I LUOGHI ITALIANI DELLA CULTURA: IL GRAN CAFFÈ GAMBRINUS

Il locale napoletano che ha incantato intellettuali e aristocratici

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Lo amarono D’Annunzio e Matilde Serao, ma anche Hemingway e la Principessa Sissi.

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Marmi, stucchi, specchi, affreschi, la bellezza dello stile liberty. Il Gran Caffè Gambrinus di Napoli è uno dei dieci bar più antichi d’Italia. Un tempo si chiamava Gran Caffè delle Sette Porte. Ma di nomi (e di vite) ne ha cambiate tante, nella sua lunga e travagliata storia: salotto della nobiltà, cafè chantant, caffè letterario. Una wunderkammer piena di arte e suggestione.

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La storia di questo famoso locale inizia con l’Unità d’Italia quando, nel 1860, al piano terra del palazzo della Foresteria, l’elegante edificio del 1816, oggi sede della Prefettura, viene aperto il “Gran Caffè”. Con la sua posizione nel cuore della città, tra Piazza Plebiscito e Palazzo Reale, il Caffè diventa in un attimo il salotto del bel mondo napoletano, con le delizie firmate dai migliori pasticceri, gelatai e baristi.

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Anche la famiglia reale l’apprezza, al punto di incoronarlo “Fornitore della Real Casa”, insieme ai migliori fornitori del Regno delle due Sicilie.

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Verso la fine del secolo, nel 1890, il locale viene rimesso a nuovo, con lungo restyling che lo trasforma in uno scrigno di opere d’arte: le sale vengono decorate con i marmi di Jenny e Fiore, gli stucchi del Bocchetta, i bassorilievi del Cepparulo e le tappezzerie del Porcelli, e le pareti affrescate dai più importanti paesaggisti napoletani. Viene ribattezzato “Gran Caffè Gambrinus”, dal nome del leggendario re delle Fiandre, inventore della birra. L’idea era fondere nell’immaginario collettivo le due più famose bevande d’Europa: la birra, nordica, bionda e fredda, e il caffè napoletano, scuro e caldissimo. Diventa il cuore della vita mondana, culturale e letteraria della città. Lo frequentano re e regine, artisti e dive, politici e letterati, un via vai stimolante che lo elegge a caffè letterario. E ogni sala viene chiamata in base agli incontri e ai simposi che vi si tengono: la sala politica, la sala della vita, la sala rotonda.

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Negli anni della Belle Époque, il Gambrinus di Napoli è il locale più amato della città (e forse di tutto il centro-sud), con le sue sale arredate in stile beaux-arts, dove guardare e farsi vedere, sorseggiare un drink e assistere al Cafè Chantant. Tra balli e can-can, nasce anche una nuova figura, tutta partenopea: la sciantosa, ovvero la chanteuse, la cantante che si esibiva in operette liriche, performance teatrali e scenette satiriche.

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Da Jean-Paul Sartre a Ernest Hemingway, Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach e Benedetto Croce, non si contano i personaggi illustri che hanno amato la sua pasticceria, l’ottimo caffè, i suoi famosi cocktail. L’imperatrice d’Austria Sissi prediligeva l’ottimo gelato alla violetta.

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Gabriele D’Annunzio era un assiduo frequentatore del Gambrinus, di cui lodava l’allure lussuosa e ricercata, tutti gli artisti cercavano la sua amicizia, mentre le dame gli chiedevano autografi, poesie e racconti sulle sue chiacchierate storie d’amore: tra queste sale il poeta ha composto molti versi, come quelli di ’A Vucchella, per esempio, poi musicata anche da Enrico Caruso, altro habituè. Oscar Wilde lo frequentava in compagnia del suo amante, scandalizzando tutti i signori dell’alta società. Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao tra quei tavolini hanno fondato un nuovo giornale, Il Mattino. E Marinetti ha gettato le basi del Futurismo, intrattenendosi con artisti e poeti in lunghe discussioni, che andavano avanti fino a tarda notte.

cms_24285/7.jpgLa festa si è spenta nel 1938, quando il prefetto Marziale ne ha ordinato la chiusura, perché considerato luogo antifascista. Una decadenza lunga, fino al finire del Novecento, quando il locale è stato recuperato da Michele Sergio, ultima generazione della famiglia che ha rilevato il bar negli anni Settanta e gli ha dato una nuova vita, permettendogli di tornare al suo splendore.

Presidenti della Repubblica, donne di stato e turisti di ogni dove sono tornati a riempire i tavolini ricchi di storia, mentre le vetrine luccicanti invitavano a indugiare tra sfogliatelle, pastiere e babà. Ma ora su questo salotto iconico per la prima volta in 160 anni si è abbassato il sipario, complici la pandemia e la crisi economica. Resta la speranza di vederlo rinascere presto.

Diana Filippi

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