“STORIA DI STORIE DIVERSE” - XIX

Insegnanti di sostegno allo specchio: la disabilità tra difficoltà e gratificazione

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cms_18809/Foto_1.jpg“Storia di storie diverse”, ovvero storie di alunni disabili, persone con caratteristiche speciali, con limitazioni visibili ed innegabili potenzialità.

Il loro percorso scolastico, le difficoltà incontrate e quanto sia ancora difficile oggi parlare di integrazione nella scuola italiana.

Si affronteranno, inoltre, anche problematiche più generali del sistema scolastico con una visuale privilegiata, quella di chi lavora al suo interno e che riflette sulla realtà educativa che lo circonda.

Tra pochi giorni comincia la scuola, non si può dimenticare, gli ipermercati fanno bella mostra degli articoli scolastici con i personaggi più alla moda tra i bambini: un esplicito invito al consumismo. Per me questo sarà un anno diverso: per la prima volta, nel corso della mia carriera, ho seguito due bambini “speciali” per cinque anni ed ora, conclusosi quest’arco di tempo, mi appresto a tornare in classe prima, per l’inizio di un nuovo ciclo.

È stata positiva la continuità che si è instaurata negli anni precedenti, sia per il lavoro che si è svolto sia per il riconoscimento della mia figura che non è stata sostituita, di anno in anno, come purtroppo spesso avviene per gli insegnanti di sostegno precari e assegnati su sedi diverse, tra le proteste, inascoltate, dei genitori.

La continuità è estremamente importante per questi bambini, che sono fragili, bisognosi di affetto e di rassicurazioni. È necessario tempo per conoscerli e per capire come interagire correttamente, come trattare ed estinguere i comportamenti-problema che rendono difficile la loro permanenza a scuola: vorrei, a questo proposito, ricordare che per due volte sono stata trasportata al pronto soccorso per aggressioni subite da parte di alunni che, pur piccoli d’età, erano dotati di grande forza fisica.

I bambini che hanno le reazioni più incontrollate, a livello verbale e fisico, sono i bambini affetti da ADHD, disturbo da deficit attentivo con iperattività: è un disordine nello sviluppo neuropsichico del bambino.

Con loro non sai mai cosa può succedere: bisogna sorvegliare le entrate della scuola perchè fuggono, minacciano di buttarsi dalla finestra o di strangolare i compagni, buttano i banchi per aria, colpiscono gli insegnanti con forti testate, strappano collanine d’oro dal collo del malcapitato che, nel momento di massima agitazione, cerca di instaurare un dialogo.

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Il nostro mestiere, in alcuni casi specifici, è davvero difficile e mette a dura prova, anche perchè nel caso di colluttazioni, che si verificano perchè la forza è incontrollata, se il bambino dovesse farsi male, l’insegnante verrebbe denunciato per una situazione che, suo malgrado, sta tentando di gestire. Anzi, nel peggiore dei casi, verrebbe additato dai mass-media - sono storie che assumono anche rilevanza nazionale - come colui che si è reso protagonista di maltrattamenti ai danni di soggetti fragili quando invece, solo in pochi, gli addetti ai lavori, possono comprendere quando possa essere difficile gestire quotidianamente situazioni così problematiche.

Se un bambino iperattivo non assume i farmaci di cui ha bisogno, dato che i genitori sono contrari alla loro somministrazione, sarà sempre e costantemente in un violento stato di agitazione che mette a rischio l’incolumità di tutti.

Ricordo che un anno, a seguito di un documento scritto inviato dai genitori al Dirigente Scolastico, mi fu intimato di non rientrare mai in classe e di tenere Antonio - nome di fantasia - al di fuori poichè l’incolumità degli altri piccoli alunni era stata già più volte e pericolosamente messa a rischio.

Quell’anno, dunque, che per me è rimasto indimenticato, correvo tutto il tempo dietro di lui, in ogni spazio possibile della scuola esterno alle aule, senza riuscire minimamente a scolarizzare il bambino anche perchè, tra i corridoi e in un sostanziale isolamento, che scolarizzazione e che regole possono essere impostate?

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I cervelli con ADHD sono come incroci senza semafori.

