“STORIA DI STORIE DIVERSE” - XIII

Insegnanti di sostegno allo specchio: la disabilità tra difficoltà e gratificazione

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cms_18179/Foto_1.jpg“Storia di storie diverse”, ovvero storie di alunni disabili, persone con caratteristiche speciali, con limitazioni visibili ed innegabili potenzialità.

Il loro percorso scolastico, le difficoltà incontrate e quanto sia ancora difficile oggi parlare di integrazione nella scuola italiana.

CAPITOLO XIII

“Gli insegnanti oggi: burocrati, non educatori”

La scuola si è conclusa e per gli insegnanti è tempo di riflessioni ma anche di riposo. La didattica a distanza è terminata, le riunioni collegiali anche e, allo stesso modo, si è provveduto alla consegna forsennata ed inutile di un grande numero di documenti scolastici. Oggi gli insegnanti sono più burocrati e passacarte che educatori.

Gran parte del tempo e delle energie sono spesi nella compilazione di questi documenti, dai contenuti inutili, il più delle volte, privi di ricaduta sull’azione educativa. Carte, su carte, su carte per una scuola ormai completamente in mano a burocrati, che ne controllano la compilazione come se fossero dei guardiani di un sacrario; e se qualcuno, riflettendo su ciò che fa, effettua piccole modifiche al documento: è sacrilegio, non sei più un buon insegnante... non fai le cose come dovresti farle... ti sei discostato dalle indicazioni...

Certi documenti non solo sono delle offese all’intelligenza ma fanno perdere anche tempo ed energie nella loro compilazione. Mi spiace, dirlo ma oggi la scuola è forma e non sostanza, è apparenza e non pedagogia e ciò in me provoca molta tristezza poiché ci si allontana dall’attenzione verso i bambini e dal lavorare per loro.

Anche per gli alunni disabili è richiesta la compilazione di molti documenti scritti: si parte dal P.E.I, il piano educativo individualizzato. Dovrebbe essere un fascicolo che raccoglie ogni singola progettualità che riguarda l’alunno disabile: il progetto didattico dell’insegnante di sostegno, il progetto riabilitativo dei terapisti, il progetto educativo degli assistenti scolastici, il progetto dell’assistente sociale e le valutazioni del neuropsichiatra infantile.

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Il discorso dell’handicap andrebbe affrontato in modo sistemico ma il sistema purtroppo non c’è: chi si occupa di educazione dei disabili sa che, in definitiva, esistono solo due presidi: la famiglia in primo luogo e poi la scuola.

La famiglia come luogo di vita in cui l’alunno trascorre gran parte del suo tempo e la scuola che si inserisce in questo tempo di crescita offrendo un sostegno a genitori, il più delle volte molto sofferenti.

Se l’alunno disabile presenta gravi problematiche, se è iperattivo o aggressivo, se riuscire a tenerlo scolasticamente impegnato è un qualcosa di impossibile, se si dimena, se ti dà una testata o ti strappa una collana dal collo chi ci sarà di fronte a lui, nel suo tempo quotidiano di vita? Genitori e insegnanti. Solo due volte l’anno si svolgono le riunioni con la A.s.l. di riferimento: si riunisce per intero la fantomatica équipe multidisciplinare con cui si dovrebbero prendere, di concerto, tutte le decisioni che riguardano gli alunni disabili e che dovrebbe anche offrire, con il parere di esperti, un supporto continuo a chi opera in situazione.

Alla riunione partecipano il dirigente scolastico, la coordinatrice delle insegnanti di sostegno, gli insegnanti di classe (compreso naturalmente l’insegnante di sostegno), il neuropsichiatra infantile, i terapisti della riabilitazione. Sono presenti anche i genitori degli alunni e gli assistenti educativi che sostituiscono l’insegnante di sostegno quando quest’ultimo è in giornata libera.

La funzione del neuropsichiatra è importantissima durante queste riunioni poiché egli è l’esperto, a livello medico, della patologia dell’alunno. Purtroppo ormai da troppi anni la A.s.l. non ha fondi a sufficienza per retribuire gli incontri scolastici anche se sono solo due all’anno ed è gravissimo in quanto il parere di questo medico è determinante per quanto riguarda la gestione delle problematiche dell’alunno: pensiamo, ad esempio, alle problematiche comportamentali.

Con i terapisti della riabilitazione durante gli incontri solitamente non c’è grande interazione. Rimangono, dunque, i genitori e gli insegnanti, obbligati per il loro ruolo ad essere in prima linea, da soli e tra mille difficoltà, privi di spazi necessari e di materiali adatti.

In queste riunioni spesso succede che i genitori, che sono persone molto sofferenti - avere un figlio disabile è come vivere costantemente una situazione di lutto - aggrediscono gli insegnanti, i quali, a loro dire, non sanno valorizzare i loro figlioli e non riconoscono che hanno le stesse potenzialità degli altri.

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Ma non è così: un alunno disabile ha un insegnante per “sé” e se non gli fosse riconosciuto vuol dire che non ce ne sarebbe bisogno. Purtroppo sono tanti i genitori che, pur di non affrontare il dolore del lutto, negano. Negano la presenza della disabilità: un giorno il papà di una bambina con sindrome di Down che seguivo arrivò a dirmi che il cervello della sua figliola, così come si poteva osservare dalla T.a.c., era normale. Essere posti di fronte a tali negazioni è un qualcosa di molto forte e a cui non si può porre rimedio: chi nega non riconosce la realtà e non vuole farlo perché è troppo doloroso.

Alla fine il P.E.I diventa un contenitore vuoto, non vi è una armonizzazione dei progetti che riguardano l’alunno disabile: gli incontri sono solo formali e vanno molto poco ad incidere sull’azione educativa quotidiana, nella quale l’insegnante è lasciato completamente solo e spesso in grande difficoltà sia dagli stessi colleghi di classe che dai genitori che, se non sono contro, il più delle volte non sono collaborativi. Purtroppo ben poco si può fare se, a livello educativo, non si stabilisce un’alleanza con la famiglia.

Vincenza Amato

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