“STORIA DI STORIE DIVERSE” - XV

Insegnanti di sostegno allo specchio: la disabilità tra difficoltà e gratificazione

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cms_18366/Foto_1.jpg“Storia di storie diverse”, ovvero storie di alunni disabili, persone con caratteristiche speciali, con limitazioni visibili ed innegabili potenzialità.

Il loro percorso scolastico, le difficoltà incontrate e quanto sia ancora difficile oggi parlare di integrazione nella scuola italiana.

Oggi mi vorrei soffermare su come sono percepite le persone disabili da genitori, insegnanti e infine dalla gente comune, che non ha contatti diretti con loro.

Genitori e insegnanti come considerano i loro figli o alunni in difficoltà? Come li educano, secondo quale visione?

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Com’è quotidianamente il rapporto con figli e alunni disabili, quali sono gli errori commessi? La loro crescita e il raggiungimento dell’autonomia risulta ostacolato anche dal loro atteggiamento, oltre che dalla disabilità?

Già chiamarli “disabili” crea un certo disagio, ancor più “diversamente abili”, una espressione cacofonica e troppo lunga, una denominazione che li descrive come appartenenti ad una sorta di specie protetta: sono abili, ma diversamente.

Il concetto non è sbagliato mentre l’espressione lo è, è infelice. Il principio alla base di questa denominazione è che la persona con disabilità non lo è in tutte le aree di sviluppo e quindi ci sono delle dimensioni in cui le sue capacità sono alquanto integre e delle altre in cui le capacità che mostra di avere sono diverse dalla norma.

La disabilità non investe l’intera persona, che presenta delle abilità: per questo la percezione dell’handicap va ridimensionata e non deve stigmatizzare l’individuo nella sua interezza. Si tratta di valutazioni importanti rispetto a ciò che evidenziano, se non fosse per il fatto che è stata generata una pessima espressione per rappresentarle: “diversamente abili”.

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Le parole hanno la loro importanza ed influenzano le percezioni. In un vecchio libro di pedagogia dalla copertina rosa, che ancora conservo, si disquisiva lungamente su come queste persone, che in fondo sono speciali, dovessero essere chiamate, primariamente in ambito scolastico: si parlò di “persone con bisogni educativi speciali”. Rispetto all’obbrobrio ed insieme all’obbligo, anche formale, di chiamare un individuo “diversamente abile”, mi sembrò una scelta gradevole quella dell’autore, che io stessa condivisi per due fondamentali motivi.

In primo luogo, definirle “persone” rappresenta un riconoscimento della loro importanza, in quanto soggetti dotati di valore intrinseco capaci di esprimere la propria unicità nel corso della propria irripetibile esistenza, come sosteneva Mounier, caposcuola del personalismo francese. Non disabili, non portatori di handicap, non abili diversamente.

In secondo luogo si sottolinea come queste persone manifestino, diversamente dagli altri, dei bisogni educativi speciali che vanno considerati con particolare cura e amorevolezza, cosa in cui giornalmente cerco di impegnarmi.

Ora torniamo all’intento iniziale, ovvero cercare di capire come le persone cosiddette “normali” si comportano nei confronti dei disabili.

I genitori sono quelli che compiono gli errori peggiori, a volte inconsapevolmente; errori che non fanno altro che aggravare le difficoltà dei figli che, già per nascita, hanno riportato dei ritardi anche gravi in varie aree di sviluppo. Genitori iperprotettivi, che vedono i loro figli incapaci e sfortunati, deboli e indifesi. Se non credono in loro, anche se hanno delle difficoltà, che autostima essi potranno sviluppare? Come potranno credere nelle loro capacità e investire su di esse? Come potranno conquistare quella autonomia che pure è alla loro portata?

L’autonomia è il primo aspetto su cui un genitore o un insegnante deve lavorare: il bambino deve saper provvedere a se stesso nel compimento dei suoi gesti quotidiani e, da grande, dovrà essere un adulto in grado di accendere un fornello, di cucinare, di rifare il letto e di fare la spesa, di vivere da solo seppure in particolari e alloggi e assistito, per quel che serve, da degli educatori.

Ecco il vero “dopo di noi”: persone disabili che raggiungono autonomie, anche minime ma necessarie, che gli consentono di non dipendere dagli altri. E invece a che cosa si assiste? Vi porto come esempio una scena che mi capita di vedere con frequenza, la persona disabile che cammina con il padre o la madre per strada: il più delle volte, i genitori sono anziani perché avere dei figli in tarda età aumenta il rischio che essi siano portatori di handicap. Nella maggior parte di questi casi il genitore prende sottobraccio il figlio anche se è adulto: in questa scena si concentra tutto ciò che finora ho cercato di descrivere, ovvero la mancanza di fiducia nella capacità del figlio di raggiungere una sua autonomia, anche in un atto semplice e quotidiano come quello del camminare. Ma se per strada non cammina da solo, seppur vicino al padre, come è possibile che anche altre abilità e soprattutto autonomie possano svilupparsi?

Ho avuto modo di riscontrare che l’estrema protettività, purtroppo assai diffusa, aggrava di gran lunga sia le condizioni di vita della persona disabile sia la sua speranza di dipendere il meno possibile dagli altri.

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Infine, gli insegnanti. La maggior parte di essi è troppo presa dal lavoro sulla classe e si rivolge all’insegnante di sostegno più o meno così: “Veditela tu, hai un solo bambino”. Il senso è più o meno questo e da questa affermazione in poi partono tutte le disuguaglianze a cui la scuola condanna questi alunni: si sentono diversi perché loro hanno una maestra e gli altri no, vorrebbero che le maestre di classe li chiamassero a correggere i compiti come gli altri ma ciò non accade, vorrebbero come gli altri essere interrogati dalle maestre e ciò puntualmente non si verifica… e potrei continuare con altri esempi...

Non sempre è così, ma molti insegnanti sono ignoranti e privi di sensibilità al punto tale da trattare questi bambini diversamente, aggravando le loro sofferenze psicologiche.

Infine le persone comuni: alcune sono disturbate dalla presenza dell’handicap e sono riluttanti ad avere dei contatti con chi ne è affetto, altre assumono atteggiamenti pietistici che sicuramente non fanno piacere a chi vive a più stretto contatto con la disabilità, altre ancora mostrano affetto, comprensione ed empatia. Tuttavia è molto difficile che le persone disabili abbiano una vita relazionale e delle amicizie, poiché non incontrano facilmente persone che facciano da tramite al loro poter stare con gli altri e al loro vivere esperienze di socialità.

Vincenza Amato

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