“STORIA DI STORIE DIVERSE” - XL

Insegnanti di sostegno allo specchio: la disabilità tra difficoltà e gratificazione

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cms_20836/Foto_1.jpg“Storia di storie diverse”, ovvero storie di alunni disabili, persone con caratteristiche speciali, con limitazioni visibili ed innegabili potenzialità.

Il loro percorso scolastico, le difficoltà incontrate e quanto sia ancora difficile oggi parlare di integrazione nella scuola italiana.

Partendo da una discussione sulle questioni di più stretta attualità, negli articoli della rubrica si affronteranno anche le problematiche più generali del sistema scolastico, con una visuale privilegiata, quella di chi lavora al suo interno.

Lavoro con bambini speciali da circa vent’anni ma preferisco non chiamarli disabili: per me loro sono dei bambini fragili e degli adulti che, con ogni probabilità, soffriranno poiché nella nostra società lo stigma della diversità è forte e ancora insuperato. Ed è proprio la società, in gran parte, ad essere responsabile della emarginazione dei disabili, laddove invece le loro difficoltà non sono insuperabili: in un ambiente accogliente e ben strutturato, esse sono riducibili e perfino annullabili.

Si parla qui di ambiente in una doppia veste: ambiente fisico e ambiente sociale, barriere fisiche e barriere mentali, quei pregiudizi che ci lasciano guardare i disabili con disagio o nel migliore dei casi con pietismo quasi non fossero persone come noi, con una loro dignità, con un loro personale ed intrinseco valore.

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Sono un’insegnante di sostegno ma non amo il nome del mio lavoro poiché è già evocativo di una dipendenza che si andrà a creare tra chi deve crescere, chi non è autonomo, e chi aiuta. L’idea in sé non è sbagliata: sono da ripudiare solo le implicazioni che rimandano al concetto di delega. L’insegnante di sostegno sostituisce una comunità che si rifiuta di includere e che considera la sua presenza un fastidio, un intoppo, una perdita di tempo. A scuola normalmente gli insegnanti non si dedicano a loro, bisogna interrogare, completare il programma, portare tutto avanti a ritmi serrati… ma perché?

Il grande Jean-Jacques Rousseau, filosofo e pedagogista svizzero, diceva: “Oserò qui esporre che cosa prescriva la più grande, la più importante, la più preziosa regola di tutta l’educazione. Non già di guadagnare tempo ma di perderne.” Ero solo una studentessa di Scienze dell’Educazione e non sapevo nulla di insegnamento quando, leggendo “L’Emilio”, noto e diffuso romanzo pedagogico scritto da Rousseau, incappai in questa frase che non avrei più dimenticato.

Cosa significa? Non bisogna insegnare con stress, con ansia o preoccupazione, ma bisogna dedicare ai nostri piccoli alunni quanto più tempo possibile con calma, con passione, indulgendo nelle spiegazioni e nel tempo da dedicare.

Ciò che importa è la relazione e l’amore che si sa suscitare verso la conoscenza. Ciò che conta è far scoprire ai nostri piccoli alunni le loro attitudini, i loro talenti, ciò in cui potranno eccellere. Non avviene quasi mai di incontrare docenti simili e di solito sono sempre capaci di includere gli alunni disabili e di non mettere da parte i loro insegnanti. Ho conosciuto solo un insegnante così e lo considero il mio maestro: nel suo ricordo insegno con passione e libertà, nonostante le difficoltà legate al mio ruolo.

La realtà, tuttavia, è ben altro. Non è importante che la classe o gli insegnanti si dedichino al bambino fragile, c’è l’insegnante di sostegno, a lei la delega. Il punto è che il bambino fragile, con le sue difficoltà, non potrà mai andare incontro alla classe. Ciò che deve avvenire è il contrario, ovvero che tutta la classe, compresi gli altri insegnanti, lo accolgano e si prendano cura della sua crescita.

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“La solitudine dei numeri primi”: questo titolo evoca la triste solitudine che a cui spesso sento di essere relegata. A volte, anche se sono in classe, mi sento chiusa in una bolla; io e Virginia, lei che non è integrata, non è considerata dai suoi compagni per i suoi comportamenti infantili ma anche per l’insensibilità degli insegnanti che fanno finta che non esista. Dipende tutto da loro, ma è un concetto che fanno finta di non capire.

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In questo gorgo di solitudine io sono inghiottita insieme a Virginia, soffro molto per lei e per le difficoltà che, con il mio lavoro, devo affrontare se lei non è integrata. Anche se siamo in classe, io con il mio banco e Virginia con il suo, formiamo un’isola a parte, in fondo all’aula; per fortuna possiamo alzare gli occhi e guardare il cielo dalla finestra. Purtroppo la non integrazione amplifica, in un modo inverosimile, le difficoltà comportamentali dei bambini fragili. È il loro modo di reagire ad un’esclusione che percepiscono ma di cui, spesso, non sono consapevoli.

La disabilità è trattata come un mondo a parte e chi vi è incluso, chi vi lavora, vive a sua volta uno stato frustrante di emarginazione. È difficile aiutare qualcuno da soli quando c’è un bisogno indispensabile dell’aiuto di tutti.

Vincenza Amato

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