“Volinia”: il genocidio della discordia

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18 marzo 1921. Dopo oltre un anno di contrattazione, Lenin e Pilsudki firmano a Riga un trattato di pace fra le proprie rispettive nazioni. Non è un trattato pienamente soddisfacente per nessuna delle due parti in causa, ma non importa: dopo aver vissuto così a lungo sulla propria pelle gli orrori della guerra qualunque compromesso necessario a stabilire la fine delle ostilità è ben accetto. Solo che, come spesso accade all’inizio degli anni ‘20, il nuovo trattato sembra essere pressoché indifferente alle divisioni culturali ed etniche presenti nei vari territori europei. Di conseguenza la Volinia, una regione nordoccidentale dell’Ucraina, viene arbitrariamente assegnata al controllo del governo polacco malgrado (secondo i censimenti dell’epoca) meno di un quinto della popolazione locale condividesse con la Polonia l’orientamento religioso o linguistico.

In tutta la Volinia, com’era prevedibile, nascono immediatamente una serie di contestazioni contro il nuovo governo polacco, percepito come una violenta e indesiderata dominazione straniera. Eppure, è solamente nel corso degli anni ‘30 che la situazione inizia a cambiare radicalmente. Un cambiamento che, come capita molte volte in questi casi, risulta identificabile con un uomo ben preciso: Stepan Andrijevic Bandera. Non ha avuto una vita facile, sua madre è morta di tubercolosi quando lui aveva solamente tredici anni, mentre il padre, Andrij, è un presbitero d’origini alto borghesi caduto in disgrazia in seguito alla sua opposizione al regime comunista, dal quale sarebbe stato fucilato pochi anni dopo. Stepan, ad ogni modo, sembra essere indifferente a qualunque ideologia politica e filosofica: l’unica cosa in cui crede davvero è che l’Ucraina dev’essere una nazione libera e indipendente. Per protestare contro quanto sta accadendo in Volinia, all’età di venticinque anni decide di organizzare l’omicidio dell’allora ministro dell’interno polacco, Bronislaw Pieracki. L’attentato riesce perfettamente, ma nel giro di poco tempo la polizia riesce a rintracciarlo e a catturarlo. In un primo momento viene condannato a morte, ma in seguito la sentenza viene commutata in ergastolo, in modo tale che il giovane nazionalista ucraino possa continuare a vivere fino alla fine dei suoi giorni in una cella.

cms_9725/2v.jpgTrascorrono cinque anni, le speranze di Bandera d’uscire dal carcere sono sempre più ridotte, ma ecco che nel mondo inizia ad emergere una nuova incontrastabile potenza: la Germania di Hitler. Nel 1939, i tedeschi invadono l’Europa orientale. Non sanno molto della storia di Stepan Bandera, ciò che sanno è che la guerra con l’Unione Sovietica è pressoché imminente e potrebbe essere lunga e sanguinosa. In questa situazione, quale mossa più astuta che provare a indebolire il nemico dall’interno?

I nazisti fanno in modo che Bandera possa uscire dal carcere; lui, in cambio, promette di provare a utilizzare il suo carisma per mobilitare il popolo ucraino contro l’armata rossa. Fu in quel momento che il nostro protagonista fondò quello che sarebbe passato alla storia come l’Esercito Insurrezionale Ucraino.

Quello che Berlino non aveva previsto era che un rivoluzionario, quando crede davvero nelle sue idee, non si pone alcun limite. Bandera non si limitò a fare la guerra ai sovietici come gli aveva chiesto Hitler: fece la guerra a tutto il mondo. Iniziò a protestare contro i nazisti, rei non solo d’aver ucciso in battaglia il fratello maggiore, Bodgan, ma anche d’opporsi al suo progetto di creare uno stato Ucraino autonomo (per questa sua ostilità alcuni anni dopo sarebbe stato deportato nel campo di concentramento di Sachsenhausen). Ma, soprattutto, in quel periodo ricominciò la sua personale crociata contro i suoi nemici storici: i polacchi.

