“STORIA DI STORIE DIVERSE” - VIII

Insegnanti di sostegno allo specchio: la disabilità tra difficoltà e gratificazione

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INTRODUZIONE

cms_17730/Foto_1.jpgOgni capitolo scritto è una parte di una sorta di autobiografia professionale che si intreccia con descrizioni di momenti di vita personale.

“Storia di storie diverse”, ovvero storie di alunni disabili, persone con caratteristiche speciali, con limitazioni visibili ed innegabili potenzialità. Il loro percorso scolastico, le difficoltà incontrate e quanto sia ancora difficile oggi parlare di integrazione nella scuola italiana.

Le storie degli alunni si intrecceranno con storie familiari e con storie scolastiche di alunni e insegnanti

Gli articoli saranno pubblicati con cadenza settimanale nella omonima rubrica.

CAPITOLO 8

Didattica a distanza e alunni disabili: storie e riflessioni su modalità alternative di apprendimento

Potrei con certezza affermare che, probabilmente, quello appena trascorso è stato il più difficile e impegnativo periodo scolastico che abbia mai affrontato.

È difficile comprenderlo per chi è all’esterno e non ha esperienza diretta con il mondo scolastico. La valenza professionale del lavoro svolto dagli insegnanti non è riconosciuta e il loro impegno, il più delle volte, viene sminuito.

È un lavoro, invece, che addossa grandissime responsabilità a chi lo svolge: io, dopo aver seguito per cinque anni un bambino disabile, sono del tutto responsabile del suo progetto di vita e della sua realizzazione futura; avrò forgiato la sua mente, gli avrò insegnato a ragionare e ad essere ordinato, gli avrò insegnato a studiare e a comportarsi. Tutta la mia vita, i miei valori, le mie esperienze saranno state trasfuse in lui e in lui rimarrà una parte di me.

Il periodo della scuola primaria è fondamentale dal punto di vista dell’apprendimento ed è determinante, in collaborazione con la famiglia, nell’arrivare a definire ciò che una persona sarà. Mia madre, insegnante di vecchio stampo, mi ha sempre detto che se un alunno ha buone basi e “fa una buona scuola elementare” il suo percorso di vita sarà in discesa e non posso che concordare pienamente.

La didattica, nel periodo pandemico, è mutata profondamente in quanto ha dovuto modernizzarsi senza che gli insegnanti lo avessero voluto: non hanno mai avuto né la voglia né le competenze per adottare metodi di insegnamento che si ispirano alle nuove tecnologie, e in aggiunta molti di loro sono avanti con gli anni.

Sono state circostanze inaspettate e di certo solo un’emergenza di tali dimensioni poteva provocare dei cambiamenti profondi nel modo di insegnare, ma attenzione... non da un punto di vista sostanziale: ad essere mutata è stata soltanto la forma e determinati principi pedagogici sono ben lontani dall’essere messi in pratica.

Agli inizi del lockdown la scuola ha conosciuto un momento di grande smarrimento: ci chiedevamo come avremmo potuto continuare ad insegnare a distanza. Era un qualcosa che ci sconcertava ed era improponibile solo sentirlo dire.

La scuola è vita, movimento e frastuono. Grida degli alunni, banchi e sedie in continuo movimento, il gesso che stride sulla lavagna di ardesia, il collaboratore attempato che porta le circolari nelle varie classi, le vite dei bambini e il loro sbocciare, il privilegio di poter lavorare con loro e non in un ufficio davanti a uno schermo.

Nel caso degli alunni disabili, la questione della didattica a distanza è ancora più problematica dal momento che per loro la vicinanza fisica con la figura di riferimento è fondamentale. È indispensabile il contatto fisico per rassicurarli e, talvolta, a fronte di comportamenti aggressivi, è necessario intervenire in modo non verbale, con un’interazione fisica che porti a calmarli, un’interazione fatta di gesti e di parole. È un mestiere molto difficile e già svolgerlo in presenza impegna rispetto alla scelta delle strategie più adatte ed efficaci. A volte servono anche anni per imparare a gestire le problematiche che ciascun caso presenta.

Con uno dei miei alunni ho avuto grandissima difficoltà nella didattica a distanza. A parte le difficoltà motivazionali inizialmente vi erano anche difficoltà di tipo tecnico, legate all’uso del dispositivo e al tipo di connessione, il più delle volte instabile. La nuova situazione di apprendimento innervosiva il bambino che, tra l’altro, non gradiva non poter vedere i compagni e non essere in presenza.

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Spesso e volentieri l’alunno si sottraeva alla lezione e andava via, in altre stanze della casa, senza avvisare e lasciando l’insegnante collegato davanti allo schermo.

Nelle prime videolezioni mi sono anche sentita poco bene in quanto il bambino non voleva posizionare il cellulare in un luogo fisso ma ci giocherellava, ed io vedevo in continuazione queste immagini che si muovevano e che mi procuravano malessere e mal di testa.

Nè lui, nè i suoi familiari riuscivano mai ad organizzarsi per avere il cellulare carico e all’improvviso la lezione si interrompeva, oppure, dato che l’apparecchio era della madre, arrivavano telefonate e messaggi: altre interruzioni; dopo era davvero difficile ripristinare un adeguato livello di attenzione e concentrazione che in questi alunni è comunque scarso.

Inoltre erano necessari due cellulari per far lezione, uno per vederci e un altro sul quale gli inviavo le schede che lui ricopiava. Infatti, altra difficoltà era che il bambino disabile, appartenendo a una famiglia svantaggiata, non aveva la stampante e quindi non potevo nemmeno mandargli, tramite e-mail, delle schede che potesse stampare senza dover stare interamente a ricopiarle, cosa che naturalmente lo stancava e innervosiva.

