“STORIA DI STORIE DIVERSE” (XLI)

Insegnanti di sostegno allo specchio: la disabilità tra difficoltà e gratificazione

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cms_20915/Foto_1.jpg“Storia di storie diverse”, ovvero storie di alunni disabili, persone con caratteristiche speciali, con limitazioni visibili ed innegabili potenzialità.

Il loro percorso scolastico, le difficoltà incontrate e quanto sia ancora difficile oggi parlare di integrazione nella scuola italiana. Partendo da una discussione sulle questioni di più stretta attualità, negli articoli della rubrica si affronteranno anche le problematiche più generali del sistema scolastico, con una visuale privilegiata, quella di chi lavora al suo interno.

C’è da chiedersi come mai lo Stato continui, ormai da anni, a non tutelare adeguatamente gli alunni disabili. Sono pochi, ad esempio, quelli a cui è assicurata la continuità didattica per l’intero quinquennio di scuola primaria, poiché gran parte del personale scolastico assegnato sul sostegno è precario, non ha un’assunzione a tempo indeterminato ed è privo di una sede fissa di titolarità. Per cui tanti alunni, che si trovano in situazioni critiche e gravi, di anno in anno cambiano insegnante, metodologia e approccio relazionale, con il rischio di creare ulteriori difficoltà psicologiche, poiché tali alunni necessitano più di altri di continuità e di figure stabili di riferimento.

Lavoro da tempo come insegnante di sostegno e, nonostante tutto, quest’anno ho impiegato molti mesi a conoscere la mia nuova alunna e a comprendere quale fosse il modo migliore per intervenire. Serve studio e riflessione per capire quale strategia adottare.

I comportamenti-problema degli alunni disabili mettono a dura prova l’insegnante: egli si trova spesso in difficoltà nell’affrontarli e nel contenerli. In tanti casi non ci riesce, incorre nel burn-out perché, nonostante il massimo dell’impegno, è difficile modificare schemi comportamentali che si sono consolidati, anche nell’ambito familiare. Infatti i servizi di neuropsichiatria infantile insieme al sostegno pedagogico didattico consigliano il parent training, ovvero un percorso educativo dedicato esclusivamente ai genitori, uno spazio di ascolto e di dialogo in cui, guidati da un esperto, essi apprendono come svolgere nel modo più corretto il proprio ruolo.

Come dicevamo, non è affatto facile fronteggiare i comportamenti-problema di questi bambini. Bisogna anche tener conto che i loro genitori sono persone molto provate e sofferenti poiché non si aspettavano di avere un figlio disabile, e molti di loro non hanno elaborato il lutto, che si è trasformato in rabbia.

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Purtroppo molto spesso questi bambini devono soddisfare aspettative alte, sono tanti i genitori che pretendono la “normalità”. Ricordo una mia alunna down, in prima classe: io le assegnavo un lavoro più semplificato, mentre la madre prendeva in prestito il quaderno della compagna e le faceva svolgere tutti i compiti di classe; dunque, in questo modo, il mio ruolo di mediatore dell’apprendimento non poteva essere svolto: avrei potuto anche non esserci. Infatti poi questa bambina fu trasferita altrove dai genitori, i quali sostenevano che le funzionalità cerebrali della loro figliola non fossero in alcun modo compromesse, come testimoniato, secondo il loro modo di vedere, dal referto di una risonanza magnetica. Dopo questa affermazione non potei commentare più nulla. Mi ero, invece, accorta del consistente ritardo mentale della bambina, sia osservandola nel contesto scolastico sia perché la sua condizione era certificata dai documenti medici. D’altronde il ritardo mentale caratterizza la sindrome di down, dove per sindrome si intende il complesso di sintomi che questi individui presentano, primo fra tutti, appunto, il ritardo nella crescita cognitiva e fisica. Si stima infatti che il Q.I. medio degli individui con la sindrome è di circa 50 contro il 100 delle persone non affette.

Anche la forma del viso delle persone down presenta caratteristiche particolari: il mento è piccolo in modo anormale, le fessure oculari sono oblique con pieghe sulla pelle, all’angolo interno degli occhi (plica mongolica), il ponte nasale è piatto, la lingua grossa e sporgente, le orecchie piccole e arrotondate, la statura è bassa e le gambe storte. Soffrono, inoltre, di malattie cardiache congenite e hanno un’aspettativa di vita più bassa. La sindrome di Down, dal medico inglese John Langdon Down, che per primo caratterizzò il mongolismo - così era chiamato in passato - è una forma distinta di disabilità mentale.

Quando l’insegnante di sostegno si trova di fronte ad un alunno disabile, che non conosce, cosa deve fare? Principalmente deve osservarlo e prendere nota. Deve svolgere una accurata analisi della situazione di partenza, cercando di raccogliere quanti più dati possibili attraverso l’osservazione.

È difficile svolgere un’analisi della situazione di partenza, il mondo della disabilità è complesso. A volte ho impiegato anche anni per completare le mie osservazioni ed avere un quadro definitivo su chi avevo di fronte e su come dovevo agire.

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Gli alunni disabili non stanno bene a scuola, la scuola non è a loro misura; gli alunni “importanti”, anche per i docenti, sono normodotati, mentre verso i disabili non c’è comprensione. Spesso è capitato di discutere con i colleghi perché non si rendevano conto che un risultato raggiunto da un bambino disabile non è paragonabile, a livello di sforzi, ad un risultato raggiunto da un alunno normodotato. Quindi mentre io sostenevo che l’alunno disabile andasse gratificato con dei buoni voti per gli sforzi compiuti, gli altri insegnanti non lo riconoscevano. Che colpa ne hanno se non riescono ad essere come gli altri? Si sforzano, talvolta in modo immane, e non sono gratificati. Non è riconosciuto loro che partono da una situazione di grande svantaggio.

La loro è una mente estremamente semplice, che rimarrà ancorata al concreto, non potrà fare il balzo verso lo stadio del pensiero astratto, a cui ogni alunno giunge a partire dai dieci anni di età. Gli alunni disabili sono sempre percepiti come inadeguati perché il parametro è la normalità; ma la mia professoressa di psicologia, Beatrice Leddomade, grande studiosa, diceva che la normalità è solo un criterio statistico e non indica ciò che è giusto, non indica ciò a cui bisogna adeguarsi, non indica un parametro da cui non ci si può discostare.

Vincenza Amato

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