“STORIA DI STORIE DIVERSE” (XLII)

Insegnanti di sostegno allo specchio: la disabilità tra difficoltà e gratificazione

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cms_20990/Foto_1.jpg“Storia di storie diverse”, ovvero storie di alunni disabili, persone con caratteristiche speciali, con limitazioni visibili ed innegabili potenzialità.

Il loro percorso scolastico, le difficoltà incontrate e quanto sia ancora difficile oggi parlare di integrazione nella scuola italiana.

Partendo da una discussione sulle questioni di più stretta attualità, negli articoli della rubrica si affronteranno anche le problematiche più generali del sistema scolastico, con una visuale privilegiata, quella di chi lavora al suo interno.

Prolungare la frequenza scolastica fino a fine giugno, secondo le ipotesi del governo, non consente di recuperare ciò che è stato perso. Posto, tuttavia, che il recupero non dovrebbe riguardare la scuola primaria, dove la frequenza degli alunni è stata regolare e gli insegnanti hanno lavorato in condizioni davvero estenuanti, non adatte alla delicatezza del compito. Sottoporre un insegnante a condizioni di stress continuo significa abbassare la qualità del suo insegnamento.

È una dichiarazione ad effetto, quella di Draghi, ma forse inutile, priva di efficacia, che non porterà a risultati concreti. Tuttavia, a parole, ristabilisce l’importanza della scuola e si dà l’impressione, falsa e contraddetta dai fatti, di avere in considerazione il mondo educativo. Non c’è, invece, nessun reale apprezzamento verso gli insegnanti, verso il delicato e importante ruolo che essi sono chiamati a svolgere. A loro è affidata la crescita dei nostri figli e con loro trascorrono tante ore al giorno, in un periodo fondamentale della loro vita e formazione. Siamo poco considerati e malpagati. Non abbiamo né premi, né incentivi; ogni insegnante è uguale a un altro.

È da più di vent’anni, dalla riforma Berlinguer, che si parla di un sistema di valutazione degli insegnanti che coinvolga colleghi, alunni, genitori e dirigenti; ma nulla è stato fatto per motivare gli insegnanti più bravi e per incentivarli, anche economicamente.

Andiamo avanti con la nostra motivazione, che è forte, con l’amore per il nostro lavoro; ma è frustrante non essere considerati, l’istruzione è trattata come una Cenerentola, come se il suo valore fosse insignificante e, invece, il suo ruolo è centrale nello sviluppo di una società avanzata.

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Mi duole dire, sebbene non nutra particolare stima nei suoi confronti, che l’unico ad aver fatto qualcosa per gli insegnanti è stato Renzi con il bonus annuo di 500 euro destinato all’aggiornamento. Posso acquistare tanti libri utili al mio lavoro, frequentare vari tipi di corsi, accedere a master e a tutto ciò che, da un punto di vista educativo, consente di qualificare la mia formazione.

I ministri che si sono succeduti negli ultimi vent’anni anni, di cui si fatica anche a ricordare il nome, sono stati uno più grigio ed imbolsito dell’altro, uno più insignificante e incolto dell’altro in un settore, quello dell’istruzione, del tutto strategico per lo sviluppo del paese, dove ciò che si investe in formazione si trasforma in capitale umano ed in competitività.

Corea del Sud e Finlandia sono esempi di questo genere: paesi che, seppur con sistemi educativi diversi, investono un’alta percentuale del P.i.l. nella formazione degli insegnanti, nella loro selezione, nel modo di fare scuola e di strutturare gli spazi, nell’introduzione di nuove discipline. In Finlandia c’è l’ora di cucina: gli alunni si aggregano in modo libero in base ad interessi e discipline, migrano tra le varie aule, non ci sono classi fisse e gli spazi sono arredati in modo del tutto diverso, secondo la logica dell’open space.

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In questi paesi gli insegnanti sono tenuti in alta considerazione e sono ben remunerati, mentre da noi accade il contrario: sono sotto il fuoco pesante e incrociato di alunni e genitori; sono rimasti, oramai, l’ultimo baluardo, in una società in cui i genitori non hanno più un ruolo e lasciano fare ai figli ciò che vogliono, alla mercé dei social e di Tik Tok, prendendo gli influencer come modelli. Sono ragazzi privi di punti di riferimento morali e affettivi, incapaci di impegnarsi ma attivi nella ricerca di una vita facile.

Il mondo della scuola, negli ultimi decenni, non ha conosciuto nessuna valida ed incisiva riforma: dallo svecchiamento dei programmi alla formazione degli insegnanti, che vengono selezionati senza nemmeno una valutazione psicologica ma sulla base di titoli e punteggi. La mente, le esperienze e l’approccio di chi svolge un compito così delicato stando a contatto con i bambini, anche disabili, dovrebbero essere valutati inizialmente e nel corso degli anni attraverso visite di screening psicologiche, così come avviene nelle aziende private.

Nella scuola ci sono tanti problemi. Mancano gli insegnanti di sostegno: ogni anno, fino a novembre tanti alunni disabili rimangono senza copertura. E’ ogni anno così perché i docenti precari costano meno allo Stato, da un punto di vista fiscale, e quindi vengono riassunti, puntualmente, con incarichi a tempo determinato.

I provveditorati hanno diversi mesi, in estate, per organizzare le assunzioni; tuttavia, tra settembre e ottobre gli alunni disabili rimangono senza insegnanti. Io, che vivo giornalmente il mondo della scuola vorrei che invece dei proclami, per i titoloni dei giornali, si lavorasse in modo più concreto sulle criticità del mondo scolastico; vorrei che si assumessero, ad esempio, in modo definitivo, gli insegnanti di sostegno perché non è giusto che a questi bambini, già fragili, non debba essere garantita, di anno in anno, la continuità didattica.

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Tutti parlano della scuola ma nessuno agisce e vara le riforme realmente necessarie per modernizzarlo e per gratificare il lavoro degli insegnanti, che, ormai da un anno, lavorano un numero spropositato di ore davanti ad uno schermo, sono pagati male rispetto all’importante lavoro che svolgono e rispetto al loro reale impegno sia quotidiano che di formazione. Basti pensare che un insegnante tedesco, a fine carriera, ha una paga annua di circa 60.000 euro, ben 30.000 in più di quella di un insegnante italiano.

Vincenza Amato

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