipendenza contro l’Austria, al termine della quale era stato acquisito solo il Veneto. In realtà, il passo decisivo per il mutamento delle alleanze fu rappresentato dal patto firmato segretamente a Londra il 26 aprile 1915 con Gran Bretagna Francia e Russia in base al quale l’Italia si impegnava a scendere in guerra a fianco dell’Intesa entro un mese con la promessa che, in caso di vittoria, avrebbe ottenuto il Trentino, l’Alto Adige fino al Brennero, Trieste, Gorizia, Gradisca, parte dell’Istria e della Dalmazia e diritti sull’Albania; pertanto, dopo la denuncia della Triplice Alleanza il 3 Maggio, il governo Salandra sulla spinta della propaganda interventista caldeggiata da Gabriele D’Annunzio, presentò al governo di Vienna la dichiarazione di guerra il 23 maggio 1915 fissando l’inizio delle ostilità al giorno successivo La Grande Guerra è stata vista come l’ultima guerra di indipendenza conclusiva del nostro Risorgimento; la fine di un mondo in cui la civiltà ottocentesca crollò rovinosamente comportando l’ingente carneficina di uomini, con una gran massa di contadini e analfabeti; nel contempo, avendo sommato anche i nostri momenti di maggiore gloria sui vari fronti di battaglia: per terra, dove si alternarono sconfitte e vittorie come sulla linea dell’Isonzo del monte San Michele di Caporetto del Grappa del Piave; così per mare dove, alla perdita di due nostre corazzate: la Leonardo da Vinci nel mare di Taranto e la Regina Margherita nel porto di Valona, si contrapposero incursioni nei porti di Trieste Parenzo Pirano Durazzo Pola nelle acque presso l’isola di Premuda; a bordo dei Mass, veloci motoscafi armati di due siluri, con cui si colsero due memorabili imprese vittoriose con l’affondamento della corazzata austriaca Santo Stefano ad opera del comandante Luigi Rizzo ( il cui ricordo si rinnova il 10 giugno con la festa della Marina ) ed essendo stata fatta saltare in aria anche la corazzata Viribus Unitis ad opera di Raffaele Rossetti e Raffaele Paolucci che si erano serviti di uno speciale innovativo ordigno chiamato “mignatta”.

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Anche dal punto di vista della giovane Aeronautica, sul nostro fronte ci furono grandi imprese e gravi perdite, essendosi distinte figure eroiche come Francesco Baracca che ottenne la sua prima vittoria in aprile presso Gorizia con un biplano Nieuport 11 Bebe. e abbattè 34 aerei austriaci prima di essere colpito sul Montello dove fu recuperato solo quando la zona tornò sotto il controllo italiano; quindi, si imposero altri “Arditi” degli omonimi speciali reparti di assalto: come Piccio, Scaroni, Olivari, Ruffo di Calabria, Baracchini e Ranza; mentre andava confermandosi la supremazia dell’industria aeronautica italiana che già alla fine del 1916 aveva prodotto più di un migliaio di aerei. Alla fine di tre anni di durissimi combattimenti, conquistate, fra il 2 e il 3 novembre, a nord Rovereto e Trento, ad est Trieste; a Villa Giusti presso Padova il 3 Novembre 1918 fu firmato l’armistizio con l’Austria-Ungheria e, alle ore 15, del 4 novembre 1918, cessarono le ostilità su tutto il fronte italiano. A quale ingentissimo prezzo, in termini di vite perse, il magro risultato acquisito!!! Al riguardo l’Italia si dichiarò insoddisfatta, soprattutto in relazione alle promesse ricevute il 26 aprile del 1915.

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Al poco di positivo, conseguito dal nostro Paese, va sommata solo una rivincita morale anche grazie all’intuizione di Papa Benedetto XV cui va il maggior riconoscimento per il messaggio rivolto nel 1917 alle nazioni con la famosa “Nota per la Pace”. Attraverso questa, essendo fallito il tentativo di cercare di rientrare nel gioco delle diplomazie europee in veste di capo dello Stato Vaticano e falliti ai fini pratici anche gli appelli rivolti ai belligeranti europei per la cessazione del blocco continentale e della guerra sottomarina, il Pontefice decise di dare voce al Cattolicesimo come libera Autorità Morale al di sopra di ogni interesse politico e, in tal senso, innovando anche il principio di nazionalità da intendersi come esplicazione di libera volontà dei popoli e non più come semplice ritaglio territoriale su base etnica, propose di organizzare un tavolo di trattative che sancissero un ritorno alla situazione pre-guerra, senza vinti e vincitori, iniziando un programma di reciproco disarmo delle nazioni per evitare ulteriori guerre future. In tal modo questo Papa si era fatto precursore dei principi di autodeterminazione dei popoli, libertà dei mari, disarmo e arbitrato internazionale; gli stessi che sarebbero stati ripresi poco più tardi da Wilson. Ma si trattò solo di una rivincita morale che non sortì alcun effetto pratico in quella rovinosa Grande Guerra che derivava non solo da mire espansionistiche soprattutto della Germania per la quale il Kaiser ricercava il predominio politico e, in special modo, quello marittimo contro l’egemonia allora esercitata dall’ Inghilterra; altresì, avendo le sue basi in un profondo malessere ormai incontenibile nello stato sociale e politico globale di tutte le maggiori potenze europee, nell’attentato di Serajevo aveva trovato solo un pretesto per la discesa in campo di tutti gli stati che si catapultarono in quel conflitto divenuto mondiale perchè, pur essendone restate fuori Spagna Olanda Nazioni Scandinave e Confederazione Elvetica, per la prima volta si videro coinvolte addirittura truppe provenienti dalle colonie d’oltremare, con le grandi potenze di USA e Russia a sostegno dei due opposti schieramenti.