In pratica la scuola espulse il bambino e per me fu un atto grave nei suoi confronti, nei confronti della sua diversità che con pazienza, invece, andava trattata e accolta all’interno della classe.

Gli alunni e le maestre si sarebbero dovute dedicare a lui, avrebbero dovuto fare sentire il loro affetto, avrebbero dovuto includerlo con l’organizzazione di precise attività, invece, il diverso è espulso dal contesto di socializzazione e dagli spazi di vita comunitaria, un po’ come, prima della legge Basaglia, si faceva con i malati di mente che erano rinchiusi nei manicomi in modo che non potessero arrecare disturbo e poi, in questi luoghi, erano trattati con il massimo della disumanità e lasciati in condizioni di mancanza di cura e di sporcizia.

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Franco Basaglia, psichiatra italiano e ispiratore della legge sulla chiusura dei manicomi diceva: “La follia è diversità oppure aver paura della diversità”.

Le dinamiche di difesa della società sono sempre le stesse: mirano a non vedere, all’eliminazione del problema come quando, fino agli anni settanta, esistevano le scuole speciali, in cui i bambini disabili venivano rinchiusi, tenuti tutti insieme e senza contatti con i bambini “normali”: è la stessa logica del manicomio.

Chiudere in luoghi separati e non accessibili persone che non rispondono alla norma ma la norma, altro non è, che un criterio statistico: siamo tutti diversi, ciascuno nel proprio modo.

È proprio la diversità, come diceva il filosofo personalista Mounier, che connota la natura umana, le dà valore e la rende unica.

Sul versante scolastico, all’insegnante che deve seguire un bambino “speciale” serve tempo, anche anni a volte, per comprendere la sua natura, quali reazioni vanno assecondate e quali prevenute; inoltre occorre comprendere che tipo di programma di studio proporre, un programma che sarà individualizzato, cioè adattato agli specifici bisogni del bambino, ai suoi ritmi di apprendimento e al suo modo particolare di apprendere.

Ma il programma di studio non potrà essere solo individualizzato, altrimenti il bambino starebbe a scuola ma sarebbe isolato, userebbe un banco che spesso viene distaccato dagli altri e lavorerebbe solo con l’insegnante di sostegno; nel peggiore dei casi verrebbe portato in un’altra aula: insomma, non ci sarebbe inclusione.

La bravura dell’insegnante di sostegno è proprio quella di stilare un programma adatto alla specificità del bambino ma da svolgere, in forma semplificata, sui medesimi contenuti del gruppo classe e negli stessi tempi.

Bisogna sempre seguire il lavoro di classe: è un imperativo categorico per chi svolge questo lavoro. Bisogna seguire la scia e gli altri compagni devono percepire che il bambino “speciale” percorre la loro stessa strada, seppur con semplificazioni e riduzioni a livello di contenuti.

Ma prima dell’apprendimento serve la serenità che il bambino deve acquisire e che spesso non ha: l’agitazione può essere di tanti generi, può essere emotiva ed avere cause più profonde, può essere motoria ed impedire al bambino di concentrarsi, pensiamo alle difficoltà che ha un bambino iperattivo nel rimanere seduto per tante ore.

Nel mio lavoro ho sempre posto come obiettivo prioritario, prima ancora dell’apprendimento, il benessere affettivo del bambino e la sua tranquillità.

Nessuna persona potrebbe concentrarsi e applicarsi nello studio in mancanza di queste condizioni e senza una positiva predisposizione. Ricordiamoci che l’apprendimento, per quanto importante, è sempre secondario rispetto al benessere complessivo della persona e al raggiungimento di un suo equilibrio interiore e sono tanti i bambini, anche normodotati, privi della necessaria serenità, insicuri, con paure e scarsa autostima.

La scuola, mio avviso, parallelamente all’apprendimento, deve occuparsi della cura di questi aspetti che sono fondamentali per una crescita sana della persona: un bambino svalutato non crederà in sé e non investirà nelle sue capacità poichè qualcuno gli avrà fatto credere di non averle e lui se ne sarà convinto. La scuola deve fare il contrario, scoprire e valorizzare le attitudini di ciascuno, incoraggiare e motivare ciascuno a tirare fuori il suo potenziale.

Vincenza Amato

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