“ Sportello a quattro zampe ” - parte quarta

Pet therapy: un viaggio tra le terapie oggi conosciute ed applicate nel mondo. I loro effetti sui malati e le prospettive future

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Con il termine pet therapy o zoo terapia si intende una terapia dolce basata sull’interazione uomo –animale, che integra le tradizionali cure e può essere impiegata su pazienti affetti da diverse patologie.La presenza di un animale permette in molti casi di stabilire una comunicazione paziente- animale- medico, stimolando la partecipazione attiva del malato, coinvolto emozionalmente.Negli anni ’60 lo psichiatra infantile Boris Levinson, enunciò le sue teorie sui benefici apportati dalla compagnia degli animali che egli stesso applicò nella cura dei suoi piccoli pazienti.Ulteriore conforto venne dalla Delta Society, fondata in Australia nel 1997, che tutt’oggi studia gli effetti di tale compagnia.Oggi la pet therapy trova applicazione in svariati settori socio assistenziali, dalle case di riposo, agli ospedali, alle comunità di recupero.Prendersi cura di un animale può calmare l’ansia, aiutare a superare stress e depressione.

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Coinvolte nella pet therapy troviamo diverse figure professionali:il responsabile di progetto (un professionista del campo sanitario), il medico veterinario che valuta il benessere dell’animale, il coordinatore d’intervento che può essere psicologo o psicoterapeuta, l’educatore, l’infermiere o l’assistente sanitario O.S.S., il laureato in scienze motorie, l’insegnante e lo psicomotricista.Il coadiutore promuove la relazione uomo - animale e monitora lo stato di salute e benessere dell’animale in collaborazione con il veterinario.E’ fondamentale individuare l’animale corretto per il singolo paziente, in base alle sue preferenze personali.Se ne possono impiegare diverse specie: cani, gatti, conigli, uccelli, cavalli (ippoterapia), asini (onoterapia), lama, delfini (delfino terapia), leoni marini, rapaci(falconeria), elefanti.Gli animali che si sono mostrati particolarmente adatti a questo scopo hanno reali e certificate capacità terapeutiche ed educative su chi vive condizioni di disagio psicofisico. Migliorano l’apprendimento e i rapporti interpersonali.Per questo nelle sale gioco degli asili e nelle scuole è sempre più frequente la presenza degli animali addestrati.Incrementano lo spirito di osservazione e la creatività, ma soprattutto favoriscono la comunicazione e aiutano a superare forme eccessive di timidezza o aggressività.In attesa di una legge dedicata, nel 2015 in Italia è stato siglato l’accordo Stato-Regioni, recante linee guida nazionali in materia IAA (Interventi Assistiti con gli Animali), ora in corso di recepimento da parte delle regioni e province autonome.L’Italia è stato dunque il primo paese al mondo ad aver fissato regole omogenee e standard di qualità per accreditare le strutture che lavorano con gli animali. Nelle linee guida si individuano anche le figure necessarie alla formazione dell’equipe multidisciplinare per gli IAA e si stabilisce un iter formativo uniforme. A questo proposito la dott.ssa Spartia Piccinno, presidente e fondatrice dell’Associazione italiana “Pet therapy” avverte: “Al momento la situazione non è ancora omogenea, per questo bisogna sempre verificare l’accreditamento degli enti a cui ci si rivolge”. L’Associazione nasce nel 1998 e ha come obiettivo il miglioramento della qualità della vita dell’uomo attraverso l’amore del cane e le sue qualità terapeutiche.