cms_2278/Clausewitz_Carl.jpgCome avrebbe detto il generale prussiano von Clausewitz, quella guerra fu “la continuazione della politica con altri mezzi”; infatti, le tensioni politiche che si trascinavano da almeno un decennio tra le grandi potenze europee trovarono nel conflitto globale il naturale approdo della loro inarrestabile corsa al riarmo, terrestre e navale, basato sulle grandi rivoluzioni tecnologiche che permisero a quasi tutte le grandi potenze mondiali di produrre armamenti di potenza inaudita. D’altra parte, poichè alla base di quelle tensioni vi erano interessi circa gli scambi internazionali, proprio gli interessi economici degli stati arrivarono a dettarne la scelta politica della discesa in una guerra che, per l’ingente impiego dei mezzi e delle risorse a disposizione, in termini di uomini e animali ( come muli e colombe ) uniti alle macchine di guerra frutto del progresso tecnologico, fu detta “Materialschlacht” (“guerra di materiali”) nella quale, quindi, secondo una citazione del filosofo Ernst Junger “il genio della guerra si congiunse con il genio del progresso”. Ma, quel “genio della guerra” fu davvero all’altezza del “genio del progresso”? In realtà, l’operato di ciascuno stratega o generalissimo dell’epoca fu caratterizzato spesso dalla più completa impreparazione ad affrontare un conflitto di tali dimensioni, affrontato con una mentalità bellica ormai antica e anacronistica di fronte alla “guerra dei materiali” in cui le inenarrabili carneficine sembrerebbero frutto di direttive azzardate piuttosto dall’ego se non dalla ottusità di molti al comando. Lo stesso Colonnello Gatti, storiografo ufficiale allo Stato Maggiore di Cadorna, ci dà un ottimo esempio della mentalità dei capi nelle pagine del suo diario dove compare una frase altamente significativa: “E’ meglio pensare a ciò che si fa, mentre le masse non hanno ancora tutta l’idea della loro potenza, la rabbia dei loro dolori e del loro sangue, e la cupidigia dell’avvenire”; così, un’altra interessante annotazione scritta proprio a metà del 1917 : “Distruggiamo specialmente il terrore dell’arretramento tattico. Puniamo chi, scioccamente, si incaponisce a rimanere in una posizione infelice; diciamo che si devono tenere ad ogni costo solo le posizioni definitive, non quelle di passaggio, altrimenti siamo su una strada sbagliata”; da entrambe le annotazioni evincendosi il comportamento sia di chi comandò, sia di chi eseguì ordini più o meno pedestremente e ben presto si trovò a combattere semplicemente per portare a casa la “ghirba” e non più per inseguire un ideale politico o economico.

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Oggi resta memoria anche della sofferenza patita nelle trincee dove la coesione dell’esercito era data da sottocapi presi fra studenti universitari che facevano da tramite fra gli ufficiali e la truppa ignorante ed esposta ai maggiori sacrifici; senza contare che, per i fanti, uscire dalla trincea significava morire, così come i più vennero uccisi dagli obici. D’altra parte, è risaputo che chi non andava all’assalto doveva vedersela con il plotone d’esecuzione; ma, nonostante ciò, furono moltissimi i fenomeni di diserzione e rivolta, come anche le decimazioni di innocenti confusi con quanti ritenuti anarchici o colpevoli di un crimine di guerra. In definitiva, globalmente, la Grande guerra comportò la immane ecatombe di ventisei milioni di vittime sterminate dalle nuove armi fra cui i micidiali gas letali; mentre, lasciò le nazioni belligeranti prostrate e indebolite, ad eccezione degli USA che uscirono senza aver subito danni, con una maggiore ricchezza e con il ruolo di signori economici del mondo. In più, la fine della guerra l’11 novembre 1918, sancita da una semplice serie di armistizi, portò ad un trattato di pace di Versailles tanto precario, quanto instabile, per entrambe le fazioni in causa.

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La Prima Guerra Mondiale non risolse nulla circa le sorti globali dei popoli che vi si erano coinvolti; mentre le speranze che essa generò furono subito deluse. Quale ardua sentenza relativamente a quella tragica Grande Guerra e relativa ecatombe, se non ne derivò una sostanziale remora e ne discesero solo le premesse per quell’altra immane follia, poco tempo dopo, di una seconda guerra mondiale? E’ mai servito recriminare, al di là di una immancabile riflessione sulla troppo labile memoria umana anche riguardo alle catastrofiche esperienze belliche già vissute? Ci saranno mai posteri che potranno dire di avere scoperto un insuperabile deterrente alla ciclica riproposizione degli errori peggiori cui l’uomo sembra condannarsi? Non resta che sperare nel finale positivo di pace globale, in un percorso umano predestinato solo ad asperità catartiche e non ad una folle meta di autodistruzione.

Rosa Cavallo

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