Passa un mese di lezioni-non lezioni svolte in questa modalità e non posso che sentirmi insoddisfatta… a proposito, il bambino non aveva nemmeno un ripiano per poggiare i quaderni, né un luogo dove poter studiare in tranquillità: abbiamo studiato sul divano, sul letto matrimoniale, con la sorellina minore in braccio nel frattempo lasciata a lui, e via dicendo...

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Naturalmente, il ministro Azzolina non contempla tali scenari quando afferma che la didattica a distanza è stata un successo, e non ha minimamente idea delle difficoltà che gli insegnanti hanno affrontato per dare l’impressione che la scuola funzionasse. Sì, perché di questo si è trattato, soltanto di questo: una messa in scena che non ha tenuto conto delle esigenze dei bambini, obbligati a lavorare in situazioni grottesche e artificiali, ben lontane da quella che può essere considerata una ambientazione pedagogica. Per non parlare delle conseguenze sui genitori, sui loro impegni e sulla loro capacità di sopportazione per via delle continue e-mail che arrivavano dagli insegnanti, cariche di consegne da svolgere entro una certa data, altrimenti la piattaforma avrebbe contrassegnato il compito come consegnato in ritardo. Ma come si può correggere un compito inviato per posta elettronica?

Dopo circa un mese arriva un computer dalla scuola per il bambino. Da premettere che l’emergenza didattica, che è conseguita alla pandemia, è stata completamente scaricata sulle scuole e il ministro non ha dato nessuna direttiva, in un momento molto difficile e delicato in cui era chiamato a farlo; l’unica cosa che ha fatto è stata quella di dare dei dispositivi in comodato d’uso ai bambini che ne erano sprovvisti e che dunque sarebbero stati esclusi dalla didattica a distanza.

In ogni caso, con un computer le cose vanno decisamente meglio. Abbiamo, inoltre, abbandonato sistemi di comunicazioni che non proteggevano i dati dei bambini (WhatsApp, Zoom, Messenger…) e cominciato a usare Google Suite for education, una piattaforma di servizi educativi a pagamento che include un sistema di video-conferenze chiamato Meet.

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Con Meet posso fare la videolezione con il bambino, lo posso guardare e allo stesso tempo posso condividere la scheda didattica su una porzione di schermo; dunque non ho più bisogno di usare due dispositivi contemporaneamente.

Alle difficoltà tecniche, tuttavia, si sono aggiunti i problemi legati alla connessione: quasi ogni giorno, prima di riuscire a collegarmi e ad avviare la lezione passava mezz’ora e più tra vari tentativi falliti e nervosismo diffuso. Per la didattica a distanza serve la connessione fissa, altrimenti il collegamento è instabile e problematico: non tenerne conto è come dire “armiamoci e partite”: fate la didattica a distanza e con la connessione che avete. Sia famiglie che insegnanti sono stati obbligati, a spese loro, ad acquistare un nuovo contratto per la connessione alla rete e non tutte le famiglie hanno potuto sostenere questa spesa.

È facile dire che la didattica a distanza è stata un successo senza aver fatto nulla. Gli insegnanti sono stati collegati dodici ore al giorno e io stessa ho avvertito, in molti momenti, di vivere veramente in una situazione di burn-out e di straniamento: non volevo più stare davanti a uno schermo.

Non c’è stata più privacy. Oltre a ricevere telefonate a tutte le ore (anche in quelle notturne), siamo entrati nelle case di tutti e altrettanto gli altri: ho visto trasportare conche piene di biancheria, litigare fratelli, cucinare con il Bimby... ci sarebbe da ridere in realtà, era tutto così grottesco!

La didattica a distanza, pedagogicamente, l’ho vissuta come una grande forzatura, una vera e propria stortura che ci è stata imposta, lontana da qualsiasi considerazione di tipo pedagogico. Se consideriamo che già la scuola è lontana dalla vita, già a scuola è difficile interessare e motivare gli alunni e solo pochi insegnanti, i più bravi, riescono a farlo, immaginiamo come questo possa mai avvenire da remoto e per di più con bambini disabili che hanno grosse difficoltà, problemi comportamentali, ritardi a livello cognitivo…

Con un computer portatile le cose migliorano ma per poco: almeno il computer è fermo e il bambino è, più o meno, fermo anche lui. Tuttavia subentrano forti difficoltà da un punto di vista motivazionale: il bambino non gradisce la nuova situazione di lavoro e fa evitamento. Si riesce a lavorare davvero pochissimo da un punto di vista didattico, una o al massimo due schede semplificate a lezione. Il bambino mostra irrequietezza e soprattutto, diversamente da quanto accade a scuola, comprende che si tratta di una situazione a cui può sottrarsi: si è modificato il setting pedagogico e questo determina un’innegabile influenza sulle possibilità di successo dell’azione educativa.

Per me la didattica a distanza non è stata un successo ma un fallimento, l’ennesimo obbligo per i bambini a seguire lezioni poco interessanti ma, questa volta, tramite collegamento video. Nuove tecnologie, dunque, ma non al servizio della pedagogia: i maestri continuano a considerare gli alunni sempre come dei vasi da riempire e loro rimangono sempre lì, muti e silenziosi, a subire questa azione di insegnamento che non è coinvolgente ma piuttosto deprimente.

Vincenza Amato

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