ADDIO ALLA CASA

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sono le carni a non staccarsi dalla piastrellatura
chiedendo d’essere inghiottite nella sua conchiglia
abbraccio questo bagno come una mamma
immensa di stanze stampate della mia storia


Capita a tutti nella vita di cambiare casa, di affrontare traslochi più o meno dolorosi. Il trasloco come separazione dalla casa e dalle cose. Un lutto da elaborare nel tempo, spesso in silenzio, per paura di dolersene pubblicamente. Un dolore combinato ad altri dolori, che spesso diventano il pretesto per poterne piangere.

stringo la casa
dall’orlo della vasca alle maniglie
per basi, altezze, profondità

e piango perché se n’è andata una nonna
che insegnava a toccare l’infinito

non si piange mai per una cosa sola

così mi attacco ai bordi per portarli via
eccentrici come nel mio sogno

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Si accarezzano le pareti, si baciano i singoli spigoli, si abbracciano le porte. E mentre si lascia la casa, la casa perde il suo padrone. Perde il tocco che rendeva funzionante ogni suo particolare malandato: crescendo di segreti comuni e atti di riverenza reciproci.

piangerò per i difetti della lavatrice
la crepa sul soffitto
per quel corrimano umido ad ottobre
baciando gli spigoli della casa
come fossero gli occhi del mio gatto

Il tema del trasloco è stato ampliamente trattato in letteratura e analizzato dalla psicologia in tutte le sue conseguenze. Scriverne in generale sarebbe percorrere itinerari già battuti, adagiarsi a parole già scritte. Nel dettaglio si cela il vero dolore, lo schiacciamento, la rinascita.
L’esempio qui narrato, racconta di chi lascia la casa contro la propria volontà, dovendosi trasferire dove incomberà, non si sa per quanto ancora, la presenza di un altro padrone e di tutte le sue cose.

la muffa si forma quando un comò diventa mausoleo
le cose si accavallano fitte, a guisa di reliquie
piantate come gioielli che non crescono mai

premono verso il centro della terra
vogliono restare lì sepolte, invariate. mute

l’ostinazione non percepisce odori decomposti
continua a venerare fiori secchi, come santi

Quindi, se non l’impossibilità, la forte limitazione di contenere le cose personali e la necessità imposta di buttarne la maggior parte.

Un’eredità indiretta in cui, oltre alla casa si ereditano persone, animali, cose. E nuovi pesanti doveri. Una vita proiettata a tagliar via una fetta enorme della vecchia libertà. Una subentrata amarezza di essere senza casa, di avere solo un tetto sulla testa per quando piove o tira vento. Avendo inizio l’avventura di stanziare in un’area non nostra ad accettare regole non nostre. Sempre in posizione subalterna, considerando le mura altrui come un ampliamento della persona che vi abita e vi fa entrare chi vuole. Perché anche gli ospiti fanno parte dell’eredità. Vivendo questa condizione si altera persino il linguaggio del corpo, la voce, la risata.L’impressione di sentirsi un po’ più padroni subentra soltanto dopo aver domandato permesso, anche per andare in bagno.

In tutta la storia, la salvezza consiste nel non lasciarsi sopraffare dalla nostalgia. Nel creare occasioni per avviare piccoli progetti, in potenza di diventare grandi, una volta meritata la fiducia del vecchio padrone di casa. Nell’elargire cura continua cura, gentilezza e dedizione. Nell’ incunearsi poco alla volta, per non violare repentinamente l’equilibrio di colui che dall’altra parte, si è trovato un “estraneo fra i piedi”. Conquistando spazi e rinunciando a spazi. Suddividendo i mondi per ripristinare o continuare a vivere entrambi la propria identità.

il rispetto, melodia
forma di ogni cosa
lo esige la casa, che senza
suona frastuono dentro

Nonostante si sogni sempre di lasciare tutto e seguire la luce emanata da una casa nel bosco per riavere la propria isola segreta, dove nessuno possa entrare, esclusi i lupi, quelli veri.

Tanta fortuna poi, sarebbe possederla per recuperare qualcosa almeno, di quello che era stato nostro.

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oggi anche il giorno piange
di luce liquida e primo verde sui rami
ma i piedi possono ancora volare
sull’erba appena tagliata

quando apro il portone la casa mi rientra

raccolta in una penombra ormai usuale
e le mandate suonano la marcia nuziale

la mia luce è tutta qui

dal mezzogiorno appoggiato al bosco
alla valle che prosegue il tramonto
fino al mattino che riapre

sul colore degli ibiscus

Daniela Casarini

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