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Questa volta non bastava assassinare un’autorità politica: bisognava dar vita a un autentico genocidio. Durante la prima metà degli anni Quaranta, in oltre cento città della Volinia vennero uccisi un numero tutt’ora imprecisato di cittadini polacchi: le fonti ufficiali di Varsavia parlano di almeno 31.000 vittime. Ma il peggio è che i polacchi reagirono alla violenza con la violenza: i partigiani dell’Armia Krajova organizzarono le cosiddette “operazioni di vendetta preventive”, specifiche rappresaglie che, secondo lo storico statunitense Paul Robert Magocsi, costarono la vita a quasi ventimila ucraini.

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Ad ogni modo, con la fine della seconda guerra mondiale ebbero fine anche le ostilità fra polacchi e ucraini. I due popoli, ben presto, ripresero i propri consueti scambi commerciali e culturali, rianimando i propri rapporti amichevoli. Bandera, dal canto suo, per evitare ripercussioni da parte dell’Armata Rossa a causa della sua collaborazione coi nazisti, tentò di rifugiarsi con la sua famiglia a Monaco di Baviera, dove venne freddato da un agente del KGB il 15 ottobre 1959, perdendo la possibilità di vedere finalmente realizzato il suo sogno di assistere alla nascita di un’Ucraina libera e indipendente. È beffardo che un così fervente nazionalista sia stato costretto a morire così lontano dalla sua amata patria, così com’è curioso notare che Stepan, in qualche modo, abbia condiviso lo stesso destino del padre: essere ucciso per ordine dei vertici del PCUS.

Ad ogni modo, fino alla caduta del regime sovietico, com’è ovvio, il suo nome venne pressoché dimenticato. Quando tuttavia l’Ucraina si distaccò dal resto della Russia formando un proprio governo indipendente, Kiev maturò quasi subito l’esigenza di trovare degli emblemi del proprio orgoglio patriottico: tale simbolo venne ben presto ravvisato nell’affascinante figura di Stepan Bandera, trasformato da fuorilegge in autentico eroe nazionale.

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Il governo polacco, dal canto suo, non sembra aver reagito a questa provocazione se non quando, nel 2015, è salito al potere “Diritto e giustizia”, uno dei partiti più conservatori del Paese. Per contrastare la figura del rivoluzionario ucraino, Varsavia ha deciso di rievocare la memoria delle vittime di quest’ultimo: fin qui nulla di male, se non fosse per il fatto che questo fenomeno è a sua volta degenerato in un profondo odio verso i propri vicini ucraini. Prima di tutto, il governo Duda enfatizza il numero dei polacchi rimasti uccisi, arrivando a citare una serie di cifre che non trovano riscontro nella realtà storica. Viceversa, Varsavia evita appositamente di parlare di un altro importantissimo aspetto della questione: le vittime dell’Armia Krajova, finendo col mostrare ai propri cittadini solo un volto della medaglia. A tutto questo, si aggiunge una retorica contraddistinta da parole brutali e francamente evitabili. “Volevano ucciderci tutti!” ha titolato il quotidiano cattolico Do Rzecyz. Pochi giorni dopo, è uscito nelle sale polacche “Volinia,” un film di Wojciech Smarzowski che ha gettato ulteriore benzina sul fuoco, al punto che il governo di Porošenko ha vietato il lungometraggio in patria e ha di fatto trattato con disprezzo gli attori ucraini che hanno partecipato alle riprese.

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Il 12 luglio a Bruxelles, i capi di governo dei due Paesi si sono finalmente incontrati per provare a discutere la questione. Ma, secondo quanto trapelato, tale incontro sarebbe stato tutt’altro che chiarificatore. Forse proprio da Bruxelles, l’Europarlamentare Tomasz Poręba ha pronunciato le parole più interessanti di tutta quest’assurda storia: “Il genocidio perpetrato continua a gettare un’ombra sulle relazioni fra Polonia e Ucraina. Ce ne dovremmo ricordare sempre e chiedere a gran voce che sia fatta giustizia storica”. Già, purché la giustizia serva a questi due Paesi per guardare al futuro con speranza, e non al passato con rancore.

Gianmatteo Ercolino

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