“The Watch”, l’orologio del progressive-rock italiano corre veloce

Una band dall’estro compositivo - musicale di alto lignaggio

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Simone Rossetti - un nome di quelli che contano nel panorama Rock-Progressive italiano e internazionale - è fondatore e perno inossidabile dei “The Watch”, band dalle infinite line-up, continui cambi di pelle, tutti contraddistinti da un’alternanza di musicisti di grande spessore. Nell’evoluzione artistica, il know-how è stato determinante. Venuti alla ribalta nel 1997, con il nome di The Night Watch, Simone - vocalist - con Franceso Zago alla chitarra, Antonio Mauri al basso, Giovanni Alessi alle tastiere e Diego Donadio alle percussioni, debuttò con l’album Twilight. La sorte, oltre a lasciarlo presto solo, abbreviò il nome, privandolo della connotazione notturna. Nacquero così i "The Watch". Ettore Salati alla chitarra, Marco Schembri al basso, Gabriele Manzini alle tastiere e Roberto Leoni alla batteria. Con loro Rossetti realizzò due album: Ghost nel 2001 e Vacuum nel 2004. Il quarto, registrato in studio, con Sergio Taglioni al posto di Manzini, fu Primitive, "dato alle stampe" nel 2007. L’anno successivo, un altro radicale rinnovamento nella formazione che schiera sul palco Marco Fabbri alla batteria, Giorgio Gabriel alla chitarra, Fabio Mancini alle tastiere e Cristiano Roversi al basso. Non sarà la definitiva perché nel 2009 gli ultimi due lasceranno per essere sostituiti rispettivamente da Valerio De Vittorio e Guglielmo Mariotti. E’ il periodo di un’intensa produzione che sforna tre album in tre anni: "Planet Earth" nel 2010, "Timeless" nel 2011 e il live "Green Show 2011 – Official Live Bootleg" tra il 2011 e il 2012.

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Nel 2013 altro cambiamento di line-up: esce Mariotti per Stefano Castrucci, sostituito l’anno successivo da Mattia Rossetti, figlio del frontman Simone. Arriviamo all’attuale espressione. A guidare la nave, un capitano coraggioso e una storia di professionalità e grande passione per la musica.

È in questa veste che possiamo apprezzare le recenti uscite: "Tracks from the Alps" - del 2014 - e l’ultimissimo "Seven" con la partecipazione, nel brano “The Hermit”, del grande Steve Hackett.

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Quando si ascoltano i "The Watch", accade qualcosa di magico: il tempo sembra scivolare sulle ali del suono fino al cuore degli anni ’70, per poi ritrovarsi, all’incedere di vibrati icastici, in un’atmosfera che guarda al futuro. Un sound di gabrielliana memoria che riporta ai primi Genesis, sulla timbrica vocale di Simone, così incredibilmente simile a quella dell’Arcangelo. Molto si è scritto sulle analogie con la band inglese, ma è doveroso evidenziare come i The Watch, col loro grande potenziale, riescano non solo a suonare egregiamente, ma anche a comporre ottima musica, per il piacere degli estimatori della qualità.

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Perché non importa a chi possa rifarsi un prodotto. A contare sono le emozioni che trasmette. Il Progressive Rock non è una sterile etichetta di genere, ma uno strumento di elevazione, il cui spessore, in uno scenario "mordi e fuggi" dominato da stereotipi di mercato, è nella sua capacità intrinseca di condurre la mente ad incontrare sensazioni profonde, alla volta di un equilibrio del quale, ora più che mai, si avverte la necessità.

Band come questa, danno la possibilità di navigare in oceani di luce, rimandando lo spirito a tempi in cui si era globalmente connessi, grazie a quelle note che facevano volare alto.

Massimo Lupi

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