“E la chiamano estate”, il nuovo libro di Valentino Losito

Un amarcord marinaro nelle estati bitontine

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Capita spesso di imbattersi in libri il cui filo conduttore è permeato di poesia. Quello che stupisce del libro di Valentino Losito è che la dolcezza della narrazione sembra aver contagiato tutti, a cominciare dai recensori, Angela De Leo e Oscar Iarussi, che, da sagaci esperti di questa forma espressiva, hanno colto proprio nella narrazione nostalgica l’elemento ispiratore dello scrittore.

Presentato a Bari, presso la Libreria Gagliano, il libro “E la chiamano estate” di Valentino Losito per Secopedizioni. Ha dialogato con l’autore lo scrittore e giornalista Prof. Enzo Varricchio.

cms_9300/Valentino-Losito.jpgValentino Losito è nato nel 1956 a Bitonto. Ha lavorato per 25 anni alla Gazzetta del Mezzogiorno, dove è stato capo servizio di politica interna e poi vice caporedattore centrale. Dal maggio del 2013 a ottobre 2017 è stato presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Puglia, di cui era stato segretario dal 2007 al 2010. Attualmente è consigliere nazionale dello stesso Ordine.

Con questo primo lavoro da scrittore realizza il sogno di riportare alla memoria storie e racconti che gli ha lasciato in eredità suo padre, Lorenzo.

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Partirei dall’oggetto che meglio ha rappresentato il clima vacanziero e una certa voglia di divertimento: la radio.

La radio è stata una compagna discreta nelle nostre estati.

Mentre la televisione è arrivata in Italia a metà degli anni ’50, sviluppandosi poi con il tempo, la radio esisteva in ogni casa ormai da parecchio. La sua funzione era non solo quella di rallegrarci le giornate con la musica ma, per chi come me poi ha avuto la fortuna di fare il giornalista, ha rappresentato una finestra aperta sul mondo, direttamente nelle case. Oggi senz’altro la radio può apparire come la sorella povera nel confronto con i sofisticati mezzi di informazione ma per noi, in quei tempi, era fedele amica e ne conserviamo un grato ricordo.

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La radio aveva significati che andavano oltre la mera informazione, in quanto rappresentava uno strumento di socializzazione…

Quando ascoltavamo la musica sulle spiagge, nelle piazzette, sui terrazzi, con i transistor portatili, la musica assolveva al compito per cui era nata, cioè quello di unire. Nessuno si sarebbe mai sognato di indossare delle cuffie perché l’ascolto voleva significare condivisione. Oggi invece il progresso tecnologico sta snaturando ogni tentativo di socializzazione. Le frontiere tecnologiche creano soluzioni infinite ma, paradossalmente, oltre ad essere sempre più connessi, siamo anche sempre più soli.

Nel ricordo delle stagioni della spensieratezza ogni estate aveva la sua colonna sonora: qual è la quella delle tue estati?

“Azzurro” di Celentano, “Nel sole” di Albano, “A chi” di Fausto Leali… ce ne sono veramente tante, ma direi che quella che meglio simboleggia le mie emozioni di quegli anni spensierati è “Azzurro”.

Erano gli anni del dopoguerra, in cui si usciva faticosamente dalla povertà assoluta. Un’Italia laboriosa riuscì con fatica a gettare le basi per una rinascita economica che portò velocemente il Paese fuori dall’austerity. Perché le nostre classi dirigenti oggi faticano a creare situazioni di stabilità economica?

Questa domanda richiederebbe una risposta molto lunga e articolata. Partiamo dal presupposto che la sofferenza genera sempre cose positive, l’Italia che usciva dalla guerra aveva l’entusiasmo e la voglia di riscatto, di rimboccarsi le maniche e ripartire. Questa ritengo essere una motivazione psicologica enorme. Io sono stato bambino negli anni in cui la lira vinse l’Oscar delle monete. In quelle condizioni si percepiva distintamente non solo la fine del tunnel della guerra ma, con l’avvento della televisione, erano chiari i segnali della luce. La sensazione fantastica era quella di dare il significato di scoperta ad ogni cosa: tutto era nuovo, stupore, meraviglia, conquista.

