“ Se sapessi quanto ti ho aspettato!”

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“Ricordo che una mattina, mentre visitavo un villaggio, si avvicinò un anziano signore esortandomi ad andare con lui, a più di un’ora di cammino a piedi, su una montagna, a circa 1.600 metri. Volevo sapere il perché, ma il vecchietto, alquanto ricurvo, dimagrito, mi fece cenno di seguirlo. Senza fare altri commenti, docilmente lo seguì. Mentre camminavamo per un sentiero un poco difficile e a me sconosciuto, il vecchietto, di nome Esteban (Stefano), mi consigliò di recitare il Rosario e così il nostro salire sarebbe stato più piacevole.
Dopo due Rosari arrivammo a una baracca, per me pericolante, ma Esteban mi assicurò che potevo stare tranquillo. Entrai e vidi disteso per terra, su un cartone sudicio, un vecchietto, tutto storto per le artrosi, e circondato da immondizie e da odori nauseabondi. Per un momento ho avuto dei forti sensi di vomito, ma, grazie a Gesù, mi sono fatto forza e mi inginocchiai davanti a Carlos, gli strinsi la mano e lo baciai.
cms_75/1 ECQUADOR.jpg“ Padre, mi disse Carlos, tienimi stretta la mano, non lasciarmela. Mi sento solo e mi sento morire. Ho bisogno di sentire il calore di una persona amica accanto a me, anche se è la prima volta che ti vedo. Ho bisogno di te, del tuo sorriso, del tuo Amore, delle tue parole, e soprattutto ho bisogno che mi confessi: voglio presentarmi all’incontro con Gesù con il mio “vestito a festa”, con il mio “abito nuziale”. Ti prego: parlami di Gesù”.
Sinceramente ero stordito sia dagli odori che da quello che vedevo, ma soprattutto dalla “fede” di quell’uomo. Non volevo, ma per comodità mi sono seduto per terra, accanto al mio vecchietto che ripetutamente mi baciava la mano e me la stringeva forte. A volte mi muovevo per liberare la mia mano dalla sua stretta, e così sedermi su un piccolo banchetto, più comodo e più pulito. Non ci sono riuscito.
“ Padre, hai tempo? Voglio raccontarti la mia storia, la mia vita. Anche se è stata un poco dura, posso assicurarti che è stata bella. Sì, è stata bella!”
L’altro vecchietto, Esteban, ci interrompe e va al ruscello a prendere dell’acqua per lavare Carlos, e il pavimento della sua abitazione. Rimaniamo soli. Mi racconta la sua vita, al principio bella, semplice, allegra; ma poi, con il passare degli anni diventa sofferta, triste, dolorosa, solitaria. Fino ad arrivare all’abbandono da parte della moglie e dei tre figli, appena hanno saputo che il loro familiare avesse la lebbra o almeno così essi pensavano. L’emarginazione ne è stata la conseguenza. Una volta la settimana lo visitava qualche amico d’infanzia, incurante del contagio, portandogli qualcosa da mangiare, già pronto o da preparare, che lo stesso Carlos cucinava, camminando a carponi fino all’angolo della casetta - stanza, dove gli avevano costruito un focolare. Cucinava con dei carboni, portati dagli amici. Il menù era sempre lo stesso: o riso o fagioli.
Esteban, vedovo e solo, era l’amico più assiduo e a lui viene dato l’incarico di lavare Carlos ogni 6 – 7 giorni, ma non aveva come curare e fasciare le piaghe. Per questo decise di cercarmi.
Per fare prima, prendo Carlos tra le mie braccia e lo porto al ruscello. Insieme a Esteban lo laviamo e laviamo anche i pochi e sdruciti indumenti. Poverino, sprizzava gioia da tutti i pori: erano anni che non usciva dalla sua baracca e che si bagnasse in un ruscello. La giornata era bella, il sole accarezzava quella carne fetida e ferita dalle piaghe. Abbiamo pregato, ma anche abbiamo cantato. I due vecchietti erano contenti, felici; sembravano essere ritornati giovani. Dopo aver trascorso con Carlos 7 ore, faccio ritorno alla Missione, ma prima devo promettergli di ritornare tutti i mercoledì mattina. E guarda caso il giorno dopo era mercoledì. Carlos aveva fatto bene i conti.
Ritorno la mattina seguente con un dottore e con una anziana signora.
“Padre, che gioia rivederti! Sei tornato! Tutta la notte ho pregato per te, per la tua salute, per la tua Vocazione, per la tua Santità. Padre, mentre il dottore mi cura il corpo, tu curami l’anima, preghiamo insieme”.