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I corsi di formazione per operatori IAA devono rispondere a determinati requisiti base a garanzia della qualità dell’offerta didattica. Sono fondamentali l’accreditamento come Ente formativo presso le Regioni e la presenza di docenti esperti e qualificati in tutte le materie trattate durante i corsi. Le lezioni devono inoltre svolgersi presso strutture idonee e conformi alle linee guida nazionali. Importante la presenza nella sede del corso degli animali coinvolti negli IAA. Si deve garantire ai discenti la possibilità di fare tirocinio in attività già strutturate, offrire la presenza di un supervisore esperto pronto a chiarire dubbi e una metodologia valida, collaudata ma soprattutto riconosciuta.Strutture accreditate sono ad esempio l’ASI (Associazioni Sportive e Sociali italiane ), fondato nel 1994, accreditato presso la Regione Lazio e riconosciuto dal CONI; la onlus A.N.U.C.S.S. (Associazione Nazionale Utilizzo del Cane per Scopi Sociali), fondata nel 1998 e specializzata nella riabilitazione psichica e motoria per portatori di handicap, anziani e bambini; la onlus AURIGA che nasce nel ’93 come centro di attività equestri integrate e partecipa alla Giornata mondiale della consapevolezza dell’Autismo, promossa dall’ONU che vede i principali monumenti italiani illuminarsi di blu.Dal 2012 esiste un progetto sperimentale di Pet therapy, portato avanti dall’ospedale pediatrico del Bambin Gesù di Roma, nella sede di Palidoro con la collaborazione di A.N.U.C.S.S. ONLUS. Cani addestrati per assistere i bambini con difficoltà motorie nel percorso neuro-riabilitativo.Presso l’ospedale pediatrico Gaslini di Genova si tiene il progetto “Gimme Five” (Qua la zampa), promosso da “Il Porto dei piccoli “ onlus che prevede l’ingresso in corsia di alcuni animali della Scuola di salvataggio.Gli animali possono affiancare i pazienti nei momenti di relax per alleviare lo stress legato alla degenza e alle cure. La loro vicinanza è sempre supportata da personale specializzato. La pet therapy in ospedale è consentita solo dopo il parere positivo dei responsabili della struttura ed è messa in atto rispettando la sicurezza sanitaria dei degenti. Gli incontri avvengono all’interno di aree dedicate. Gli animali devono possedere la certificazione veterinaria che accerti il loro stato di salute, essere lavati 24 ore prima con shampoo antimicotico e spazzolati prima di entrare in reparto.All’avanguardia a questo proposito è l’Emilia Romagna dove la normativa è perfezionata da un articolo che introduce la possibilità, per la persona ricoverata, di farsi portare il proprio animale da compagnia, nelle ore di visita, all’interno delle strutture di cura pubbliche e private accreditate. Una rivoluzione che potrebbe aprire nuovi spiragli in ambito nazionale e imitata, seppur sporadicamente, dall’ospedale Regina Margherita di Torino.Abbiamo detto che nella pet therapy vengono coinvolte diverse specie di animali; sicuramente il cane e il gatto sono le più conosciute. L’AIDAA si sta battendo per avere il “gatto di reparto” perché la sua presenza possa restituire il sorriso agli anziani e ai bambini malati. Accarezzare il pelo morbido di un micio o di un cane, riduce il battito cardiaco e aiuta il rilassamento. I gatti più adatti per la zoo terapia sono il Persiano e il gatto Siberiano, l’unico a non provocare allergie in quanto non produce la proteina Fel D1 rilasciata dalla saliva durante il leccamento del pelo. La vicinanza del gatto, come del resto quella del cane, migliora la capacità di socializzazione e nei bambini allena il sistema immunitario, rendendolo più forte e resistente alle allergie. Ascoltare le fusa dei nostri amici felini ha un impatto calmante perché induce i nostri neuroni a produrre la serotonina, nota come l’ormone del buonumore. Le fusa producono vibrazioni a bassa frequenza tra 20 e i 50 Hz fino ad un massimo di 140Hz, che riducono lo stress e hanno un potere curativo a livello di fratture ossee e dolori muscolo-tendinei. Insomma, quasi una panacea per tutti i mali.Gli Stati Uniti sono precursori in questo campo: da molti anni si avvalgono della pet therapy nei centri di cura e riabilitazione, ma anche nei reparti ospedalieri, convinti che nulla come l’affetto di un animale renda il percorso di guarigione più rapido.Avreste mai pensato che un Lama potesse essere un animale adatto per la pet therapy?