La fine della favola è coincisa, come diceva il saggio Cesare Marchi, quando abbiamo cominciato ad abituarci ad ogni cosa, realizzando il “malessere del benessere”. Ammaliati dall’appagamento temporaneo, ci siamo seduti senza cercare nuovi stimoli. Non è un caso se oggi i nuovi popoli emergenti sono quelli delle periferie del mondo che hanno fame di conoscenza e voglia di affrancarsi dalla condizione di ultimi, la stessa motivazione che aveva ispirato i nostri padri ma che, nel sorpasso generazionale, è andata smarrita.

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Nel libro ti affidi molto spesso a citazioni di grandi uomini della letteratura: Pier Paolo Pasolini, Cesare Pavese, Ippolito Nievo, Emily Dickinson, Michael Ende, Pablo Neruda. Per quale motivo?

Le citazioni sono sempre ambivalenti perché possono essere fraintese come tentativo di sfoggio di cultura. La mia riflessione è che, quando persone più autorevoli, più ricche, più sagge riescono ad esprimere dei concetti in modo chiaro, io li prendo in prestito. Nel caso di Emily Dickinson, che è una poetessa a me molto cara, ho ripreso la sua citazione sul potere generativo delle parole: “Mi hanno sempre detto che una parola quando viene scritta o detta, finisce di vivere. La realtà è l’esatto contrario: una parola inizia a vivere proprio in quel momento”.

Le generazioni passate hanno la fortuna di avere tanto da raccontare. Secondo te, quali sono i ricordi che i giovani di oggi conserveranno nel loro futuro?

Questo è un argomento complesso, che tocca le corde di noi adulti nel ruolo di educatori e di genitori. Per intanto, con questo mio libro ho voluto riempire una bottiglia di messaggi fatti di memoria, di ricordi da lasciare andare in mare aperto per essere letti da chiunque. Per rispondere alla domanda, temo che i giovani non conserveranno nulla, proprio per la caratteristica di vivere tutto in superficie, di non approfondire, e di non essere affamati di conoscenza. Però dobbiamo evitare il rischio di essere apocalittici e continuare ad essere ottimisti e fiduciosi.

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L’episodio “Mille lire di onestà” è una perla pedagogica sull’insegnamento dei valori, come pure l’episodio del tedoforo, dal quale hai maturato la passione per lo sport…

E’, quello della camicia ritrovata, un episodio che strappa un sorriso insieme ad una riflessione. Io e mio fratello avevamo trovato una camicia in riva al mare, nel cui taschino era riposto un portafogli con soldi e documenti. Dopo aver restituito l’oggetto ai carabinieri, il proprietario volle premiare il nostro gesto con mille lire, motivo del titolo dell’episodio. Esultammo all’idea di disporre di una tale cifra da spendere autonomamente in gelati ed altro ma, una volta tornati a casa e riferito della ricompensa, i nostri genitori e nonni ci obbligarono alla restituzione della somma: restituendo il portafogli, non avevamo fatto altro che il nostro dovere. L’evidente messaggio che ne scaturisce è che le cose si fanno non per una ricompensa economica, bensì per onestà e senso del dovere.

Per quanto riguarda il tedoforo, avevo solo quattro anni quando per le vie di Napoli incrociai l’atleta che stava portando la fiamma a Roma per le Olimpiadi del ’60. Quell’immagine, oltre ai racconti di mio padre a cui il libro è dedicato, forse in modo inconscio hanno lasciato attecchire dentro di me l’amore per lo sport.

Siamo andati avanti tanto rapidamente che la nostra anima non ha fatto in tempo a raggiungerci”. Questo meraviglioso verso racchiude forse le cause della malvagità del mondo?

In effetti, direi che questa è la guerra quotidiana: l’anima ci può sempre raggiungere, tocca a noi fermarci e riscoprire i sani valori per una rinnovata umanità, altrimenti rischiamo di perderci.

Maria Cristina Negro

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