“STORIA DI STORIE DIVERSE” - XII

Insegnanti di sostegno allo specchio: la disabilità tra difficoltà e gratificazione

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“Storia di storie diverse”, ovvero storie di alunni disabili, persone con caratteristiche speciali, con limitazioni visibili ed innegabili potenzialità.

Il loro percorso scolastico, le difficoltà incontrate e quanto sia ancora difficile oggi parlare di integrazione nella scuola italiana.

CAPITOLO XII

“Didattica a distanza e disabilità: la conclusione dell’anno scolastico”

Oggi si conclude l’anno scolastico per gli insegnanti della mia scuola: c’è l’ultimo collegio, la riunione conclusiva tra il dirigente scolastico e gli insegnanti dell’istituto prima della pausa estiva.

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Per la nostra scuola si è trattato di un anno assai difficile: il vecchio dirigente scolastico è andato in pensione l’anno scorso e la nuova dirigente, scrittrice e poetessa, donna di grande talento artistico oltre che nota pedagogista, non ha mai messo piede nella nostra scuola ed è morta dopo alcuni mesi per un male incurabile. Grande tristezza in tutti noi per una perdita incolmabile e per quello che lei, con la sua visione, avrebbe potuto realizzare nella nostra scuola.

A lei subentra, con una nuova nomina, un reggente, ovvero un preside a cui la scuola viene affidata ma che dirige già altre scuole mentre, poco prima del lockdown, arriva finalmente un nuovo dirigente la cui assegnazione è definitiva.

Potete immaginare che cosa abbia voluto dire per un istituto - rimasto immobile per vent’anni con dirigenze nient’affatto cattive ma tradizionali e perlopiù burocratiche - affrontare parallelamente sia le problematiche scolastiche legate al confinamento che l’arrivo di una giovane e motivata preside decisa, già da subito, a dare la propria impronta alla scuola, esortandoci ad avvertire un nuovo senso di appartenenza.

È dovuto cambiare tutto in fretta e vorticosamente, compreso il modo di insegnare: chi avrebbe mai pensato di farlo a distanza?

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La scuola è in presenza, e la vicinanza tra alunni e docenti è un presupposto imprescindibile per l’esperienza educativa. Ciò è improvvisamente venuto meno, lasciandoci abbastanza perplessi; senza dire che, tra l’altro, non sappiamo ancora cosa accadrà in autunno, con l’eventualità di una seconda ondata epidemica. Comunque tutti, volente o nolente, si sono dovuti adeguare alla didattica a distanza in quanto il diritto allo studio, che è garantito costituzionalmente, doveva continuare ad esserlo seppure con mezzi diversi.

Inutile dire che, come tanti altri colleghi, ho lavorato dieci ore al giorno, ininterrottamente, in modalità sia sincrona che asincrona, sia in collegamento diretto con alunni e colleghi, sia impegnata nella preparazione di nuovi materiali didattici che fossero adatti a tale modalità di insegnamento.

Inoltre, a causa delle continue telefonate ricevute dai genitori anche in orari impensabili, non è stato rispettato il nostro diritto alla disconnessione, neppure il sabato e la domenica.

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A me non è piaciuto nulla della didattica a distanza, ma mi rendo conto che non si poteva, perdonate il gioco di parole, “non fare nulla”: non si poteva interrompere l’insegnamento per diversi mesi e così è arrivato questo pessimo surrogato, questa brutta copia, a voler essere generosi, di quello che è l’insegnamento reale.

Alunni, disabili per di più, che non trovano un luogo tranquillo della loro casa in cui studiare, lezioni fatte poggiando computer e quaderni sul letto della camera matrimoniale, vedendo il resto della famiglia svolgere le faccende domestiche… talvolta arriviamo anche al parossismo di una lezione fatta con la sorellina di due anni in braccio da dover accudire. Tutto ciò per dire che non si pensi che ovunque e in tutte le famiglie si siano trovate le condizioni ottimali ed adatte per consentire ai loro figlioli di studiare nei modi dovuti e con la dovuta concentrazione. Naturalmente, gli alunni che hanno delle difficoltà e che sono portatori di handicap hanno vissuto in modo ancora meno favorevole questo tipo di didattica: alcuni sono stati anche spaventati dalle videoconferenze e dal fatto di dover vedere il loro insegnante attraverso uno schermo. Si tratta di alunni che hanno la reale necessità di mantenere delle abitudini e non reagiscono positivamente all’interruzione della loro routine quotidiana, in cui è ricompresa anche la frequenza scolastica. Una routine che è stata invece completamente soppiantata sia nel lavoro mattutino scolastico che in quello da svolgere a casa: nuove consegne e nuovi modi di trasmetterle, nuovi modi di fare lezioni, nuove modalità di consegna e di correzione dei compiti...

Nel caso degli alunni autistici il rispetto della routine è fondamentale, una routine che loro conoscono e che viene raffigurata anche attraverso immagini in modo che loro sappiano quale sia la successione delle loro azioni quotidiane: cosa devono fare dopo che si alzano da letto, quali le lezioni che a scuola si succedono e come è organizzata la giornata dopo la frequenza scolastica.

L’esistenza di una routine, per le persone autistiche, è fondamentale e non va interrotta, in quanto costituisce per loro una forma di familiarità e sicurezza. Per loro non è affatto facile adattarsi a situazioni nuove e sono addirittura sensibili a minimi cambiamenti come, ad esempio, un oggetto che non viene riposto nel luogo abituale in cui è sempre stato.

La ragione di queste considerazioni è che se la didattica a distanza, a mio avviso, è già inadatta e non foriera di risultati per gli alunni normodotati, non lo è a maggior ragione con gli alunni disabili, le cui difficoltà investono ogni asse del loro sviluppo: dalla cognitività all’affettività, dalla socializzazione all’autonomia.

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La mia opinione conclusiva è che la didattica a distanza sia stato un modo formale ma non sostanziale della scuola di rispondere all’emergenza didattica verificatasi nel periodo pandemico.

Vincenza Amato

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