“LA SPOSA DI BUDDHA”

CAPITOLO II – KURGANI

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Sono immobile da un tempo che non so datare, nel letto duro come pietra, quasi fossi in un kurgani. Non sono mai sola, e c’è sempre qualcuno con me, ad ogni ora del giorno e della notte. Ormai non riesco più a capire che ora sia, perché entro ed esco dallo stato di coscienza, continuamente. Ho un mio sistema per stabilire gli orari. Se mia madre è ben pettinata e profuma di muschio bianco, so che sono le otto del mattino; se ha i capelli raccolti e il trucco disfatto, sono certa che sia notte. Sicché controllo i suoi odori, e mi piace indovinare da questi dettagli lo scandire del tempo. Benedetta, invece, ha i capelli lisci e ben pettinati sempre, di giorno e di notte. E’ bella Benedetta. Non mi somiglia, perché è figlia di mia madre italiana. Il suo cuore è pieno di grazia, ed è come un battito d’ali, quando si muove leggera nella stanza. Sembra nata per occuparsi degli altri. In questo mi somiglia tanto, e sarà l’ultimo volto che vorrò vedere, prima di andarmene da questa vita.

cms_9617/2v.jpgTutt’intorno è silenzio e bianco. Bianco è il viso di Benedetta, la osservo mentre mi tiene la mano. Apro gli occhi e le chiedo: “Dove pensi sia finito il nostro amico Neve?”

“In cielo.” Mi risponde pacatamente mia sorella. E aggiunge con convinzione: “La sua coscienza sicuramente è sopravvissuta al corpo”.

Mi chiedo se lo incontrerò ancora. L’ho rivisto in sogno. Era tutta luce, i suoi occhi brillavano come stelle. Ma dimmi, Benedetta: “Secondo te, confidare nella sopravvivenza della coscienza dopo la morte, potrebbe rappresentare il desiderio inconscio di essere immortali? Ci sono persone risvegliate dopo lunghissimi intervalli di coma, che non ricordano nulla, se non l’ultimo evento vissuto. Mi domando, allora, dove finisca la loro coscienza durante tutti i mesi o gli anni vissuti in stato di coma. Perché non si hanno ricordi? Mi chiedo, in ultimo: perché io ricordo?”

“Perché tu sei speciale”. E mi sorridi.

Come molti, sono attratta da questi punti di domanda. Certamente, sono tutte quelle domande che ogni uomo si è posto, non appena ha preso consapevolezza della propria esistenza. L’uomo del passato ha attribuito la vita dopo la morte al sole, al fulmine, agli dei e infine a Dio, l’architetto. La vera domanda, in effetti, è la seguente: perché vogliamo disperatamente sopravvivere alla morte fisica? “Semplicemente, perché abbiamo voglia di essere eterni”. E mi guardi compassionevole e devota come sempre.

“Tu, mia cara, pur essendo cristiana, mi parli di eternità in questi termini. Forse, stare vicino ad una sorella indiana ti ha cambiato la vita, così come la tua vicinanza ha cambiato la mia”.

“Sai dirmi dov’è la coscienza, secondo te?” chiedo ad uno sconosciuto vestito di verde, che entra furtivo nella stanza d’ospedale, con passi felpati e movenze feline.

“Nella testa - mi risponde l’uomo - molti ricercatori illustri, in verità, sostengono che il cervello non sia la sede della coscienza, ma piuttosto un recettore di essa, una specie di radioricevente, che permette la connessione tra la materia e la coscienza. Ma io sono sicuro che la nostra coscienza sia tutta nella testa…”.

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L’uomo verde mi parla sicuro di sé, mentre sistema il flaconcino di Cumadin sul tavolo, posizionato accanto ad altri farmaci, di cui non conosco neanche il nome. Mi invita a prenderne sei gocce. Benedetta aggiunge a tutte le nostre osservazioni, orgogliosa di farmi cosa gradita: “Quando un cane muore, smette di essere un cane. Così come quando un uomo muore, smette di essere un uomo. Entrambi sono coscienza, come in realtà erano già prima, solo che non ne avevano consapevolezza, perdendo con la morte l’involucro esterno, costituito dalla materia…” ed avvicinandomi alle labbra il bicchiere, con dell’acqua fresca e amara, sembra impaziente di voler concludere quest’argomento increscioso. Io annuisco dandole ogni ragione, perché così è.

“Mia cara, credo anch’io che il nostro fedele cane sia da qualche parte, e forse potrò incontrarlo ancora quando andrò via da qui, e giungerò nella valle dei sogni”.

Un dubbio mi resta. Potrebbe essere che il cervello delle persone in stato di coma, forse, non sia in grado di funzionare come organo recettore; per questo al risveglio non ci sono informazioni nuove. E la valle dei sogni: dove si trova esattamente? Non è forse vero che spesso ricordiamo pochissimi sogni, o addirittura nessuno? Eppure sappiamo che sogniamo.

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Rifletto sulle ultime parole, che il signore vestito di verde mi ha detto prima di salutarmi, guardandomi intensamente: “E’ tutta colpa del destino”. Lui lo chiama destino. Io lo chiamo karma. Il vissuto di ognuno di noi è determinato dal karma. E cioè, da tutti quegli effetti delle cause delle vite pregresse e delle vite presenti. Se viviamo una vita in virtù, rinasceremo in circostanze favorevoli, vivendo felici. Le azioni distruttive di un vissuto non buono determinano danni alla nostra esistenza accorciando la vita, contando nella nascita un percorso di sofferenza, sebbene la vera gioia consista nello sfuggire alle situazioni dolorose. La scienza spiega i vari collegamenti che avvengono tra cause ed effetto, senza trovare una soluzione esaustiva. Se asseriamo che un effetto derivi da una causa, è facile che si fraintenda il significato del karma. E’ anche vero che, se agiamo con il proposito di ottenere un certo effetto, non seguiamo le regole del karma. Tra causa ed effetto deve agire qualcosa di impercettibile da parte di ciascuno di noi. Il karma non è previsto coscientemente, e quindi il motivo per cui esiste una relazione tra causa ed effetto non si trova nella nostra mente, quando compie la causa in maniera volontaria. Il nesso tra causa ed effetto è conforme a leggi specifiche, che trascendono da ciò che l’uomo si propone come causa cosciente, ed è possibile verificarlo riflettendo sui singoli fatti che la vita ci propone nel quotidiano.

(CapitoloI: http://www.internationalwebpost.org/contents/%E2%80%9CLA_SPOSA_DI_BUDDHA%E2%80%9D_9549.html#.Wzw4uYp9jZ4 )

Susy Tolomeo

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