2017: L’ANNO D’ORO DELLE EVASIONI

Quali inadempienze si celano dietro le fughe dei detenuti?

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Come nei migliori film polizieschi, intorno alle 14 di domenica scorsa due detenuti sono evasi dalla casa circondariale di Civitavecchia (Roma) aiutandosi con delle lenzuola. Approfittando dell’ora d’aria, dal cortile di passeggio hanno potuto facilmente scavalcare le recinzioni, per poi arrampicarsi sui muri di cinta e fuggire lontano, alla ricerca della perduta libertà. Entrambi di nazionalità albanese, Luca Leke e Marku Osvaldi – rispettivamente di 31 e 22 anni – erano finiti dietro le sbarre l’uno per droga e rapina, l’altro per furto aggravato e ricettazione. Due arresti a cui avevano preso parte, oltre alla Polizia di Stato, alcuni agenti del Nic (Nucleo investigativo centrale) della polizia penitenziaria. Un’operazione complessa, che ha trovato risoluzione grazie all’abilità del personale addetto e che, soprattutto, sarebbe riuscita nell’intento di far giustizia, se solo non avesse incontrato ulteriori “ostacoli” lungo il percorso. Causa sovraffollamento del carcere di Civitavecchia – che occupa attualmente ben 430 reclusi, a dispetto dei 344 “posti” disponibili - gli arrestati hanno infatti trovato collocazione presso una nuova struttura. Una sistemazione “alternativa” rispetto alle classiche e impenetrabili mura carcerarie, che potrebbe aver facilitato la fuga ai due criminali.

cms_6862/2.jpgLe ricerche sono scattate quasi istantaneamente, al segnale acustico del sistema anti scavalcamento. Si sono susseguiti diversi rastrellamenti lungo l’intero territorio circostante, che hanno visto impegnati anche alcuni elicotteri. Nonostante l’impegno profuso dal personale, tuttavia, l’unica svolta di questa rocambolesca storia è giunta nel primo pomeriggio di ieri, con la cattura di Luca Leke. Il 31enne è stato rintracciato nei pressi di un’area boschiva a poca distanza dalla casa circondariale: durante la folle corsa, si sarebbe procurato una ferita alla gamba, che gli avrebbe impedito di procedere oltre. Nessuna traccia, invece, del compagno 22enne, ad oggi ancora ricercato.

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Quello registratosi a Civitavecchia non è affatto un caso isolato. Meno di un mese fa, per l’esattezza lo scorso 8 luglio, anche il carcere di Volterra aveva dovuto fronteggiare la fuga di Ismail Kammoun, condannato all’ergastolo per reati di mafia. Stando alle stime del Sappe (Sindacato autonomo polizia penitenziaria), dall’inizio del 2017 si sarebbero verificate ben 114 evasioni: un numero esagerato considerando che siamo solo ad agosto, oltre che ben lontano dalle statistiche degli anni passati.

Quali le ragioni di questa improvvisa impennata? Purtroppo, non si tratta semplicemente di un anno “favorevole” per i detenuti. Dietro un fenomeno tanto diffuso si celano le gravi insufficienze del nostro sistema carcerario, messo a dura prova dalla scarsità di personale e dal sovraffollamento delle celle. “La sicurezza dei cittadini non può essere oggetto di tagli e non può essere messa in discussione dalla carenza di agenti. E’ necessario un potenziamento dell’impiego di personale di Polizia Penitenziaria nell’ambito dell’area penale esterna” aveva dichiarato circa in mese fa il segretario generale pro tempore del Sapp, Donato Capece. Parole confermate domenica scorsa da Angelo Urso, Segretario della Uilpa Penitenziari: “Il caso di duplice evasione che si è registrato a Civitavecchia è l’ennesimo segnale che il sistema carcerario fa acqua da tutte le parti e che urge un’inversione di marcia. Chiediamo da tempo di proclamare lo stato di emergenza delle carceri, per avviare una seria riflessione e cercare soluzioni reali ai problemi del settore, a cominciare dall’insufficienza di personale e risorse. Non si può pensare solo alla rieducazione e al trattamento dei detenuti trascurando la sicurezza. Al contrario, bisogna aver chiaro che non può esserci reinserimento sociale senza sicurezza nelle carceri”.

A quanto pare, qualsiasi appello volto a migliorare le condizioni delle carceri è destinato a cadere nell’oblio. A nulla sono valsi i colloqui con il Ministro degli Interni Marco Minniti, che ha promesso solo l’istituzione di un concorso per l’assunzione di altri mille agenti; un provvedimento fin troppo blando, che purtroppo quasi certamente non sarà sufficiente a sanare una “ferita” tanto profonda. Oltre a un rinfoltimento del personale carcerario, sarebbero opportune delle operazioni di revisione dei dispositivi di vigilanza (molti carcerati, per esempio, sono evasi approfittando del malfunzionamento delle telecamere di videosorveglianza) e delle barriere fisiche volte a impedire la fuga. Emblematico, in questo frangente, l’episodio avvenuto lo scorso 20 febbraio a Sollicciano (Firenze), dove tre rumeni riuscirono a fuggire dal carcere grazie alla mancata sorveglianza di un muro di cinta pericolante.

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Solo quando in ogni animo albergherà la fiducia nella certezza delle pene, il nostro Paese potrà dirsi davvero “civile”. La mancata sicurezza delle carceri è una coltellata al cuore per chi ha subito le conseguenze di un qualunque crimine, ma anche un inutile placebo per coloro che si sono macchiati di reato. Il potere rieducativo di una giusta detenzione è l’ingrediente fondamentale per una società sana e matura. Farne a meno vuol dire rinunciare a qualsiasi speranza di uno slancio morale, rotolandosi nel solito, vecchio pantano della mediocrità e dell’ipocrisia.

Federica Marocchino

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