20 GIUGNO:GIORNATA MONDIALE DEL RIFUGIATO

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Sono 100 milioni le persone costrette a lasciare la propria terra per cercare salvezza altrove. Quella dei rifugiati e degli sfollati è una crisi globale. Sono ormai più di dieci anni che assistiamo a una crescita continua e costante del numero di esseri umani in fuga dentro e fuori dal loro Paese nel mondo (Carlotta Sami, portavoce per il Sud Europa dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati Unhcr)

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Oggi ricorre la Giornata Mondiale del rifugiato l’appuntamento annuale sancito dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla condizione di rifugiati, richiedenti asilo e sfollati nel mondo che lasciano i propri affetti, la propria casa e tutto ciò che un tempo era la loro vita per cercare salvezza in paesi civili popolati da gente umana.

Ma chi è un rifugiato?

Per la legislazione la definizione è nell’articolo 1A della Convenzione di Ginevra del 1951 in cui si legge che che il rifugiato è colui “che temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese; oppure che, non avendo cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di tali avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra”.

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Per la Chiesa non c’è una linea di demarcazione tra rifugiati e migranti. Malgrado l’Istituzione rinvii la giornata celebrativa ad altra data gli appelli di Papa Ffrancesco all’accoglienza e al prendersi cura dei fratelli in difficoltà sono ricorrenti.

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La Chiesa celebra la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato dal 1914 invitando i fedeli a dimostrare preoccupazione per le diverse categorie di persone vulnerabili in movimento, a pregare per loro mentre affrontano molte sfide, a assumere consapevolezza sulle opportunità offerte dalla migrazione.

Ogni anno la GMMR viene celebrata l’ultima domenica di settembre; nel 2022, sarà celebrata il 25 settembre. Il titolo scelto dal Santo Padre per il suo messaggio annuale è “Costruire il futuro con i migranti e i rifugiati”:

costruire il futuro con i migranti e i rifugiati significa anche riconoscere e valorizzare quanto ciascuno di loro può apportare al processo di costruzione (Papa Francesco).

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Per la gente comune, forse, non c’è differenza tra gli status. E’ un argomento divisivo (a voler usare un attributo assai in voga, semantica italianizzazione omologata sull’ingl. divisive ’che divide; controverso, dibattuto’). Che siano migranti, esuli, profughi, rifugiati, richiedenti asilo poco importa la matrice dello status se quest’ultimo deve misurarsi con l’indifferenza, l’ideologia razzista, l’ottusità, il registro cabalistico della politica.

E poi ci sono quelli, uomini e donne di buona volontà, che ritengono che quando la pace è infranta e quando dilaga la freddezza, l’unica salvezza nelle vite sta nell’ umanizzare l’inumano impegnandosi, ciascuno per la propria parte, perchè vengano rispettati i diritti di tutti gli esseri viventi senza distinzioni.

Per noi italiani ciò significa anche onorare la memoria dei nostri avi che spinti dal bisogno dovettero lasciare la loro Patria. Significa non dimenticare ciò che un nostro connazionale rispose a un ministro che, cadendo dal pero, gli chiedeva come mai andasse via dalla Nazione.

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In quei tempi (appena un secolo fa) la voce del potere dei Giolitti, dei Crispi, dei Cairoli, dei Salandra ignorando i problemi di gente che chiamavano comunque italiani, invitava all’ottimismo perché, se mossi dalla fame, un tozzo di pane lo si poteva trovare comunque militando tra le fila del brigantaggio, morendo nei cunicoli delle solfatare o nella miniere, spezzandosi le reni da mane a sera nei campi, restando a mollo nelle risaie per intere giornate

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"Cosa intende per Nazione ,signor Ministro? Una massa di infelici?

“Piantiamo grano ma non mangiamo pane bianco, coltiviamo vite ma non beviamo vino, alleviamo animali ma non mangiamo carne. Ciononostante Voi ci consigliate di non abbandonare la nostra Patria. Ma è una Patria una terra dove non si riesce a vivere del proprio lavoro?". Rispose così l’emigrante italiano al suo ministro italiano (cfr: risposta riportata da Costantino Ianni - Homens sem paz, Civilização Brasileira, 1972, ed esposta nel Memoriale dell’immigrato di San Paolo).

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Non aggiungo altro. Per meglio riflettere sui problemi di oggi voglio, in questo giorno, ricordare brevemente i 29.000.000 milioni di Italiani abbandonarono il proprio Paese dopo il 1861 fino alla fine del ’900. 18.000.000 milioni di loro non vi fecero più ritorno. Spinti da una povertà endemica, uomini, donne e bambini in gran parte analfabeti si misero in viaggio verso terre lontane, che spesso si rivelarono ostili ed ingrate. Affrontarono traversate oceaniche in condizioni pietose in viaggi che duravano più di un mese, stipati su bastimenti che partivano dai porti di Genova, Napoli e Palermo alla volta di Stati Uniti d’America, Brasile (ove andavano a sostituire i neri, liberati dalla schiavitù nel 1889, nelle fazendas per coltivare il caffè), Argentina, Australia, Canada. In Europa le destinazioni erano Francia, Belgio (nelle cui miniere di carbone divenivano vittime di malattie e morte …chi non ricorda Marcinelle dove nel 1956 in un incidente perirono 136 italiani?), Gran Bretagna, Svizzera e Germania.

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Non era manodopera specializzata quella italiana ma forza lavoro da sfruttare nell’agricoltura, nell’industria e nelle miniere. Per tutti era necessario avere un contratto o una "chiamata" da esibire all’arrivo nel Paese in questione. Essere in buona salute era un quesito indispensabile e se nella visita medica all’arrivo si riscontravano patologie non compatibili si era respinti e si doveva ritornare indietro, separati dalla propria famiglia che veniva magari accettata.

Non me ne vogliano i lettori se le immagini riportate sono da me intenzionalmente inserite senza didascalie: ritraggono il medesimo status, a prescindere da sesso, età anagrafica, latitudini e epoche.

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Nelle città americane si formarono dei quartieri separati dal resto dell’agglomerato urbano dove gli Italiani cercarono di ricostituire in parte la Patria lontana, celebre tra tutte "Little Italy" a New York.

Nel Nordamerica (ma non solo anche in Australia, Sudamerica e Europa) non erano bene accetti, nella scala sociale erano ritenuti un gradino sopra la gente di colore perché, erano bassi di statura, sovente scuri di capelli e soprattutto cattolici, cosa non ben vista dalla popolazione "Wasp" che aveva fondato e dominava culturalmente la Repubblica Stellata. Luoghi comuni e pregiudizi che tutt’ora pesano sugli Italiani nel mondo.

Xenofobia che si manifestava sovente con spedizioni, linciaggi ed uccisioni, celebre quella di Aigues-Mortes in Francia nel 1891 che porto’ Italia e Francia sull’orlo di una guerra. L’episodio più celebre rimane uno giudiziario però, quello di Sacco e Vanzetti che furono giustiziati nel 1927 negli Usa, ritenuti ingiustamente responsabili di due omicidi. Furono riabiltati dalle autorità americane nel 1977. La tragedia più grande della nostra emigrazione avvenne nel 1891 quando la nave battente bandiera britannica "Utopia" si inabisso’ al largo di Gibilterra nella quale morirono 562 italiani.

Antonella Giordano

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