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Ebbene lui si chiama Rojo e dona affetto e conforto nei reparti pediatrici e riabilitativi di Providence nell’Oregon. Il suo sguardo simpatico e intelligente, oltre al suo pelo soffice, lo hanno reso un fenomeno nel campo dell’assistenza. Rojo, che ha 11 anni, fa parte di un gruppo di Lama addestrati per questi interventi. Vive presso la Mountains Peaks Therapy Lamas e Alpacos, una struttura certificata per la zoo terapia con questi animali.La responsabile della struttura Lory Gregory sostiene: ”I nostri Lama hanno tutte le qualità dei loro simili: il pelo delicato, gli occhi dolci e la bocca grande e simpatica che favorisce chi li foraggia. Rojo e gli altri sono però più piccoli e quindi non intimidiscono i pazienti. Il contatto diretto e lo sguardo con le persone costrette a rimanere a letto o sulla sedia a rotelle è molto importante”.Non ci crederete, ma la presenza di un animale riesce a rendere piacevole persino una seduta dall’odioso dentista.

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Per questo l’americana Pediatric Dentistry of Northbook in Illinois ha deciso di avvalersi di un aiutante fondamentale, JoJo, un bellissimo esemplare di Golden Retriver di 6 anni. La presenza dell’animale riesce tranquillizzare i piccoli pazienti, ma anche gli adulti. Il risparmio nell’utilizzo dei sedativi e medicinali è un dato di fatto.La pet therapy, essendo uno strumento terapeutico complementare e integrante delle terapie neuro cognitive e comportamentali, è fortemente indicata per l’autismo, una patologia ancora poco conosciuta, ma che ha un incidenza solo in Italia di circa 350.000 casi. Specie nei bambini crea un mondo di isolamento e paura, colpendo le aree cerebrali del linguaggio e della comunicazione. E’ fondamentale l’interazione non verbale che un animale può insegnare al bambino autistico. Un cane può diventare un ottimo alleato perché non viene vissuto come una minaccia quale può essere invece una persona. Da esso il bambino si sente protetto. Diventa un riferimento affettivo costante e un tramite di comunicazione con l’esterno. Il mondo di isolamento del piccolo malato si arricchisce di stimoli sensoriali, nonché di una relazione spontanea e sincera soprattutto senza pregiudizi e utilitarismi come solo quella con gli animali può essere.

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Un esempio per tutti la piccola Xena un pitbull femmina che versava in condizioni drammatiche quando fu trovata dalla polizia nella contea di Delkap in Georgia, salvata da una vita di violenze e privazioni. Adottata dalla famiglia Hickey, divenne l’inseparabile amica del loro figlio Jonny. La sua presenza è stata fondamentale per strappare il bambino alla solitudine autistica. I suoi progressi sono cresciuti velocemente e la sua storia ha spinto la madre Linda a parlarne in tutti gli Stati Uniti, spronando le persone all’adozione di animali presso rifugi e canili. Xena, soprannominata la “guerriera”, è un chiaro esempio di come un pitbull possa essere amorevole e gentile se amato a sua volta.Xena ha donato il sorriso al piccolo Jonny e per questo è stata premiata dall’ASPCA( Società Americana per la Prevenzione della Crudeltà verso gli Animali) come cane dell’anno.Di storie come questa ce ne sono tante. Non solo cani, ma delfini, gatti, cavalli.L’ippoterapia ha una lunga storia alle spalle. Già Ippocrate (458-370 a.c.) consigliava a chi soffriva d’insonnia e di ansia, lunghe passeggiate a cavallo così da scaricare lo stress ed avere sempre accanto un amico sincero.

