ISTANTANEE D’AUTORE

Tato Illiano

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Se per assurdo credessi alla metempsicosi, sarei certo che Gegé Di Giacomo, il famoso batterista di Renato Carosone, si sia reincarnato in Tato Illiano.

Una forte somiglianza, l’immagine sempre allegra, la disinvoltura con cui suona lo strumento, la evidente passione per la musica.

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Lo conosco da decenni, la sua voglia di suonare è uguale a quella che aveva a 18 anni.

Ora ha alle spalle innumerevoli concerti, anche con artisti affermati come Gilda Giuliani, Mariella Nava e Gatto Pancieri.

Quando non è su un palco, comunque si prende la sua dose di musica in una seguita emittente locale per la quale conduce un programma mattutino.

Quando gli chiesi che altro strumento gli sarebbe piaciuto suonare mi rispose che considerava la voce uno strumento e come tale la usa in radio.

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Cominciò a prendere lezioni all’età di 8 anni da Pietro Iodice, musicista di spicco nel panorama jazzistico italiano.

L’iniziativa fu del padre, che lo sentiva battere le mani sulle pentole e qualsiasi oggetto percuotibile che ci fosse in casa.

Nella prima seduta il maestro lo pose davanti ad una batteria e gli disse: “Fai quello che vuoi”, commentando poi, meravigliandosi, “Sembra che tu abbia già preso lezioni”.

Oggi ha una batteria in casa, ma la sua amata moglie non subisce alcuna tortura perché lo strumento è elettronico e lo sente solo in cuffia.

E’ importante esercitarsi ogni giorno, ma in più si tratta anche di un allenarsi fisicamente perché ci vuole una buona dose di muscoli per gestirlo, oltre al coordinamento dei 4 arti impegnati.

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Ci tiene a precisare che diventare un buon batterista richiede un percorso con molti sacrifici e studio; non basta pestare a orecchio, c’è un lungo e laborioso apprendimento delle tecniche.

Chi ne ha passione e vuole imparare, oltreché avere una certa predisposizione, deve sapere che non è facile diventare un professionista; molti giovani pensano infatti che la dote di sentire il ritmo naturalmente sia già una buona parte dell’opera, quando è solo la predisposizione utile per intraprendere questa strada.

Comunque è un percorso possibile per tutti coloro che lo desiderano, durante il quale ci si rende conto istintivamente se si ha la forza e la volontà di seguirlo.

Se si osserva Tato in un concerto sembra sempre che si stia divertendo, che stia giocando; in realtà perde litri di acqua e anche un buon nunero di grammi ed ha tutte le antenne drizzate perché non si può sbagliare.

Ma ciò, a lui, non provoca tensione; è un mood in cui entra automaticamente dopo qualche secondo dall’inizio dell’esibizione.

Prima, difatti, ammette che prova una emozione molto forte che si discioglie con le prime note e si trasforma in puro piacere.

Mi vantai di aver assistito ad una esibizione di Billy Cobham, con la sua batteria che sembrava occupasse quasi l’intero palco e mi meravigliai che non era tra i suoi preferiti.

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Stima molto gli italiani, in particolar modo Tullio De Piscopo, Alfredo Golino e Lele Melotti.

Li sente più vicini al suo sound (Oddio, gli esperti mi scuseranno se i termini non sono giusti, ma io non lo sono e vado a memoria).

Lui si dispiace ma non si abbatte per le delusioni che l’ambiente musicale distribuisce a piene mani; guarda sempre al futuro, come se si volesse garantire tante altre esperienze.

Ma non trascura nulla dei suoi rapporti, della sua famiglia, del suo presente.

Ci differenzia il giudizio sui frutti di mare: a me provocano raptus di voracità, lui li detesta, cortesemente.

La sua famiglia si occupa di allevamento e vendita di mitili e ne avrà mangiato tonnellate.

Memorabilmente imbarazzante ed esilarante l’episodio di una serata in un borgo della costa friulana. L’organizzatore ci portò a cena orgoglioso della fantasmagoria di prodotti del mare esibiti sulla tavola.

Divento triste e, chi sapeva, ordinò una bistecca per lui.

(Le foto sono di proprietà dell’autore dell’articolo)

Giacomo Carlucci

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