“STORIA DI STORIE DIVERSE” - XVI

Insegnanti di sostegno allo specchio: la disabilità tra difficoltà e gratificazione

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cms_18458/Foto_1.jpg“Storia di storie diverse”, ovvero storie di alunni disabili, persone con caratteristiche speciali, con limitazioni visibili ed innegabili potenzialità.

Il loro percorso scolastico, le difficoltà incontrate e quanto sia ancora difficile oggi parlare di integrazione nella scuola italiana.

Oggi vorrei riflettere sulle competenze che gli alunni acquisiscono durante la frequenza della scuola primaria: è un discorso trasversale e coinvolge sia gli alunni normodotati che gli alunni con bisogni educativi speciali. Non parlo di nozioni e di ciò che possono dimostrare di conoscere piuttosto che di dimenticare. Mi riferisco, invece, a quelle capacità che li renderanno degli adulti consapevoli e dei cittadini attivi. Persone in grado di affrontare con efficacia sia vicende personali che questioni sovraindividuali legate alla società civile. Penso, ad esempio, all’ambientalismo e al ruolo di un’adolescente quale è Greta Thunberg, che con la sua sensibilità e ostinazione ha saputo risvegliare le coscienze di intere generazioni a partire dalla sua.

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Educhiamo i nostri alunni allo spirito critico, al confronto di idee, dialettico oltre che fecondo? La risposta è no, un secco e doloroso no. Insegnanti della vecchia guardia, con metodi tradizionali di insegnamento, affollano la nostra scuola. Non ci sono nuove leve. Nella mia scuola gli insegnanti sotto i trent’anni si contano sulle dita della mano, eppure il nostro è un organico nutrito, che conta oltre cento insegnanti. È gravissimo perché non c’è assoluta sintonia la generazione degli insegnanti e le modalità di apprendimento adatte e richieste dalle nuove generazioni.

Questi vecchi insegnanti, tra i cinquanta e i sessant’anni, considerano ancora gli alunni come dei vasi da riempire o come degli “imbuti”, per usare l’espressione del ministro Azzolina che, pur non godendo grandemente della mia stima, in questo caso ha avuto assolutamente ragione nel sottolineare questo aspetto ormai anacronistico e non più sopportabile del fare scuola.

Conosco tante insegnanti che quanto più assegnano tanto più si sentono realizzate nel loro ruolo addirittura orgogliose: sono serie e intransigenti, assegnano tanti compiti, seguono tutte le procedure per valutare al meglio, da un punto di vista tecnico sono ineccepibili ma poi sono fredde e non parlano con gli alunni, non si interessano alle loro richieste e ai bisogni che esprimono.

Che brutto concetto è per loro è l’affettività: le sconcerta. Per questi insegnanti chi è affettivo non è serio, perde autorevolezza e credibilità agli occhi degli alunni, non riuscirà a gestirli nel percorso di apprendimento. Invece è vero proprio il contrario: più si dà affettivamente ai bambini più essi si sentiranno coinvolti e motivati e più apprenderanno; in caso contrario, l’apprendimento sarà nozionismo e ciò che si sarà appreso scivolerà via.

Nella scuola, altra situazione abberrante, i bambini non parlano mai. Non si concede alcuno spazio alla conversazione: gli alunni non si esprimono, ascoltano e basta, ascoltano ed eseguono, come in un automatismo stimolo-risposta. Ricordate l’esperimento del cane dello psicologo comportamentista Pavlov? Stiamo ancora a questo punto, a settant’anni fa?

Non dico che non ci siano le eccezioni e gli insegnanti aggiornati ma sono delle rarità ed è per questo che spesso per me diventa difficile vivere la scuola come luogo di cui avere stima o in cui riporre speranze di miglioramento o cambiamento.

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Fate mente locale, poiché è un discorso che ha la sua scientificità: una sfilza di ministri, da Berlinguer in poi, tutti poco autorevoli e preparati, compreso l’attuale ministro. Cosa vuol dire questo? Che il miglioramento dell’istruzione non è affatto tenuto in considerazione, anzi si lavora per andare indietro. Non si investe sulla scuola, le percentuali del Pil impiegate sono ridicole se paragonate a quanto si spende in Finlandia piuttosto che in Corea del Sud, dove ci sono i migliori sistemi scolastici al mondo seppur diversi dal nostro per impostazione.

Lo spirito critico? Carneade, chi era costui? Ma se non si conversa, come possono sorgere i dubbi che sono all’origine della conoscenza scientifica. Da Cartesio - dubito ergo sum - a Popper con il concetto di falsificabilità delle ipotesi tutto parte dal dubitare, dal falsificare, cioè dal dimostrare che una teoria, fino allora ritenuta vera, è falsa. Lo spirito critico e l’esercizio del dubbio portano all’evoluzione della scienza, nella quale sempre nuove teorie si affermano che saranno valide fino a quando non saranno falsificate. E a scuola? Se nemmeno parliamo con i nostri alunni come possiamo farli ragionare, non c’è confronto dialettico, diversità di posizioni che poi trovano il modo di accordarsi sulla base di analisi condivise. Il bambino non esiste, non esiste il suo cervello né tantomeno la sua affettività.

Mi rendo conto che si tratta di affermazioni forti ma, purtroppo duole dirlo, rispondono al vero. Un bambino che non ha spirito critico subirà tutto pedissequamente e non metterà nulla in discussione anche quando sarà un adulto, un cittadino, non si ribellerà, non ne sarà capace perché non saprà pensare.

Vincenza Amato

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