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In Italia la “Terapia con il mezzo del cavallo “ (T.M.C.) fu introdotta negli anni ’70 dalla dott.ssa francese Danièle Nicolas Citterio, specialista in Medicina riabilitativa e Psicologia. In seguito ad un incontro con il dottor Luciano Cucchi, chirurgo pediatra dell’ospedale di Niguarda Cà Granda, fondò l’Associazione Nazionale di Rieducazione equestre (A.N.I.R.E), l’unica riconosciuta a livello nazionale dal Sistema Sanitario.La T.M.C. è un insieme di tecniche riabilitative che permette di superare danni sensoriali cognitivi e comportamentali. È indicata nel trattamento di numerose patologie: dalle paralisi cerebrali infantili alla distrofia muscolare, dalla Sindrome di Down all’Autismo.Nell’ambito della T.M.C. si riconoscono 4 fasi diverse:la preliminare o Maternage, durante la quale il paziente comincia, col terapista, ad approcciarsi al cavallo; l’Ippoterapia vera e propria; la Riabilitazione equestre, fase avanzata della cura in cui il paziente controlla direttamente il cavallo con le proprie azioni e il Reinserimento sociale, punto di arrivo del programma terapeutico.La T.M.C. esige obbligatoriamente che il terapista conosca senza possibilità di errore sia il cavallo sia le diverse forme di handicap. La preparazione e l’esperienza del terapista derivante da anni di studi universitari e dalla successiva specializzazione in T.M.C. sono fondamentali per la riuscita. Nella maggior parte dei pazienti seguiti con T.M.C. si è avuto un miglioramento neuromotorio e a livello neuropsicologico si è evidenziato un aumento dei tempi di attenzione, maggiore capacità di orientamento, di organizzazione degli spazi e capacità esecutiva. Spesso, la famiglia del bambino disabile diventa un contesto iperprotettivo che tende ad evidenziare le fragilità piuttosto che le vere potenzialità. Da qui la scoperta di insospettate capacità positive ottenibili attraverso l’uso del cavallo, quali coraggio, determinazione, controllo emotivo ed espressività, la cui modulazione dà al nucleo familiare la possibilità di ridefinire il rapporto “genitore - figlio”.L’Onoterapia, quella praticata utilizzando il “cugino” del cavallo, l’Asino, è meno nota, mA molto diffusa in Francia, Svizzera e Stati Uniti. Inizia a farsi strada in Italia negli anni ’90.Grazie ad alcune peculiarità dell’Asino, come la taglia ridotta, la proverbiale pazienza, la lentezza di movimento e la tendenza ad una andatura monotona, si è rivelata particolarmente adatta per chi soffre di disturbi della personalità, per i cardiopatici, gli ipertesi, per i bambini autistici, gli anziani malati di Alzheimer e i non vedenti.Basata sul ruolo attivo e non più passivo del paziente, prevede la cura dell’animale, lo stimolo delle emozioni, il lavoro sulla corporeità e sulla “propriocezione”, l’insieme cioè delle funzioni che partecipano al controllo della posizione e del movimento del corpo.Maddalena Wegher, presidentessa dell‘associazione “Un Asino per amico”, afferma che gli obiettivi dell’Onoterapia sono aumentare la mobilità e l’indipendenza, migliorare le condizioni psicofisiche, affettive e sociali degli assistiti. Sebbene venga spesso relazionato con il cavallo, l’indole di questi due animali è molto diversa: il cavallo è dinamico, mentre l’Asino è più statico, riflessivo. Davanti a un pericolo non scappa, ma si ferma e ragiona. L’Asino possiede caratteristiche fisiche come la grandezza degli occhi e della testa rispetto al corpo che stimolano nell’essere umano un processo di attaccamento che lo induce istintivamente a prendersene cura.

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Al Fatebenefratelli di Genzano, alle porte di Roma, sorge la prima fattoria all’interno di un ospedale. Ospita 4 asinelli: Concetta, Yura, Rosina e Margot, curati dalla ANTAS Onlus, un’organizzazione no profit che promuove da anni l’Onoterapia.La terapia con gli elefanti è stata ribattezzata “Trunk Therapy” (la terapia della proboscide) e sta dimostrando ottimi risultati con i bambini affetti da autismo. Praticata nei pressi di Lampang in Thailandia, coinvolge una decina di bambini e adolescenti impegnati quotidianamente nell’interazione con gli elefanti. Il centro ospita due pachidermi NuaUn e MAY che, oltre ad alimentare l’autostima, col supporto dei terapeuti, abituano i ragazzi all’interazione di gruppo. La pulizia dell’animale aiuta i bimbi a ridurre la paura nei confronti degli altri. Ogni attività in compagnia dei pachidermi è stata pensata per stimolare una funzione specifica nei comportamenti del giovane affetto da autismo.A Roma un progetto sperimentale promosso dall’IDI (Istituto dermopatico dell’immacolata) insieme al bioparco e zoo marine, ricorre ai leoni marini, ai delfini e agli elefanti indiani.Nonostante i buoni risultati raggiunti, l’idea di impiegare animali esotici e selvatici non è piaciuta alla LAV (Lega Antivivisezione) e agli animalisti.Ilaria Marucelli, responsabile del settore Educazione della LAV, afferma: “Il rapporto uomo-animale deve essere limitato a quelle specie di animali che ne possano trarre beneficio.”Il principio di base è uno scambio di emozioni che deve prevedere un reciproco vantaggio tra umani e animali. “Gli animali selvatici – continua la Marucelli - sono talmente lontani dall’essere umano da non prestarsi a nessun approccio terapeutico se non quello ludico”.Il Professor Davide Moscato, neuropsichiatra responsabile del centro di Pet therapy dell’IDI, ribatte: ”Il meccanismo ludico gestito da personale specializzato diventa terapeutico e la gioia si trasforma in una porta formidabile per rompere l’isolamento. D’altra parte noi osserviamo il più totale rispetto degli animali coinvolti. Inoltre agiamo sempre sotto la supervisione di un veterinario e di operatori specializzati. Insegniamo ai bambini a stabilire un rapporto con gli animali che vivono spontaneamente il rapporto con i ragazzi”.Chi avrà ragione?