cms_75/2 Una-delle-baracche-di-Draganesti-in-Romania.jpgMi prende la mano con le sue dita storte e me la stringe, e preghiamo. Gli leggo qualche salmo (il salmo 22: “il Signore è il mio pastore: non manco di nulla;…”; il salmo 33: “… Gustate e vedete quanto è buono il Signore; beato l’uomo che in lui si rifugia…”) e poi un brano di Vangelo (Matteo 11,28: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati ed oppressi, e io vi ristorerò…”). Vedevo che soffriva, perché il medico, con un bisturi, gli toglieva tutta la carne “scomposta”, in cancrena, ed anche perché doveva prendere un pezzettino di carne per farla esaminare. Il tutto senza anestesia. Ma guardando bene le ferite mi assicurò che non si trattava di lebbra dei lebbrosari, ma di un altro tipo di lebbra, causata dai morsi di serpentelli (pudridoras), fini come dei spaghetti e lunghi appena un 25 cm; ma i loro morsi portano all’amputazione degli arti, se non curati a tempo. E chi scrive sa quanto si soffre a causa di quei morsi.
Dopo alcune ore, lo lasciamo, con la promessa di ritornare il prossimo mercoledì, ma siamo ritornati dopo due giorni con dei medicinali, garze, disinfettanti e una candela. Perché la candela? Detto subito. Un’anziana signora, che avevo portato con me, sciolse la candela in una latta e versò il contenuto sulle cinque piaghe che aveva ai piedi e alle gambe. Si vedevano le ossa. Così curavano ai miei tempi quei morsi di serpentelli. Indescrivibili i dolori. Questo tipo di medicazione l’abbiamo ripetuto alcune volte nelle successive visite. Dopo mesi, la Preghiera, le medicine e la cera ardente, hanno curato le ferite, e a poco a poco la carne incominciò a ricrescere e a riempire gli spazi vuoti.
“ Grazie, Padre. Sto meglio fisicamente, ma soprattutto mi sento meglio dentro. Grazie a te ho sperimentato l’Amore di Gesù verso i malati e l’affetto dell’amicizia. Che bello amare ed essere amati. Sai, Padre, quasi quasi pregavo Gesù che non mi guarisse”.
Non ti guarisse? – dissi io -.
“Sì. Ora che sto meglio, continuerai a visitarmi? Continuerai a volermi bene? Continuerai a pregare con me? Continuerai a portarmi al sole, al ruscello? “
Certo che lo farò. Tutti i mercoledì sarò qui con te.
Ma così non è stato. Era la Settimana Santa, forti dolori al fianco destro non mi permettono di andare da Carlos. Ma neanche potevo pensare a me stesso: dovevo celebrare le varie funzioni del Triduo pasquale nei vari villaggi. Ma la prima domenica dopo Pasqua, per i troppo forti dolori, dopo la Messa, corro in città, in ospedale. Verdetto: peritonite, mezz’ora di vita. Operato, lunga degenza. Prima di ritornare a casa chiedo ai medici dell’ospedale di pazientare un poco con il pago delle spese. I miei mi avrebbero mandato i soldi al più presto.
“ No, Padre, dice il medico, tutto è stato pagato dalla gente della sua Missione. Ogni giorno centinaia di persone della sua Missione venivano nel mio ufficio e mi lasciavano qualcosa: galline, maialetti, 50 centesimi, qualche dollaro. Fino all’estinzione del debito” . L’Amore è stato pagato con l’Amore.
Ma Carlos non sapeva che ero stato in ospedale, operato. Dopo due mesi “corro” da lui. Appena mi vide, pianse. Mi prego di inchinarmi verso di lui, mi abbracciò, mi baciò e mi disse queste parole:
cms_75/3 invisibili.jpg“Padre, Amico, sapessi quanto ti ho aspettato! Sapessi quanto desiderio avevo di stare con te! Sapessi quanta è bella la tua presenza, la tua amicizia, il tuo essere amico di Gesù!”.
Messaggio
Amico, amica, quando entri in chiesa senti “Qualcuno” che ti parla? Senti Gesù, che con “tenerezza” ti dirige questa parola: “Sapessi quanto ti ho aspettato! Sapessi quanto desiderio avevo di stare con te! Sapessi quanto è bella la tua presenza!”?
Sì, Gesù passa solo tutti i giorni nel Tabernacolo aspettando la tua e la mia “visita”, la mia e la tua presenza. Non facciamolo aspettare. Corriamo da Lui.
“Tu sei prezioso ai miei occhi, per questo ti stimo e ti amo” (cfr. Is 43, 4).

Sac.. Michelangelo Bruccoleri

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