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Resta il fatto che l’Ente nazionale protezione Animali e la LAV hanno diffidato il Bioparco di Roma e il parco acquatico Zoomarine di Torvaianica, alle porte di Roma, dal realizzare il programma di terapia assistita con animali che prevede l’impiego di delfini ed elefanti. In realtà non hanno tutti i torti in quanto il decreto 496/2001 in materia di mantenimento in cattività dei tursiopi (delfini) vieta esplicitamente il contatto fisico tra essi e le persone. Inoltre la legge 150/92 e ss.mm., include gli elefanti nell’elenco degli animali considerati pericolosi per la salute e per l’incolumità pubblica. La protezione Animali e la LAV hanno chiesto al Ministero della Salute di predisporre tutti i controlli necessari affinché sia assicurato il rispetto della normativa italiana e siano sanzionate le eventuali violazioni.La Delfino terapia, conosciuta anche come Dolphin Assisted Therapy, è stata inserita dall’Acquario nazionale dell’Havana, dove i delfini Xinana e Coral supportano i bambini affetti da sindrome di Down, autismo e difficoltà motorie. La “delfino terapia” nasce negli anni ’70, teorizzata e applicata da David Nathanson e Betsy Smith, docenti presso la Florida International University di Miami.Questo nuovo approccio terapeutico fu introdotto dall’associazione Arion nel delfinario di Rimini nel 1993.I delfini sono mammiferi provvisti di intelligenza sociale. Alcuni studi confermano la possibilità che essi abbiano una coscienza e una autocoscienza in quanto pare si riconoscano allo specchio. Sono dotati di un tasso di encefalizzazione (rapporto tra il peso del cervello e il peso del corpo) secondo solo a quello dell’uomo., hanno la neocorteccia, sede delle capacità cognitive superiori, molto sviluppata e complessa.

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Però non tutti sono d’accordo con i risultati della delfino terapia. La Whale and Dolphin conservation Society (WDCS),una delle associazioni mondiali per la conservazione dei cetacei, evidenzia l’assenza di prove scientifiche che ne dimostrino l’efficacia. Anche Lory Marino, neuroscienziata presso la Emory University di Atlanta, studiosa di cetacei e delfini in particolare, sostiene che non dovrebbero essere assolutamente usati per curare i malati. Su questa linea si è schierata anche il nostro ministero della salute che ha definito la DAT una terapia controversa la cui efficacia non è scientificamente dimostrata. A questo proposito presto ci sarà una risposta oggettiva.Una delle peculiarità dei delfini è il loro verso, caratterizzato da suoni ad alta frequenza che vanno dai 20 ai 50mila Hz, in grado di stimolare la produzione di endorfine nel cervello. Questa caratteristica può essere abbinata ad una recente nanotecnologia in grado di catturare le radiazioni provenienti da qualsiasi oggetto biologico. Nel delfinario di Hurghada in Egitto, è stato studiato l’effetto delle radiazioni emesse dai delfini sulla pelle umana. I dati raccolti finora sono promettenti.Sicuramente tra opinioni favorevoli e contrarie c’è da chiedersi cosa preferirebbero i nostri amici animali, se solo fossero liberi di scegliere.

Renata Are

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